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C’è anche un cinema italiano che continua a prendersi tremendamente sul serio, convinto che bastino personaggi tormentati e una confezione ricercata per dimostrare autorialità. Poi, però, ci si siede in sala e la sensazione è spesso quella di trovarsi davanti a film stantìi, ampollosi, compiaciuti, incapaci di trasformare le buone intenzioni in emozioni autentiche. Nessun dolore, The Echo Chamber e Una storia, pur nelle loro differenze, finiscono per cadere proprio in questa trappola: racconti che si avvitano su se stessi, dialoghi che spiegano troppo, silenzi che diventano interminabili e una ricerca formale che finisce per soffocare la sostanza. Non basta affrontare temi universali per coinvolgere lo spettatore, così come non bastano grandi interpreti e premesse interessanti per giustificare due ore di cinema che sembrano non passare mai. Il risultato è un cinema che si compiace della propria profondità ma che troppo spesso dimentica di emozionare. E mentre ci si interroga sulla crisi delle sale e sulla difficoltà di riportare il pubblico al cinema, forse sarebbe il caso di chiedersi anche quale cinema gli stiamo proponendo. Perché se il grande schermo diventa sinonimo di pesantezza e autoreferenzialità, non c’è da stupirsi se qualcuno preferisce restarsene a casa...
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