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martedì 22 settembre 2026

VENEZIA 83: IL "PAGELLONE"



Diciamolo subito: erano diversi anni che la Mostra del Cinema non proponeva una selezione di così alto livello. Il dato più significativo arriva proprio dal Concorso, che quest'anno ha messo in fila una quantità di film importanti decisamente superiore alla media delle ultime edizioni. McDonagh, Lee Chang-dong, Kore'eda, Brizé, Moretti, Tsukamoto: autori diversissimi per stile e provenienza, ma accomunati dalla grande qualità delle loro opere. E poi le sorprese: un horror italiano come L'Estranea, capace di sfruttare il genere per parlare di famiglia e possesso; un Moretti finalmente leggero e sentimentale; un film come Bunker, che trasforma un rifugio anti-catastrofe in una radiografia dei nostri privilegi. E finalmente, sottolineiamolo, una pattuglia italiana all'altezza del compito. Non è stata però una Mostra senza inciampi o (inevitabili ) polemiche: proprio il Leone d'Oro ha visto premiato un film che, almeno per il sottoscritto, appartiene più alla categoria delle opere "rigorose" che a quella dei film davvero memorabili... ma anche le discussioni, si sa, sono il sale dei festival. E come ogni anno ecco qui di seguito i miei giudizi sintetici sui titoli principali, per una panoramica il più possibile completa. 



WILD HORSE NINE (di Martin McDonagh, GB - CONCORSO) 
Amicizia, senso di colpa, morte, assurdità della vita. Passano gli anni (e i film) ma le "ossessioni" di Martin McDonagh sono sempre le stesse... stavolta il palcoscenico è l'Isola di Pasqua, con il golpe cileno del 1973 sullo sfondo e una CIA (e quindi l' America) tutt'altro che eroica. Dialoghi affilatissimi, scrittura brillante, e una miscela di humour nero, politica e malinconia che colpisce a fondo. John Malkovich, strepitoso, domina la scena con il suo carisma, affiancato da un perfetto Sam Rockwell. Si ride, tanto, ma come sempre con McDonagh ogni battuta lascia un retrogusto amaro. Cinico, divertente e sorprendentemente commovente, può essere già fi da ora il film dell'anno. 


POSSIBLE LOVE (di Lee Chang-dong, Corea del Sud - CONCORSO) 
Un film che parte dall'amore ma finisce per raccontare molto di più: il lavoro, lo sfruttamento, il desiderio, la dignità e quella lotta di classe che in Corea passa anche attraverso il trauma licenziamento, vissuto come una vera onta sociale. Come già l'anno scorso Park Chan-wook, anche Lee osserva le fratture della società coreana, ma lo fa con il suo stile inconfondibile: asciutto, paziente, privo di enfasi, lasciando che siano gli sguardi e i silenzi a raccontare il dolore. Due coppie, due classi sociali agli antipodi destinate a sfiorarsi ma senza incontrarsi mai. Un cinema adulto, che non offre risposte facili, e conferma la straordinaria lucidità di sguardo del suo regista.


LOOK BACK (di Hirokazu Kore'eda - Giappone - CONCORSO) 
Un film contro cui è quasi impossibile argomentare. E' bellissimo, tenero, devastante, profondo, pieno di grazia. Perfetto. Ogni inquadratura è al posto giusto, ogni emozione arriva precisa a segno. La storia delle due ragazzine che crescono disegnando manga sognando di farne una professione conquisterebbe i cuore di chiunque. Eppure, paradossalmente, questa perfezione finisce per essere l'unico limite del film: elegantissimo, ma così rifinito da sembrare a tratti manierista e anche ruffiano, perchè sa toccare le corde dello spettatore quasi a comando. Ma avercene di Kore'eda, ci mancherebbe.



UN BON PETIT SOLDAT (di Stéphane Brizé, Francia - CONCORSO) 
Non sono certo io a scoprire l'importanza di autori come Stéphane Brizè, che raccontano il mondo del lavoro con sguardo lucido e senza compromessi, come fosse una missione. Carla (Alba Rohrwacher, bravissima) è una giovane addetta alle risorse umane di una grande azienda, chiamata a gestire il difficile equilibrio tra il benessere dei dipendenti e le richieste sempre più pressanti dei vertici. Brizè cambia prospettiva: stavolta non racconta chi subisce il sistema, ma chi è tenuto a farlo funzionare. Il regista continua con coerenza la sua lotta contro un capitalismo che divora persone e relazioni, dove si viene licenziati perchè, anche se raggiungi l'obiettivo, quello che fai è sempre troppo poco... il film non offre risposte ma pone una domanda precisa: quanto siamo disposti a sacrificare la nostra dignità pur di essere dei "bravi soldatini"?


