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mercoledì 10 ottobre 2012

KILLER JOE

(id.)
di William Friedkin (USA, 2011)
con Emile Hirsch, Matthew McConaughey, Gina Gershon, Juno Temple, Thomas Haden Church
VOTO: ***/5

Misteri della distribuzione italiana: Killer Joe esce soltanto adesso dopo essere stato in concorso a Venezia 2011, a oltre un anno di distanza. Stessa sorte (anzi, peggio) dell'ultimo film di Alex de La Iglesia, ovvero Ballata dell'odio e dell'amore, presentato a Venezia 2010 (!) e annunciato in uscita per il prossimo 8 novembre: speriamo... e sempre meglio, comunque, del bellissimo Life without principle di Johnnie To, anch'esso in concorso al Lido la scorsa stagione e tuttora 'disperso' nel listino della Fandango:  viene da chiedersi per quale imperscrutabile motivo i nostri distributori comprino i diritti di questi film per poi lasciarli cadere nel dimenticatoio e ritirarli fuori dai cassetti nell'indifferenza più generale. Mah.

Meglio evitare polemiche e concentrarsi sul film e basta. E allora parliamo di questo Killer Joe, ultima opera dell'arzillo 77enne William Friedkin, decano del gangster-movie a stelle e strisce (ricordiamo che sono suoi capolavori del genere come Il braccio violento della legge e Vivere e morire a Los Angeles) e ultimamente dedicatosi più che altro... alla lirica. Proprio così! Da sempre appassionato di opera, negli ultimi anni Friedkin ha curato gli allestimenti teatrali di spettacoli come l'Aida e Salome, rappresentati in tutto il mondo. Ebbene, l'anno scorso il regista americano è rimasto a lungo in Italia (a Firenze, per la precisione) per dirigere L'affare Makropoulos, e le malelingue dicono che Marco Muller, alla sua ultima direzione artistica della Mostra del Cinema, lo abbia 'convinto' a girare nei ritagli di tempo un film da portare al Lido...

Così (pare) sia nato Killer Joe, che in effetti assomiglia molto ad un allegro 'divertissement', concepito quasi come un passatempo e volutamente impossibile da prendere sul serio: Friedkin infatti abbandona la drammaticità e la tensione per buttarla sul nonsense, realizzando un poliziesco strampalato e 'caciarone', grottesco ma divertentissimo, con personaggi che ricordano molto quelli 'tarantiniani', nel senso che non ce n'è uno che abbia tutte le rotelle al loro posto: a cominciare proprio da Killer Joe, un poliziotto 'sui generis' che per arrotondare lo stipendio si diletta nel tempo libero a fare il sicario... Costui (un Matthew McCounaughey insolitamente bravo) riceve un'offerta da una famiglia di balordi per uccidere l'ex-moglie del patriarca e riscuotere i soldi dell'assicurazione sulla vita.

Naturalmente niente andrà come deve andare: Killer Joe esegue diligentemente il suo compito, ma riscuotere il denaro si rivelerà ben più difficile del previsto. E allora il nostro, da buon 'professionista', in attesa di ricevere i suoi soldi mette le mani (in tutti i sensi) sul 'deposito cauzionale', rappresentato dalla figlia minore del mandatario: una biondina decerebrata ma indubbiamente carinissima...

Aldilà dell'aspetto goliardico, il film è un'amara istantanea sull'America dei bassifondi, delle roulottes trasformate in case, della gente ignorante e senza speranza che ormai è parte cospicua della popolazione americana (e non solo, purtroppo). Friedkin si è sicuramente divertito molto a girarlo, ma il suo sguardo feroce, sarcastico e inevitabilmente pessimista sulla società moderna (principalmente a stelle e strisce) è evidente e intatto.

sabato 19 maggio 2012

TUTTI I NOSTRI DESIDERI

(Toutes nos envies)
di Philippe Lioret (Francia, 2011)
con Vincente Lindon, Marie Gillain, Amandine Dewasmes
VOTO: ****

Ogni arte è figlia del tempo in cui viviamo, e il discorso vale ovviamente anche per il cinema. E in tempi di crisi economica e sociale, ecco nascere di conseguenza un filone che potremo definire 'cinema della crisi': pellicole che portano dentro nella loro anima tutte le ferite e le contraddizioni di quest'epoca, con risultati spesso notevoli. Un primo bell'esempio è stato The company men di John Wells (colpevolmente uscito da noi solo in dvd, e che invito tutti a recuperare), mentre si appresta a sbarcare in sala Margin call, di J.C. Chador, con un cast stellare e una sceneggiatura (si dice) da capogiro. E di cui parleremo tra pochissimo...

Anche la Francia però ha voluto dire la sua. E a suo modo. Lo ha fatto con un regista bravissimo e sottovalutato, quel Philippe Lioret che avevamo già apprezzato col precedente Welcome (dura ma nello stesso tempo 'poetica' stilizzazione dell'immigrazione clandestina), e che torna sugli schermi con un film appassionato e sentito, sinistro eppure commovente, sullo stile del Ken Loach prima maniera. A voler essere cattivi, diremmo che Tutti i nostri desideri è il film che il vecchio 'Ken il rosso' non riesce più a fare, 'ammorbidito' dall'età e (forse) da un pessimismo di fondo sempre più pronunciato.

