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martedì 3 marzo 2026

TRAIN DREAMS


titolo originale: TRAIN DREAMS (USA, 2025)
regia: CLINT BENTLEY
sceneggiatura: CLINT BENTLEY, GREG KWEDAR
cast: JOEL EDGERTON, FELICITY JONES, KERRY CONDON, WILLIAM H. MACY, CLIFTON COLLINS JR.
durata: 102 minuti
giudizio: 


La vita, dura e selvaggia, di Robert Grainier, operaio tagliaboschi taciturno e solitario che nell' America degli anni '20 abbandona gli studi per dedicarsi alla costruzione della Grande Ferrovia del Nord, sacrificando gli affetti e subendo perdite devastanti... 



E' stata vera la sorpresa di questa Awards Season, soprattutto per il pubblico italiano: candidato a ben quattro premi Oscar e uscito da noi direttamente in piattaforma, quasi in sordina, Train dreams di Clint Bentley è un western crepuscolare e malinconico, americano fino al midollo (e per questo molto apprezzato in patria), ambientato ai primi del Novecento, quando il mito della Frontiera (qui rappresentato iconicamente dalla costruzione della Grande Ferrovia) non era più un sogno nascente ma un'utopia già quasi tramontata sul territorio, dove il passaggio dalla natura incontaminata alla modernità industriale aveva ben presto disilluso coloro che vedevano in quei binari l'occasione per una vita più agiata e meno selvaggia.

E invece la vita degli operai addetti al disboscamento era assai grama: condizioni di lavoro durissime, salute precaria, solitudine, rassegnazione. Un rapporto ancestrale con la natura arcigna, contemplata come presenza viva, con le voci interiori che sembrano emergere dal vento tra gli alberi, i tramonti che si dilatano fino a diventare memoria pura. Lo hanno scritto tutti e lo ribadisco pure io: gli omaggi al cinema di Terrence Malick sono evidenti, anzi, a tratti l'ispirazione è così palese da risultare perfino ingenua, come se il film non volesse nascondere la propria deferenza nei confronti del grande regista dell'Illinois.

Al centro del film c'è la vita di un uomo qualunque, Robert Grainer (interpretato da un cupo Joel Edgerton), un lavoratore che contribuisce alla costruzione della ferrovia e, simbolicamente, alla trasformazione definitiva di un Paese che sta cambiando pelle. Il western qui non è spettacolo, non è duello, non è epopea muscolare: è fatica quotidiana, sudore, odore di legno tagliato e stridore di rotaie sotto la pioggia... con un'idea precisa della Storia: quella secondo cui il nostro destino è compiuto da persone comuni che si ritrovano a vivere passaggi epocali. In questo senso il film ribadisce quanto il western sia un genere immortale, almeno per gli Americani: perchè racconta l'identità profonda di una nazione proprio nel momento in cui smette di essere leggenda e diventa memoria.

E proprio memoria è la parola chiave: Train dreams parla di perdita, di assenze che scavano dentro e cambiano il modo di stare al mondo. E' un film che parla di lutto, ma anche della capacità di andare avanti quando ormai tutto sembra inutile. E' la storia di un uomo "normale" che si ritrova a dover affrontare sfide tremende con una forza che forse nemmeno lui sapeva di avere. Edgerton, pur abbastanza ingessato nel personaggio, costruisce comunque un personaggio che sembra consumato dal tempo e dalla fatica, ma attraversato da una dignità incrollabile.

Visivamente, il film alterna paesaggi vastissimi e interni poverissimi, quasi claustrofobici, creando un contrasto continuo tra la promessa sconfinata della Frontiera e la piccolezza dell'individuo. La natura non è solo sfondo, ma specchio dello stato d'animo del protagonista: indifferente, magnifica, talvolta crudele. Ed è in questo dialogo silenzioso tra uomo e ambiente che sta il cuore del racconto.

Non tutto funziona alla perfezione: qualche passaggio narrativo appare ripetitivo, alcune scelte simboliche sembrano un po' troppo insistite, ma sono sbavature che non compromettono l'insieme. Anzi, contribuiscono a dare al film un tono artigianale, lontano dalle logiche più urlate del cinema contemporaneo. Il risultato è un'opera solida e profondamente umana, capace di toccare corde intime senza scivolare mai nella retorica. Un western che non ha bisogno di sparare per lasciare il segno e che trova nella memoria e nella perdita la sua vera Frontiera da attraversare. Non è un film che urla per farsi notare ma uno di quelli che comunque restano, come il rumore di un treno nella notte.

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