titolo originale: DIGGER (USA/MESSICO, 2026)
regia: ALEJANDRO GONZÁLEZ IÑÁRRITU
sceneggiatura: ALEJANDRO GONZÁLEZ IÑÁRRITU, ALEXANDER DINELARIS, NICOLAS GIACOBONE, SABINA BERMAN
cast: TOM CRUISE, JOHN GOODMAN, RIZ AHMED, SANDRA HULLER, JESSE PLEMONS, SOPHIE WILDE, EMMA D'ARCY
durata: 128 minuti
giudizio: ★★★☆☆
L'uomo più ricco del mondo, il magnate del petrolio Digger Rockwell, prova ad accreditarsi come salvatore del pianeta mentre cerca di rimediare a un disastro ambientale da lui stesso provocato...
Digger è un film prolisso, forse megalomane, di sicuro pretenzioso. Ma va detto che a un regista con cinque Oscar in tasca e una carriera stratosferica alle spalle un azzardo simile si può anche concedere, e merita comunque rispetto. Digger è un'opera che affascina anche quando irrita, e alla fine riesce a convincerti molto più di quanto ti saresti aspettato. Buona parte del merito va a un Tom Cruise in stato di grazia, invecchiato e imbruttito per l'occasione, che anche sepolto sotto chili di trucco ci regala l'interpretazione più libera e coraggiosa della sua carriera recente. Il suo Digger Rockwell, petroliere dal potere sconfinato quanto la sua grettezza, è un mattatore folle che non risparmia nessuno, e strappa un monologo di dieci minuti in un'unica ripresa da applausi a scena aperta. Il sospirato Oscar adesso è davvero possibile: Iñárritu, del resto, aveva già riservato lo stesso trattamento a DiCaprio in Revenant.
Sul piano politico, Digger è una satira caricaturale volutamente sopra le righe: un magnate che si crede onnipotente, un presidente americano narciso e bigotto, di una stupidità disarmante, che fa affari sottobanco con la Groenlandia... ogni riferimento non è certo casuale: è un ritratto feroce di un potere ridicolo e pericoloso, che trama con il miliardario di turno senza che si capisca mai dove finiscano l'uno le colpe dell'altro. Una satira forse fin troppo schematica, con un'America vitale e ignorante contrapposta a un'Europa vecchia e spenta, e non gli si può certo dare torto. Ma il bersaglio è centrato.
Il film è costruito con cura quasi maniacale. La sceneggiatura, scritta a otto mani dallo stesso Iñárritu con i fedelissimi di Birdman (Giacobone e Dinelaris) insieme a Sabrina Berman, è un meccanismo a incastri che regge quasi sempre. Il montaggio tiene insieme diversi livelli narrativi senza mai perdere la bussola, anche se più con precisione che brillantezza. Le scenografie, tra umidità ricreata ad hoc, muffe e ricostruzioni artigianali, restituiscono un mondo in disfacimento che culmina nella splendida ricostruzione dell'aula del Parlamento Europeo, grigia e stantìa proprio come i suoi membri...
Quello che invece manca a Digger è il ritmo. Sulla carta dura 128 minuti, ma quelli "percepiti" sono molti di più. Il sovraccarico di idee e piani narrativi appesantisce il passo e accresce la stanchezza, soprattutto nella parte finale. Non è un film che scorre ma un film che si attraversa, e a tratti con fatica. Il tessuto di citazioni e autocitazioni più o meno colte è fittissimo: alcune dichiarate (come Birdman e Il Dottor Stranamore), altre evidenti (come il Fellini di E a nave va e il precedente Bardo), altre ancora più sottili (tipo Magnolia, anch'esso con Tom Cruise), in un gioco di rimandi che è allo stesso tempo omaggio e autocelebrazione.
Ed è qui che entra in gioco il meta-cinema, la parte più interessante e rischiosa del film e quella che il trailer nasconde meglio. Per la prima mezz'ora Digger sembra davvero la farsa catastrofica che la promozione prometteva, poi Iñárritu gli cambia pelle strutturandolo (senza spoilerare) a livelli di lettura sovrapposti, dove un attore interpreta un attore che a sua volta interpreta un altro personaggio, e il confine tra recitazione e realtà (come in Birdman) qui si dissolve del tutto. Ne nasce una riflessione ostica sul ruolo che l'arte dovrebbe avere di fronte alla catastrofe, e anche la figura stessa di Cruise diventa simbolica: il divo che ha passato una vita a incarnare l'eroe indistruttibile viene messo davanti a uno specchio deformante, e il suo mito stesso diventa materia narrativa.
Alla fine ci si alza un po' storditi e un po' stanchi, con la sensazione di aver assistito a qualcosa di sproporzionato e irregolare, appesantito da un manierismo di fondo che ricorda parecchio quello dell'ultimo Wes Anderson, con un'estetica sfrontata che pare mangiarsi il film. Eppure Digger ha un merito raro: non lascia indifferenti. Il flop commerciale è anche la misura della distanza tra il film che la Warner ha provato a vendere e quello che Iñárritu ha davvero girato: un'opera complessa e per nulla rassicurante, che non poteva conquistare il grande pubblico travestita da commedia. E' un film d'autore che preferisce rischiare grosso piuttosto che ripetersi in piccolo. Il pubblico lo ha punito, la storia del cinema sarà (forse) più clemente.




Posso dire che a me Innaritu dopo il divorzio artistico da Arriaga non convince?mi sembra che prevalga la tecnica sulla sostanza
RispondiEliminaIndubbiamente un po' di manierismo c'è, l'ho scritto. Ed è innegabile che le prime sceneggiature di Arriaga erano senz'altro più graffianti, ma erano altri tempi e un altro cinema. Quello che mi premeva dire è che "Digger", al netto dei difetti oggettivi (che ci sono) non merita certe stroncature che ho letto...
EliminaCruise eccezionale davvero. Il film non l'ho trovato molto originale ma lui è davvero bravo. Spero che quest'anno sia l'anno buono per l'Oscar!
RispondiEliminaBuona serata.
Mauro
Sarà difficile, Mauro. Purtroppo. Agli Oscar conta parecchio il risultato al botteghino e Digger è stato un flop colossale... ma la speranza è l'ultima a morire!
Elimina