Tutti i nostri desideri è un dramma giudiziario che ha come sfondo, appunto, la tremenda depressione del nostro tempo. La protagonista è Claire, avvocatessa che si ritrova tra le mani il caso della giovane Celine, madre disperata trascinata in tribunale da un istituto bancario che pretende la restituzione di un prestito a cui la ragazza non è più in grado di far fronte. Le storie delle due donne si intrecciano e si legano indissolubilmente, nonostante un destino tragico: Claire, determinata a difendere la sua cliente a tutti i costi, viene colpita da un male incurabile alla testa che le lascia pochi mesi di vita... ma il desiderio di giustizia e di umanità verso Celine, e l'aiuto prezioso di un collega, Stephane, le infonderanno il coraggio di proseguire nella sua missone. Fino all'ultimo giorno.

Philippe Lioret è un cineasta che riesce in un 'mestiere' difficilissimo: riuscire a toccare il cuore degli spettatori senza ricattarli moralmente e senza eccedere nel vittimismo e nel compatimento. Nessuna spettacolarizzazione del dolore, insomma, ma un film che sa abbinare sapientemente accanto a un dramma sociale ben conosciuto di questi tempi un dramma personalissimo, privato, intenso, che ci fa quasi dimenticare il contesto storico in cui si svolge la vicenda. Tutti i nostri desideri è un film che ci fa riscoprire la dolcezza dell'intimità, la delicatezza e il disperato bisogno di un contatto umano, in qualsiasi condizione.

Ci sono momenti toccanti, di grande effetto pur nella loro fiera sobrietà. Per chi scrive la scena del bagno nel lago ghiacciato resterà impressa nella memoria per lungo tempo. Da sola vale l'intero film. Ma è giusto (doveroso?) vederla tutta, dall'inizio alla fine, questa pellicola che parla di giustizia, coraggio, morte e redenzione, se non altro per apprezzare anche le sue bravissime attrici: tra le quali rivediamo, con grande gioia, la bella Marie Gillain. Sono passati tanti anni da Harem Suare, in cui l'avevamo scoperta e ammirata, ma classe ed eleganza davvero non vengono mai meno.  

domenica 20 novembre 2011

SCIALLA! (Italia, 2011) di Francesco Bruni

Diciamolo subito: Scialla! non è affatto un brutto film, tuttaltro. E' l'opera prima di un noto sceneggiatore che, come tanti suoi colleghi, decide di fare il grande salto dietro la macchina da presa. E Francesco Bruni è stato parecchio furbo, o se volete più accorto di tanti altri: anzichè, infatti, tentare di realizzare subito il 'film della vita', ha preferito giocare sul sicuro con una commedia di stampo molto (troppo) classico, che ha immediatamente fatto gridare al 'miracolo' buona parte della critica italiana, finendo addirittura per essere premiato alla Mostra di Venezia nella sezione 'Controcampo Italiano'.

Ecco, Scialla! è il tipico esempio della pochezza di idee e della mancanza di coraggio del cineasta italiano 'medio'. Ci dispiace dirlo ma è così: tolti i soliti Sorrentino, Garrone, Giordana, Martone e pochi, pochissimi altri, il 'mare magnum' del 'ggiovane' cinema italiano sta tutto in questa commediola ben fatta, ben scritta (e vorrei vedere!), ben recitata, 'carina' quanto vuoi ma emozionante quanto una tazza di camomilla. Scialla! è il classico prodotto di consumo per gli spettatori senza pretese e col palato buono (purtroppo la maggioranza nelle nostre sale, e Bruni è stato scaltro anche in questo), che diverte, fa sorridere, ma che una volta usciti dalla sala evapora come neve al sole, non ti resta veramente niente che valga la pena di essere ricordato.

l'esordiente Filippo Scicchitano
La trama è abusatissima: un giovane studentello problematico, coatto, inconcludente ma brillante, viene parcheggiato in casa del solito professore disilluso ma 'alternativo' , che è anche (ma guarda un pò!) il padre segreto del ragazzo. Ovviamente la convivenza all'inizio andrà di pari passo con i risultati scolastici (chiaramente disastrosi) ma poi, come in ogni commedia che si rispetti, i due riusciranno a capirsi e a recuperare il rapporto. E tutti vivranno felici e contenti...

Stop. Scialla! è tutto qui. Inutile aspettarsi altro, qualsiasi barlume di originalità. Certo, si fanno apprezzare le prove di Fabrizio Bentivoglio (il professore sciroccato venuto dal nord), Barbora Bobulova (la pornostar cresciuta che cerca di 'ripulirsi' la fedina morale) e soprattutto del quindicenne Filippo Scicchitano (lo studente) al suo debutto cinematografico. Bravissimo. Bruni dirige con mano sicura, il film fila via tranquillamente, si fa persino qualche risata.  Ma, aldilà di questo, tutto il resto è veramente noia.

VOTO: **

sabato 12 novembre 2011

'FAUST' E' GRANDE. MA LO SPETTATORE E' DIVENTATO PICCOLO.

La locandina 'internazionale' del film...
Ci sono dei film verso i quali ti senti clamorosamente inadeguato. I tre lettori di questo blog si saranno accorti da tempo che non ho recensito il vincitore del Leone d'Oro di Venezia, ovvero il Faust di Sokurov. Il motivo è semplice: non me la sono sentita, perchè di fronte a un'opera così complessa e grandiosa mi sono dovuto arrendere alla mia impreparazione... Chiamatela pure ignoranza, se volete: non ho mai letto il testo letterario, e certamente vedere un film come questo senza avere basi culturali adeguate è tremendamente difficile. Insomma, non ci ho capito molto e non mi vergogno a dirlo.