L'ESTRANEA (di Paolo Strippoli, Italia - CONCORSO) 
Paolo Strippoli è ormai lo Shyamalan italiano. Non per imitazione, ma per la capacità di far convivere tensione, riflessione e simbolismo all'interno dello stesso film, e per aver capito una cosa che in Italia sembriamo aver dimenticato: l'importanza del cinema di genere. L'Estranea è un film che usa l'horror per mettere in scena il lato più morboso dell'amore: quello che diventa possesso, controllo, fanatismo, il bisogno di piegare gli altri alla propria idea di bene. La famiglia, la maternità, i legami, qui diventano un campo di battaglia: nessuno ha davvero ragione, nessuno è davvero innocente. Un film destinato a dividere, perchè il confine tra il grottesco e il ridicolo è sempre molto sottile. Per quanto mi riguarda, l'ho adorato. Attenzione al brano Narcotic del Liquido, ossessivo tema musicale: crea dipendenza.


SUCCEDERA' QUESTA NOTTE (di Nanni Moretti, Italia - CONCORSO) 
Il miglior Moretti da molti, troppi anni a questa parte. Un'opera nella quale il buon Nanni abbandona la politica, i tic ideologici e gli interminabili regolamenti di conti con il presente per raccontare, semplicemente, una bella storia d'amore. Non ho letto il libro di Eshkol Nevo da cui è tratta, ma il cinema di Moretti resta personalissimo e coerente, ritrovando però quella delicatezza e quella leggerezza che sembravano smarrite. Un melodramma elegante, sincero, perfino ottimista. Inatteso, soprattutto per chi, come me, negli ultimi tempi aveva perso fiducia nel regista romano. Bravissimi gli attori: Jasmine Trinca e Louis Garrel (che parla un italiano perfetto) sono una coppia affiatata e credibile, e il tempo che attraversa la loro storia è il vero protagonista del film...


BUNKER (di Florian Zeller, GB - CONCORSO) 
Miguel (Javier Bardem) è un famoso architetto chiamato a costruire un bunker sotterraneo di lusso per un miliardario paranoico (Paul Dano) che teme una possibile catastrofe planetaria. Sofia (Penélope Cruz, sua moglie) non sembra però accettare l'idea che qualcuno possa salvarsi, con i soldi, a discapito di altre persone. Zeller costruisce un confronto sempre più serrato sulle scelte che siamo disposti a compiere quando ci sentiamo minacciati, soprattutto economicamente, e il bunker finisce inevitabilmente per parlare anche di noi, dei privilegi e dei modi in cui cambiano i nostri princìpi quando ci siamo direttamente coinvolti. Film notevole, granitico, con Cruz e Bardem assolutamente credibili nel mostrare le crepe di una coppia che fino a quel momento pensava di condividere gli stessi valori...


A BIT OF LIGHT (Ari Asgari, Iran - CONCORSO) 
Un medico iraniano prende la decisione di suicidarsi dopo che il governo gli ha revocato la licenza, reo di aver curato dei presunti oppositori del regime. Prima di compiere l'insano gesto, però, l'uomo intende trascorrere il suo ultimo giorno con i membri della sua famiglia. Il nuovo film di Ari Asgari è un racconto intimo e trattenuto, dove la repressione politica rimane sullo sfondo ma finisce per occupare ogni spazio...


MR. NELSON, DID YOU KILL PEOPLE? (di Shinya Tsukamoto, Giappone - CONCORSO) 
Con il suo secondo film in lingua inglese, Shinya Tsukamoto si addentra, è il caso di dirlo, in un campo minato: girare l'ennesimo film sul post-Vietnam senza cadere nel già visto. La storia (vera) di Allen Nelson, ex marine impegnato nella "sporca guerra", assume i contorni di un incubo di cui è impossibile liberarsi. La guerra diventa una ferita che continua a vivere nella carne e nella coscienza, senza offrire assoluzioni. Lo sguardo resta fisico, nervoso, doloroso, ma anche sorprendentemente empatico: il film non giustifica il carnefice, ma lo costringe a convivere con le proprie responsabilità. E' forse l'opera più personale del regista giapponese, che trasforma una biografia in una riflessione universale sulla violenza e sulla memoria.


DAU (di Ilya Khrzhanovsky, GER/FRA/SVE - CONCORSO) 
E' difficile spiegare in poche righe che cosa sia DAU, perchè è ovvio che non si tratta solo di un film bensì uno di quegli "oggetti strani" che, purtroppo, si vedono solo ai festival o quasi... nato come biopic del fisico russo Lev Landau (detto appunto DAU), il progetto di Khrzhanovsky si è ben presto trasformato in un mastodontico, surreale reality show durato per anni e che è costato sforzi economici e umani innaturali. Più che un set, un esperimento sociale. Più che un film, un continente. Quello presentato a Venezia è il tassello centrale di quest'impresa titanica: tre ore e un quarto di durata che seguono Landau mentre il suo genio si scontra con il Potere, mostrando come un regime totalitario riesca a infiltrarsi nel lavoro, negli affetti e perfino nell'intimità delle persone. Un'esperienza ipnotica, totalizzante, faticosissima, dove a tratti il gigantismo dell'operazione finisce per schiacciare il racconto, ma lasciando la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di unico e irripetibile.



