sabato 24 ottobre 2026

TEDIOSO, ARIDO, COMPIACIUTO: IL CINEMA ITALIANO CHE NON RIESCE AD EMOZIONARE (NESSUN DOLORE /THE ECHO CHAMBER /UNA STORIA)


C’è anche un cinema italiano che continua a prendersi tremendamente sul serio, convinto che bastino personaggi tormentati e una confezione ricercata per dimostrare autorialità. Poi, però, ci si siede in sala e la sensazione è spesso quella di trovarsi davanti a film stantìi, ampollosi, compiaciuti, incapaci di trasformare le buone intenzioni in emozioni autentiche. Nessun dolore, The Echo Chamber e Una storia, pur nelle loro differenze, finiscono per cadere proprio in questa trappola: racconti che si avvitano su se stessi, dialoghi che spiegano troppo, silenzi che diventano interminabili e una ricerca formale che finisce per soffocare la sostanza. Non basta affrontare temi universali per coinvolgere lo spettatore, così come non bastano grandi interpreti e premesse interessanti per giustificare due ore di cinema che sembrano non passare mai. Il risultato è un cinema che si compiace della propria profondità ma che troppo spesso dimentica di emozionare. E mentre ci si interroga sulla crisi delle sale e sulla difficoltà di riportare il pubblico al cinema, forse sarebbe il caso di chiedersi anche quale cinema gli stiamo proponendo. Perché se il grande schermo diventa sinonimo di pesantezza e autoreferenzialità, non c’è da stupirsi se qualcuno preferisce restarsene a casa... 



NESSUN DOLORE
(di Gianni Amelio, Italia 2026)

Gianni Amelio stavolta non convince, e il fuori concorso a Venezia è sembrata la soluzione più logica. Nessun dolore affronta un tema importante e attuale come l’immigrazione, ma lo fa attraverso una parabola morale che fatica a trovare credibilità e misura. Le intenzioni sono condivisibili, il messaggio è chiaro, ma il racconto procede a strappi, appesantito da dialoghi didascalici e da situazioni spesso forzate, in cui il simbolismo prende il sopravvento sulla naturalezza. I personaggi restano prigionieri delle idee che rappresentano, senza diventare mai persone vere. Anche il senso di colpa del protagonista, interpretato da un Alessandro Borghi sempre generoso, non basta a dare profondità a una vicenda che finisce per girare a vuoto. Valeria Golino e Valerio Mastandrea completano un cast di livello ma sprecato in un film freddo, sussiegoso e troppo compiaciuto delle proprie intenzioni. Amelio conserva qua e là il gusto per le immagini e per i gesti, ma stavolta non è sufficiente: e anche il finale, prevedibile e poco incisivo, lascia più perplessità che emozioni.
giudizio: ★★☆☆☆



THE ECHO CHAMBER
(di Andrea Pallaoro, Italia 2026)



Vedi sopra. Un grande cast internazionale, l’ultima sceneggiatura del maestro Bernardo Bertolucci e una storia potenzialmente intrigante: sulla carta, The Echo Chamber aveva tutto per lasciare il segno. E invece Andrea Pallaoro confeziona un film che ancora una volta si perde nelle proprie ambizioni. Il regista sa dirigere gli attori e costruisce un’atmosfera claustrofobica e intrigante, ma l’insistenza sui silenzi, le inquadrature fisse e i tempi dilatati finisce per trasformarsi in un esercizio di stile molto faticoso, esattamente come le sue opere precedenti. Luca Marinelli si conferma interprete di sostanza, la bella e rediviva Alicia Vikander gli tiene testa e Susan Sarandon aggiunge un tocco di classe, ma nessuno può fare miracoli quando il racconto gira continuamente su se stesso. Quella che vorrebbe essere una riflessione tormentata sul dolore, la dipendenza e la solitudine si smarrisce in una narrazione rarefatta, dove la tensione non decolla mai e le emozioni restano lontane. Due ore che sembrano non finire mai, senza che la lentezza riesca davvero a trovare un senso. Peccato, perché le premesse erano tutt’altro che banali: alla fine, più che un’eco, resta soltanto la noia.
giudizio: ★★☆☆☆



UNA STORIA
(di Anna Foglietta, Italia 2026)

Con Una storia Anna Foglietta esordisce alla regia con buone intenzioni e uno sguardo sensibile, ma anche qui il risultato convince solo a metà. Al centro c’è una coppia di provincia, interpretata da Alba Rohrwacher e Guido Caprino, che si ritrova a fare i conti con le proprie fragilità quando la figlia lascia casa per studiare lontano. Un racconto di ordinaria infelicità, fatto di abitudini, silenzi e insoddisfazioni mai davvero affrontate, che vorrebbe trovare nell’apparente banalità della vita quotidiana una dimensione universale. Il problema è che Foglietta sembra preoccuparsi più della confezione estetica che della sostanza, insistendo su soluzioni visive ricercate che finiscono per raffreddare le emozioni anziché amplificarle. Gli attori sono bravi, soprattutto una Rohrwacher sempre capace di dare spessore anche ai personaggi più trattenuti, ma la scrittura non riesce a scavare abbastanza a fondo nelle loro inquietudini. Ne viene fuori un film elegante ma anche troppo costruito e discontinuo, con un finale che non restituisce pienamente la complessità del percorso. Le premesse c’erano, il talento pure: ma più che una storia da ricordare è un esordio mediocre che lascia più di qualche rimpianto.
giudizio: ★★☆☆☆

Nessun commento:

Posta un commento

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...