Tuttavia, credo che chiunque 'mastichi' un po' di cinema, chiunque abbia un minimo di passione e dedizione verso la settima arte, non possa non riconoscere a Faust la magniloquenza e il rispetto che si merita. Sono dati oggettivi, non sensazioni. Faust è un film monumentale, epico, visivamente grandioso, certo non facilmente digeribile, tuttavia di una bellezza incontestabile.

Quando però leggo articoli di giornale come QUESTO, non posso non prendere atto (per l'ennesima volta, purtroppo) della spaventosa regressione culturale dello spettatore italiano medio. Nell'articolo di Elisa Battistini (ottima giornalista, peraltro) si parla di 'tasso di noia' legato a produzioni come queste, dando per scontato che un film come Faust risulti 'soporifero' a priori, a prescindere dalla 'confezione'. Si parla di 'grande sonno che avanza', di spettatori che dormono in sala o la abbandonano prima, addirittura come di un rimedio consigliato per l'insonnia!

Ecco, io a questa visione delle cose non ci sto. Non so se Faust sia un capolavoro, ma ritengo di poter dire che sia un film bellissimo, faticoso, difficile, ma certamente non noioso. Io l'ho visto a Venezia, alle due del pomeriggio (quindi a stomaco pieno), in lingua originale (in tedesco!) con sottotitoli, eppure non mi sono addormentato, anzi! Maledivo, semmai, la mia assoluta ignoranza verso il testo di Goethe, che mi impediva di apprezzarlo e capirlo appieno,  ma ero tremendamente affascinato da quello che passava sullo schermo, non fosse altro perchè stavo assistendo a un film incredibilmente 'diverso' da tutti gli altri: proiettato in un anacronistico formato 4:3, con 'quadri' , luci e scenografie tendenti  al verde, stile inizio secolo (ricorda molto Il gabinetto del dottor Caligari),  una fotografia 'sporca', un'atmosfera mortifera, putrida, agghiacciante, che ti mette scientificamente a disagio per tutta la durata del film ma che... di sicuro non ti fa dormire!!

...e quella della versione 'italiana'
Non è colpa di Faust se la gente dorme in sala. E' colpa di chi va a vedere Faust senza un minimo di preparazione, senza documentarsi, senza avere idea di quello a cui sta per assistere: una partita di calcio può essere emozionante fino all'infarto, ma se chi la guarda non sa nulla di calcio si addormenterà esattamente come vedendo Faust. Lo spettatore medio non fa alcuno sforzo, perchè non ne ha proprio voglia e non gli interessa, e magari va a vedere un film di Sokurov solo perchè non ha trovato posto nella sala accanto, dove proiettano film infinitamente più noiosi come Il cuore grande delle ragazze di Pupi Avati (che da dieci anni fa sempre lo stesso film), o come il TinTin di un inaridito Spielberg, che prende per i fondelli la gente fingendo di essere ancora 'ingenuo' e 'smaliziato' come ad inizio carriera... e c'è chi casca ancora!

Non si può accusare Faust di essere noioso, se 'noioso' per la gente significa un qualsiasi film che si eleva appena appena dalla melassa commerciale del prodotto da multisala. Così come non si può accusare di 'snobismo' coloro che (giustamente!) dicono che Faust non è un film 'per tutti'. Non lo è perchè richiede, semplicemente, un minimo sforzo in più allo spettatore. Sforzo che l'italiano medio si rifiuta di fare, perchè ormai 'anestetizzato' a tutto (non solo al cinema...). Perfino la locandina italiana di Faust è stata 'aggiustata', nel patetico tentativo di spacciare il film come un 'melò' stile 'Elisa di Rivombrosa' e renderlo più 'commerciale' possibile. Parafrasando Norma Desmond, Sokurov è sempre grande. E' lo spettatore che è diventato piccolo.

venerdì 4 novembre 2011

PIAZZA GARIBALDI (Italia, 2011) di Davide Ferrario

'Gli Italiani non hanno mai fatto una vera rivoluzione, perchè sono fratricidi e non parricidi. Il nostro è l'unico popolo che fonda il suo mito su un fratello che ammazza un altro fratello (Romolo e Remo, ndr) e per un paese che fa della famiglia un culto è una bella contraddizione'. 

Basterebbe solo questo incipit per correre nelle sale italiane (pochissime, purtroppo) a vedere Piazza Garibaldi, ultimo film di Davide Ferrario, accolto da un quarto d'ora di applausi scroscianti alla recente Mostra del Cinema di Venezia. Un documentario folgorante, emozionante, di straordinaria intensità, che sfrutta la struttura 'on the road' usata per il precedente La strada di Levi (dello stesso regista, che raccontava il ritorno da Auschwitz) per ripercorrere ai giorni nostri le tappe della spedizione dei Mille.

Piazza Garibaldi è un toponimo che troviamo ovunque, immancabile: non esiste infatti una sola città italiana che non abbia una piazza o una strada intitolata all' 'eroe dei due mondi'. Ma che cosa resta oggi di quell'impresa? In che stato si trova la memoria storica del nostro paese? E soprattutto, il nostro popolo può dirsi davvero 'unito' a centocinquantanni di distanza? Davide Ferrario gira una pellicola basata proprio sull'identità della nostra gente, in maniera onesta, senza pregiudizi politici o concetti precostituiti. A parlare è proprio la gente, senza filtri e senza commenti da parte della troupe,  che esprime liberamente il proprio pensiero.