PRIMETIME (di Lance Oppenheim, USA - CONCORSO) 
Cinquant'anni dopo Quinto Potere di Sidney Lumet, il documentarista Lance Oppenheim, al suo esordio nella fiction, torna a interrogarsi sul limite etico fino a cui può spingersi la tv sensazionalista, partendo da una storia e da un programma realmente esistiti. Primetime ricostruisce infatti il lavoro di una troupe televisiva che nei primi anni duemila smascherava i pedofili in diretta tv (con Robert Pattinson nel ruolo dell' anchorman), concentrandosi sul momento in cui la televisione smette di raccontare ciò che accade e comincia a condizionarlo. La differenza è che oggi questa dinamica non appartiene più soltanto alla tv: la diretta è diventata il nostro modo abituale (e morboso) di consumare la cronaca.


LA CITTA' DEI VIVI (Edoardo Gabriellini, Italia - ORIZZONTI) 
Prendendo spunto da un tragico fatto di cronaca, l'omicidio di Luca Varani (un ragazzo di umili origini ucciso da una coppia gay benestante dopo un festino a base di droga), Edoardo Gabriellini costruisce un film "strano", irrisolto, a tratti persino sfuggente: non cerca colpevoli, non dà spiegazioni, non fa denuncia... guarda invece alla vita del protagonista prima che diventasse un titolo di giornale, lasciando che sia l'assurdità del male a parlare da sola. Il film evita il sensazionalismo e preferisce il silenzio, il pudore, i vuoti. Non è un film perfetto, eppure anche dopo i titoli di coda continua a ronzarti in testa. Tratto dall'omonimo romanzo di Nicola Lagioia.


BUCKING FASTARD (di Werner Herzog, USA - CONCORSO) 
Ispirato alla vera storia delle gemelle Freda e Greta Chaplin (Kate e Rooney Mara), note per vivere assolutamente in simbiosi, in tutto e per tutto, il film di Werner Herzog racconta l'ossessione amorosa (e malsana) delle due ragazze per il loro vicino di casa, che le condurrà a un processo per stalking... film molto "lynchano", come osservato da molti, e forse proprio per questo non tanto digerito dal sottoscritto, che comunque gli riconosce indubbia originalità. Il titolo è ispirato a un gioco di parole che rende l'idea della personalità delle due protagoniste...


COMPANY (di Casey Affleck, USA - CONCORSO) 
E' un film che mi sento di "adottare", perchè non è piaciuto praticamente a nessuno... un western stranissimo, anomalo, lento fino all'esasperazione e astratto da ogni logica commerciale. Eppure a me ha colpito proprio per questa sua voluta diversità: Affleck affronta tre storie su tre livelli temporali diversi, attraverso racconti dentro altri racconti, fotografando una Frontiera popolata da solitudini, violenza e fantasmi del passato. I tempi sono dilatati, la narrazione procede per deviazioni, i personaggi restano spesso figure sfuggenti e le emozioni arrivano col contagocce (a parte il plot twist finale). Nonostante tutto, però, questa ostentata eccentricità finisce per avere un suo fascino.


SCHERZETTO (di Mario Martone, Italia - FUORI CONCORSO) 
Un Martone decisamente minore e molto più leggero, ma comunque godibile. Un nonno (Toni Servillo) accetta di accudire per tre giorni il nipotino in età scolare durante l'assenza dei genitori: il ritorno nella sua città, Napoli, farà tornare dentro di lui vecchi ricordi, nostalgie e fragilità. Servillo ormai fa il Servillo, dimostrandosi a suo agio in un contesto decisamente teatrale e rendendo il tutto assolutamente godibile. Tratto dall'omonimo romanzo di Domenico Starnone.


DIO RIDE (di Giovanni Veronesi, Italia - FUORI CONCORSO) 
Dico la verità: mi aspettavo il peggio dal nuovo film di Veronesi, piazzato come film di chiusura e poco considerato dagli addetti ai lavori. Invece, a sorpresa, Dio ride è forse il miglior film del regista toscano, che pur con toni da commedia garbata affronta temi importanti quali il rapporto con la fede, la diffidenza verso chi è diverso, l'importanza della generosità e dello stare insieme agli altri. Pierfrancesco Favino è un novello San Francesco che viene perseguito dal Vaticano perchè declama la Buona Novella in chiave ironica, nonostante i tentativi di mediazione del cardinale Maculani (Silvio Orlando). Ci si diverte e ci si commuove pure, di più non si poteva chiedere.


SERPENTI (di Roberto De Paolis, Italia - VENICE SPOTLIGHT) 
Una commedia kafkiana scritta dai fratelli D'Innocenzo e diretta da Roberto De Paolis, che a sorpresa (e per fortuna!) sta facendo bene anche al botteghino... la trama è ridotta all'osso: un uomo, Paolo Marra (Leonardo Lidi) si reca dalla Polizia per costituirsi sostenendo di aver ucciso sua moglie, ma nel commissariato nessuno gli crede... tra poliziotti sfavati (un esilarante Alessandro Borghi), cartomanti sui generis (Valeria Golino) e un surreale avvocato difensore (Pietro Castellitto), il protagonista si ritroverà imprigionato nell'infernale burocrazia di questo Paese...


BALCANICA (di Nicola Sorcinelli, Italia - GIORNATE DEGLI AUTORI) 
Due musicisti, padre e figlio, sono costretti a fuggire dall'Afghanistan a causa del regime talebano che ha proibito per legge di suonare in pubblico. Durante il loro durissimo, faticoso viaggio della speranza verso la rotta balcanica (sognando l'Italia)  saranno assistiti da una giovane dottoressa volontaria e idealista (Matilda De Angelis), che non si rassegna alla loro condizione... buon esordio del giovane regista Nicola Sorcinelli, con un film a basso budget ma molto toccante.


WOMAN UNKNOWN (di May El-Toukhy, Danimarca - CONCORSO) 
Il Leone d'oro della 83. Mostra del Cinema è un melodramma a tinte forti (ma neanche troppo) che riporta alla luce una pagina dimenticata della storia europea. Siamo nella Danimarca dell'immediato secondo dopoguerra, e una giovane donna accusata di aver avuto una relazione con un soldato tedesco diventa il bersaglio di una vendetta collettiva. Il tema è di quelli che contano, l'attrice protagonista (l'esordiente Matilde Arcel) in stato di grazia, ma il film è piuttosto pedissequo e molto semplice nella struttura. Si esce dalla sala consapevoli di aver assistito a un'opera rigorosa ma non certo memorabile, più importante che bella. L'indole femminista della presidentessa di giuria Maggie Gyllenhaal ha sicuramente avuto il suo peso.


NESSUN DOLORE (Gianni Amelio, Italia - FUORI CONCORSO) 
Gianni Amelio stavolta non convince, e la scelta del fuori concorso a posteriori risulta saggia. Le intenzioni erano giuste, il messaggio condivisibile, il tema attuale (immigrazione e integrazione) ma il racconto è pesante, i dialoghi spesso didascalici e i personaggi restano prigionieri delle idee che rappresentano, senza mai diventare davvero persone. Un'opera fredda, pesante, sussiegosa, che spreca un grande cast (Borghi, Golino, Mastandrea) e si trascina stancamente verso un finale tanto prevedibile quanto poco incisivo. 


THE ECHO CHAMBER (di Andrea Pallaoro, Italia - CONCORSO) 
Vedi sopra. Un grande cast internazionale (Marinelli, Vikander, Sarandon), una produzione a largo budget e un plot intrigantissimo (l'ultima sceneggiatura del grande maestro Bertolucci) non bastano a fare un grande film. Andrea Pallaoro sa dirigere bene i suoi attori ma il ritmo è lentissimo e straniante senza alcun motivo e le due ore di durata paiono davvero eterne... vorrebbe essere una riflessione sul dolore e la solitudine, ma a lungo andare resta solo la noia. Un vero peccato.


NAZA (di Y. Abraham e R. Szor, GB - CONCORSO) 
Ci risiamo. Toglietemi dalle vostre amicizie, se volete, ma resto della mia idea: operazioni come questa, qualunque sia la vostra posizione sull'argomento, a mio parere non hanno motivo di stare in concorso in un festival del cinema. Innanzitutto perchè col cinema non hanno niente a che vedere, e soprattutto perchè oltre a non spostare di una virgola il dibattito su una questione ormai radicalizzata, servono solo a catalizzare l'attenzione sul festival stesso. NAZA è l'acronimo con cui i servizi segreti israeliani stimano il numero di vittime civili (ovviamente palestinesi) durante le loro incursioni su Gaza. Il film consiste in una serie di interviste fatte segretamente a ex membri dell'esercito israeliano che spiegano, meccanicamente e con dovizia di particolari, i loro orrori sulla popolazione inerme. Potrebbe essere un buon servizio per una puntata di Report, ma il cinema (per me) è un'altra cosa.


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