Il regista Davide Ferrario
Il film è strutturato proprio come un road-movie, ricalcando esattamente le tappe della spedizione. Si parte così da Bergamo, città che fornì a Garibaldi ben 180 uomini e dove furono 'tinte' di rosso le divise. La cinepresa entra nel liceo dove studiavano quei ragazzi, oggi popolato da giovanotti in abiti firmati e con Ipod al seguito, in una città che è diventata un 'feudo' della Lega Nord... si prosegue poi per Quarto, dove si 'salpa' per raggiungere la Sicilia e quindi Bronte, dove un sindaco di una certa parte politica (che vi lascio immaginare) ha 'rimodellato' a suo modo la storia dell'eccidio. Ed eccoci ora in Basilicata, dove ogni anno gli abitanti di un piccolo paese mettono in scena una rappresentazione del brigantaggio (con i 'banditi' che fanno la parte degli eroi), fino ad arrivare ovviamente a Teano, per intervistare alcuni 'neoborbonici' (ebbene sì, esistono!) che puntano il dito contro lo 'sciacallaggio' del Nord che ha privato il meridione di milioni di posti di lavoro (emblematiche, in questo caso, le riprese fatte a Castel Volturno, sede della 'rivolta' degli immigrati del 2009).

Piazza Garibaldi è un film 'obbligatorio' per chi vuole davvero capire qualcosa dello strano paese in cui viviamo. Un Paese mai effettivamente nato e sempre pieno di perenni contraddizioni, dove la memoria storica è ormai confinata nelle biblioteche e nei ricordi degli anziani. E' un film che vuole dirci come abbiamo perso la nostra identità (ammesso che l'abbiamo mai avuta) e cosa dobbiamo fare per garantirci un futuro. Per questo imperdibile.

VOTO: *****     

domenica 18 settembre 2011

VENEZIA 68: VINCE SOKUROV, ONORE AL MERITO

Alexander Sokurov






Onore al merito. La più bella Mostra degli ultimi anni ha fortunatamente un degno vincitore, capace una volta tanto di mettere tutti d'accordo: sulla vittoria di Alexander Sokurov, infatti, non possono esserci dubbi. Il suo Faust è un film monumentale, che sfiora la perfezione, incredibilmente accurato dal punto di vista dei particolari, capace di ipnotizzare lo spettatore con tecniche filmiche e invenzioni visive assolutamente fuori del comune. Certo Sokurov non è un regista 'facile' e certi aspetti dei suoi film rischiano di sfuggire all' 'umana comprensione' (specie in questo caso, in quanto è il film è filologicamente ispirato all'opera di Goethe, e se non la si conosce a fondo è difficile seguirlo... per questo non l'ho recensito). Tanto di cappello comunque al cineasta russo, finalmente premiato dopo una lunghissima carriera.

Johnnie To
Molti comunque i titoli meritevoli in questo 68. concorso, a cominciare dal mio personalissimo Leone d'Oro, vale a dire Life without principle dell'hongkonghese Johnnie To, uno spietato e avvincente thriller sull'ingordigia umana, i cui protagonisti sono... una valigia piena di soldi e la situazione economica mondiale (vedere per credere!). Niente da dire anche su Carnage (un manuale di recitazione con quattro grandissimi attori, tutti meritevoli di premio. Ma forse è giusto che la Mostra premi nomi nuovi e non pluripremiati, come vedremo in seguito), e pure su Killer Joe (poliziesco strampalato dell'arzillo 76enne William Friedkin) e Dark Horse del sempre interessante Todd Solondz, il Kaurismaki americano.  Buono ma non eccezionale a mio avviso A dangerous method di Cronenberg: molto 'leccato' e convenzionale, insolitamente direi per questo regista. Standing ovation invece per George Clooney e le sue Idi di Marzo,  direi il miglior compromesso tra cinema di qualità e cinema commerciale, e la migliore risposta a chi dice che le due categorie sono 'inconciliabili'.

Michael Fassbender
E non male nemmeno Shame, annunciato film-scandalo, estremo, sgradevole, certamente imperfetto ma di certo non banale, con un bravissimo Michael Fassbender a cui è andata meritatamente la Coppa Volpi per il miglior attore.  Poche parole invece sui due film cinesi premiati, A simple life e People mountain, people sea: non avendoli visti posso dire poco, se non che la Cina sia da sempre un  vecchio pallino di Muller, capace ogni anno di scovare pellicole interessanti e originali nell'immenso paese del dragone.  Insomma, a conti fatti l'unica vera 'ciofeca' del Concorso è stata la 'fine del mondo' in chiave new-age firmata da Abel Ferrara: 4:44 last day on earth è una pellicola al limite del ridicolo, un pasticciaccio autoriale di pessimo gusto, passato giustamente inosservato da giuria, critica e pubblico.

Ermanno Olmi
Le dolenti note arrivano, come al solito, dalla pattuglia italiana: escluso il 'toscanaccio' Gipi, che ha portato al Lido un film stralunato e surreale (L'ultimo terrestre), grottesco ma profondo e genuino pur se imperfetto, il bilancio della selezione nostrana è poco confortante. Non deve ingannare infatti il Premio della Giuria assegnato a Terraferma di Emanuele Crialese, riconoscimento 'politico' e oggettivamente esagerato, voluto per 'ragion di Stato (a Venezia va così...). Crialese fa sempre lo stesso film, e pur essendo ovviamente contenti per lui non sarà certo una statuetta a convincerci del contrario...
Decisamente deludente anche Quando la notte di Francesca Comencini, film che fa quasi rabbia perchè non mantiene le attese! Ad una prima parte, infatti, davvero interessante e avvincente fa da contraltare un epilogo ingardabile, con una love-story tra Timi e la Pandolfi così posticcia da risultare imbarazzante, studiata evidenemente solo per fini commerciali. E certo non aiuta il nostro cinema constatare che, seppur fuori concorso, il miglior film italiano è stato realizzato dall' ottantenne Ermanno Olmi (folgorante il suo ritorno al Lido con Il villaggio di cartone).

Marco Muller
Alla fine però va detto che il vero vincitore della rassegna è stato indiscutibilmente... proprio Marco Muller! Che ancora una volta ha messo in piedi una Mostra interessante e variegata, di ottimo livello qualitativo, senza dubbio una delle migliori alle quali abbia mai assistito. Una 'leggenda metropolitana' sostiene che il cartellone di Venezia e quello di Cannes siano legati da un filo indissolubile, ossia che se  a Cannes c'è, come suol dirsi, 'un bel cast', la Mostra sia povera e viceversa. E invece quest'anno, malgrado la presenza sulla Croisette di gente come Malick, Almodovar, Von Trier, Kaurismaki, i Dardenne, nonchè i nostri Moretti e Sorrentino... e malgrado la concorrenza dura di rassegne vicine temporalmente come Toronto e Locarno (per non parlare della Festa di Roma), al Lido si sono visti film belli e destinati a lasciare il segno. Quest'anno il mandato di Muller è in scadenza, e tutti noi incrociamo le dita...

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sabato 17 settembre 2011

L'ULTIMO TERRESTRE (Italia, 2011) di Gian Alfonso Pacinotti (Gipi)

Per una volta gli alieni sbarcano in Italia, anche se sono identici a quelli di Spielberg. E, sorpresa!, non vogliono nè conquistarci nè sterminarci, semmai farci diventare un po' più buoni e un po' più 'normali'... Sì, perchè nel film d'esordio del fumettista toscano Gian Alfonso Pacinotti (in arte Gipi), gli italiani non fanno proprio una gran bella figura: sono egoisti, cinici, superficiali, puttanieri, incapaci di coltivare qualsiasi rapporto umano. Tutti, tranne uno: il protagonista del film, un' anima candida, semplice, un 'idiot-savant' dal cuore d'oro, che abita in un monolocale privo di qualsiasi arredo in uno squallido condominio di provincia, ai margini del mondo. E non ci vuole molto a capire che è lui il vero 'alieno' di questa storia, l'unico che non ha paura degli strani esseri piovuti dal cielo, che certo non possono essere più 'dannosi' delle persone che gli stanno intorno...

L'Ultimo Terrestre è un film bizzarro, un po' folle, stralunato e inclassificabile, proprio come il suo regista che nei meandri della Mostra del Cinema si aggirava (appunto) come un marziano.  E' una pellicola tenera e nello stesso tempo molto amara, con momenti di grande ilarità alternati a scene disturbanti e apocalittiche, dalle quali si può trarre una lettura chiara e nient'affatto rassicurante: le persone semplici, timide e sensibili non trovano posto in questo mondo dominato dal qualunquismo e dalla voglia di primeggiare a ogni costo. Chi non è capace di 'mostrarsi' e rifugge i canoni di una società misera e arrivista è considerato un 'diverso', un emarginato, una persona da mettere all'angolo e degnare al massimo di uno sguardo compassionevole.

Eppure c'è bisogno soprattutto di queste persone per salvare il salvabile, le uniche in grado di capire che solo ripartendo dall'umiltà e dal rispetto per gli altri si può costruire un mondo migliore. Ma forse solo un'entità superiore può condurci sulla retta via, basta perlomeno riuscire a vederla...  

VOTO: ***

sabato 10 settembre 2011

LIFE WHITHOUT PRINCIPLE (Hong Kong, 2011) di Johnnie To

Un ispettore di polizia onesto e ligio al dovere si trova improvvisamente a corto di denaro perchè la moglie ha speso una fortuna per la caparra di appartamento di lusso che non può permettersi. Un delinquentello di mezza tacca cerca di guadagnare, giocando in borsa, i soldi necessari al pagamento della cauzione del boss mafioso locale. Un'impiegata di banca, per mantenere il posto di lavoro, è costretta a vendere prodotti finanziari rischiosissimi a persone anziane e sprovvedute. Tre storie di ordinario squallore nella Hong Kong di oggi, dove ognuno dei tre personaggi ha uno smodato bisogno di soldi. A fare da collante, una valigia con cinque milioni di dollari di denaro sporco, che cambia continuamente padrone...

A quasi novant'anni di distanza dall'epico Greed, il capolavoro 'maledetto' firmato da Erich Von Stroheim, un regista asiatico torna a girare uno spaccato di grande efficacia e di spaventosa attualità sulla cupidigia umana, dirigendo uno straordinario thriller che ha come sfondo il mondo deviato e malato della finanza e della speculazione internazionale, che costringe non solo i delinquenti ma anche persone oneste e ordinarie, apparente irreprensibili, a rinunciare a qualsiasi principio morale (ecco il significato del titolo) pur di guadagnare più soldi possibile, a scapito della povera gente, solo per mantenere un posto nella scala sociale.
La valigia piena di contanti, vera protagonista del film, passa di mano in mano, lasciandosi dietro una scia di sangue e finendo nel posto più impensato possibile, cambiando il destino (nel bene e nel male) di tutti quelli che la intercettano. Alla fine, però, nessuno potrà ritenersi davvero 'pulito' e immune al cospetto del dio denaro.

Diavolo di un Marco Muller! Mentre tutti noi appassionati stavamo già a sfogliare la rosa dei candidati al Leone d'oro, ecco che proprio l'ultimo film in concorso, proiettato a notte fonda in una Sala Grande semivuota, si candida più che autorelvolmente al premio più ambito. Non sappiamo se l'americano Aronofski, presidente di giuria e regista 'onirico' e concettuale, terrà nella dovuta considerazione questo capolavoro... fosse per noi, non ci sarebbero davvero dubbi: Life without principle è il film che più ci ha colpito e emozionato, seppure mettendoci clamorosamente a disagio. Con buona pace di Oliver Stone, è il vero Wall Street del nostro tempo: Johnnie To ha costruito una pellicola magistrale, di impressionante drammaticità e dall'impeccabile contenuto tecnico e stilistico, che occhieggia furbescamente ai grandi classici del passato. Inevitabile, infatti, non pensare a Rapina a mano armata. Solo che qui, al posto delle pistole, ci sono le banche  ... il mondo cambia, non necessariamente in meglio.

VOTO: ***** 

KILLER JOE (USA, 2011) di William Friedkin

Se Killer Joe fosse stato in Concorso a Venezia lo scorso anno, con Tarantino presidente di giuria, credo che le sue quotazioni per il Leone d'Oro sarebbero state altissime. Quest'anno magari un po' meno, ma quello che conta è che il 76enne regista americano, decano del gangster-movie a stelle e strisce (ricordiamo che sono suoi capolavori del genere quali Il braccio violento della legge e Vivere e morire a Los Angeles) è ancora perfettamente lucido e in palla, e questo Killer Joe può essere considerato un allegro 'divertissement', impossibile da prendere sul serio ma esilarante per chi lo guarda: una vera goduria!

Friedkin infatti abbandona la drammaticità e la butta sul nonsense, dirigendo un poliziesco strampalato e volutamente 'caciarone', grottesco ma divertentissimo, con personaggi che ricordano molto, perlappunto, quelli 'tarantiniani'. Nel senso, per capirci, che non c'è uno che abbia tutte le rotelle al suo posto: a cominciare proprio da Killer Joe, un poliziotto 'sui generis' che per arrotondare lo stipendio si diletta nel tempo libero a fare il sicario... Costui (interpretato da un Matthew McConaughey 'stranamente' bravino) riceve un offerta da una famiglia di balordi per eliminare l'ex-moglie del patriarca e riscuotere il denaro dell'assicurazione sulla vita.
Naturalmente niente andrà come deve andare: Killer Joe esegue alla perfezione il suo compito, ma riscuotere il denaro sarà più difficile del previsto. E allora, come 'deposito cauzionale', il nostro è intenzionato a mettere le mani (in tutti i sensi) sulla figlia minore del mandatario, una biondina decerebrata ma indubbiamente carinissima...

Ma, aldilà dell'aspetto goliardico, il film è un'amara istantanea sull'America dei bassifondi, delle roulottes trasformate in case, della gente ignorante e senza speranza che ormai è parte cospicua della popolazione a stelle e strisce. Friedkin si è sicuramente divertito molto a girarlo, ma il suo sguardo feroce, sarcastico e inevitabilmente pessimista sul'americano medio è evidente e intatto.

VOTO: ***

giovedì 8 settembre 2011

QUANDO LA NOTTE (Italia,2011) di Cristina Comencini

Ci sono film che talvolta ti fanno proprio arrabbiare. Non tanto perchè sono brutti, ma per come potevano essere e come invece sono diventati. Specie se l'imbruttimento è dovuto a logiche commerciali che non vorremmo mai vedere, almeno a una Mostra del cinema. Ecco, Quando la notte, il nuovo lungometraggio di Cristina Comencini, in concorso a Venezia, fa parte di questa categoria. E lo dico con profondo rammarico perchè, proprio il sottoscritto che non ha mai amato troppo questa regista, all'inizio stava quasi per ricredersi, salvo poi...

Andiamo con ordine: Quando la notte è un film che comincia benissimo, si sviluppa benino, e naufraga clamorosamente nel finale. L'inizio è davvero dirompente: l'idea di base è ottima, e si capisce bene che è un tema che alla regista sta molto a cuore, tanto da risultare veramente bello, sconvolgente e 'sentito'.
Si parla della difficoltà di essere madre, della paura di mettere al mondo un figlio e di non ritenersi all'altezza del compito. Una giovane donna (Claudia Pandolfi) si reca in vacanza in un minuscolo paesino di montagna, in compagnia solo del suo bambino. Il marito è lontano, il posto isolato e bellissimo, forse fin troppo incantevole e tranquillo, di un silenzio assordante. La ragazza è caratterialmente fragile e insicura, pur se amorevole e materna. Ma il bimbo è nervoso, irrequieto, respira male e piange in continuazione, a ogni ora del giorno e della notte. La mamma cerca in tutti i modi di calmarlo, con scarsi risultati. E rischiando l'esaurimento nervoso.
Finchè una notte...

Se il racconto proseguisse su questo piano, il film poteva essere un magnifico psico-thriller. E invece ecco che nella seconda parte arriva quello che mai avremmo voluto vedere. La donna (non vi diciamo come e perchè)prende una cotta disperata per un guardiaboschi rude, 'selvaggio', timido e molto problematico (parte che si addice a Filippo Timi come a me quella di James Dean in 'Gioventù  Bruciata'... dispiace per  il 'povero' Timi, attore interessantissimo). Una storia d'amore posticcia, fasulla e assolutamente non credibile, che fa prendere al film una deriva melò da renderlo stucchevole e melenso. E non ci vuole molto a capire che è stata, con ogni probabilità, una scelta imposta dalla produzione per fini esclusivamente commerciali. 

Un vero peccato, perchè un soggetto del genere meritava più rispetto. E poteva venirne fuori una storia di quelle 'universali', che funzionano a tutte le latitudini e che mancano come il pane al cinema italiano. Tutto questo per un pugno di spettatori in più... in nome di una certa ottusità di vedute che, purtroppo, non è prerogativa solo del nostro cinema.

VOTO: **

4:44 LAST DAY ON EARTH (USA, 2011) di Abel Ferrara

'Un brutto film, se è anche d'autore, è mille volte più brutto". Non ricordo chi ha pronunciato in passato questa frase, ma chiunque sia stato aveva maledettamente ragione! E' vero: ci sono registi famosi che, una volta esaurita la fase creativa (per carità...è umano, può succedere, e non c'è niente di male) rifiutano di arrendersi all'evidenza e sfornano opere di una tale bruttezza che, se a dirigerle fosse stato un esordiente, lo avremmo rincorso per prenderlo a calci. E invece, di fronte a certe eminenze grigie (grigie solo per mancanza di idee, beninteso) si nota sempre una certa pietosa, stucchevole indulgenza: quasi fosse un peccato di lesa maestà parlarne male... un po' come quando dovete dire a un anziano che non è più in grado di fare certe cose ma, per affetto o remissione, non trovate il coraggio di farlo.

Veniamo al punto: lo avrete capito, 4:44 last day on earth, l'ultimo film di Abel Ferrara, è una ciofeca clamorosa. Il film più irritante e imbarazzante visto qui al Lido, 'catastrofico' in tutti i sensi e talmente carico di comicità involontaria da riabilitare, addirittura, il film di Garrel con la Bellucci (è tutto dire...). L'argomento è di quelli non proprio originalissimi: si parla della fine del mondo. Esattamente dell'ultima notte dell'umanità... secondo Ferrara, infatti, la Terra finirà di esistere esattamente alle 4:44 di un mercoledì notte, non un secondo di più, nè uno di meno. Come? Ovvio, a seguito della classica 'catastrofe ecologica' che causerà per quell'ora una terrificante esplosione che cancellerà il nostro pianeta dalla Galassia. Ovviamente non si sa nè come nè perchè, anche perchè fuori è tutto tranquillamente normale. Non c'è assolutamente niente fuori posto, il traffico di New York scorre regolare, case, animali e piante sono sempre lì, la gente si prepara ad affrontare  l'Apocalisse come se stesse per andare in ufficio...

E voi invece come vi sentireste se foste proprietari di un loft a Manhattan, condiviso con la vostra dolce e tenera mogliettina, ad aspettare la fine del mondo? (ovviamente la fanciulla è bellissima, ha velleità artistiche ed è, chiaramente, molto, molto più giovane di voi). Che cosa fareste? Come 'ingannereste' il tempo in attesa dell'ora fatale? Ovvio! Scopando come ricci, dipingendo quadri astratti, mangiando cibo cinese, guardando la tv, magari andando a salutare i vicini di casa che, per ringraziarvi della visita, vi regalano pure qualche bella pista di cocaina...

Vi pare impossibile? Non ci credete? Eppure è tutto terribilmente vero! In questo inimmaginabile pastrocchio Abel Ferrara vuole davvero spiegarci che il destino è ineluttabile (che scoperta!) e che dobbiamo accettarlo serenamente e con metodo zen (non a caso la coppia di protagonisti è buddista praticante). Meglio se abbracciati teneramente al proprio compagno stesi sul pavimento a copulare... certo che sarebbe davvero il sogno di tanti! Impossibile, insomma, prendere sul serio una roba del genere. E dispiace che a ridursi così in basso sia un regista 'di culto' ancora amatissimo da intere generazioni di cinefili.
Ma, caro Abel, se la pietà non si nega a nessuno, la pazienza sì. Qualcuno gli dica di smettere.

VOTO: *

IL VILLAGGIO DI CARTONE (Italia, 2011) di Ermanno Olmi

Dio benedica Ermanno Olmi. E, dato che tanto non ci sente e non ci legge, siano benedetti anche i suoi acciacchi e la sua vecchiaia (scherzo, ovviamente!). Molti anni fa, felicemente guarito da una grave malattia, il regista bergamasco scrisse e diresse La leggenda del santo bevitore, fu il suo modo di far capire che era tornato alla vita. Oggi, dopo aver annunciato da tempo il suo ritiro dalle scene, complice una banale caduta da letto che lo ha immobilizzato per due mesi e lo ha 'costretto', per non impazzire (dice lui) a scrivere una nuova sceneggiatura, il 'grande vecchio' del cinema italiano torna con un film nuovo di zecca. Un ennesimo piccolo miracolo, raro e prezioso.

Il villaggio di cartone inizia con un vecchio prete, malfermo e spaurito, che viene portato via a forza mentre sta cercando di officiare la Messa: la chiesa infatti è stata sconsacrata, e i facchini smontano e portano via tutte le suppellettili, compreso il grande crocifisso di legno che viene sganciato dal soffitto. L'edificio resta così desolatamente vuoto, buio e triste, occupato solo dal suo unico ospite. Ma lo sarà per poco... perchè durante la notte un gruppo di immigrati clandestini si rifugia all'interno della chiesa e vi si stabilisce, creando una piccola, precaria comunità. Ed ecco, dunque, compiersi il miracolo: quello spazio vuoto di colpo torna a riempirsi di vita, e quelle persone tornano a ridare un senso a quelle pareti, che ora assurgono di nuovo alla loro funzione originaria: l'ospitalità.

Anche l'anziano sacerdote, con le ultime forze che gli rimangono, riacquista una propria personale dignità e anche una nuova ragione di vita, a cui terrà fede fino alla fine, infischiandosene delle assurde e inumane leggi sull'immigrazione, indegne di un paese civile, e dell'ottusità con le quali vengono fatte rispettare (argomento questo trattato anche da Emanuele Crialese in Terraferma, segno evidente che quest'anno alla Mostra le tematiche sull'immigrazione e la tolleranza non erano certo casuali. Per fortuna, verrebbe da dire).

Il villaggio di cartone è una tenerissima favola moderna, narrata sotto forma di parabola cristiana, in un linguaggio volutamente semplice, quasi naif, con parole chiare e dirette allo scopo affinchè tutti capiscano. E' un film, appunto, sulla cristianità, intesa non tanto come appartenenza a una religione, ma nel senso più ampio del termine: vale a dire sul diritto all'accoglienza, alla pietà, al rispetto per chi è meno fortunato. Ed è anche, nemmeno troppo velatamente, un duro attacco alla Chiesa Cattolica e alla suo progressivo e inesorabile scollamento con la realtà, vale a dire con i fedeli, che non vi si riconoscono più. La Chiesa di oggi, dice Olmi, è come quell'edificio vuoto e abbandonato, senza nemmeno il crocifisso: solo tornando a parlare con la gente si riempirà di nuovo, e occorre farlo da subito. Come ha detto lo stesso regista in conferenza stampa, "Se non apriamo le nostre case, compresa la casa più intima, che è il nostro animo, siamo solo uomini di cartone".
Grazie, maestro.

VOTO: ****

mercoledì 7 settembre 2011

DARK HORSE (USA, 2011) di Todd Solondz

Con un po' di sana irriverenza, non è blasfemo considerare Todd Solondz il Kaurismaki americano. Da anni infatti ci regala ad ogni film storie di ordinaria diversità e emarginazione: i personaggi  dei suoi film sono uomini e donne ai confini della società, grotteschi, stralunati, talvolta odiosi, ma comunque degni un posto nel mondo. E invece il più delle volte questi uomini e donne appaiono 'invisibili' ai più, come oggetti misteriosi, alieni, ingiustamente dimenticati. Esattamente come Abe, il protagonista di Dark Horse, in concorso a Venezia e salutato con lunghi applausi da parte di pubblico e critica. Abe è un omone grande e grosso afflitto dalla sindrome di Peter Pan: è infantile, indolente, colleziona fumetti e giocattoli, vive ancora con i genitori (che lo considerano un ritardato  buono a nulla) , passa le proprie giornate nella sua cameretta da adolescente  èd è  apparentemente incapace di qualunque relazione sociale...  

Già,apparentemente. Perchè ogni persona ha un lato umano, anche il peggior inetto, delinquente o disadattato che sia. E troppe volte la nostra cultura dell'apparenza ce lo fa dimenticare. Abe è innamorato di Miranda, una bellissima ragazza incontrata per caso a un matrimonio: lei è malata, depressa, irrealizzata. Ogni suo progetto futuro è andato in fumo e non trova più alcuna ragione per sopravvivere. Ovviamente disprezza Abe, e non si premura neanche di nasconderglielo: ma la disperazione e la tragica mancanza di alternative la spingono ad accettare la sua proposta di matrimonio. Ma Solondz non racconta favole, si limita ad osservare le persone, o meglio un certo tipo di persone. E questa storia finirà come deve finire... al netto di qualche sorpresa.

Dark Horse è un film spiazzante, anche (soprattutto) per i fan del regista, che all'inizio stentano a riconoscere il suo tocco in quest'opera che, seppur tragicamente, dapprima strappa non poche risate per sarcasmo e humor nero. Salvo poi, a poco a poco, ritornare nei binari consoni e farci amaramente riflettere su quanto sia difficile (per tutti!) ritagliarsi uno spazio in mezzo alla 'normalità' . Magari non vincerà il Leone d'Oro, ma potete star certi che questo piccolo film vi scuoterà almeno un pochino, e forse una volta usciti dal cinema guarderete il mondo con occhi diversi.

VOTO: ****

WUTHERING HEIGHTS (GB, 2011) di Andrea Arnold

Quando si decide di portare sul grande schermo l'ennesima versione di un grande classico della letteratura, generalmente si hanno a disposizione due possibilità: o lo si re-interpreta ex-novo, rivoltandolo come un calzino, 'stravolgendolo' temporalmente e adattandolo al nuovo contesto (ne è un mirabile esempio, per dire, il Romeo e Giulietta di Baz Luhrmann), oppure ci si addentra nella strada più accidentata, cioè quella di rispettare il testo letterario e cercare di tirarne fuori una versione 'classica' che però non sia 'già vista' ancor prima di iniziare.

Esattamente come nel caso di quest'ultimo nuovo adattamento di Cime Tempestose: la regista inglese Andrea Arnold sceglie coraggiosamente la seconda ipotesi, cimentandosi in un'opera che fu già in passato pane per i loro denti anche per Luis Bunuel e William Wyler. E lo fa cercando effettivamente di dare un tocco personale al film: chi scrive ricorda di aver apprezzato la Arnold nel suo precedente lavoro, il duro Fish Tank (storia di un'adolescente indigente e  ribelle che sogna di sfondare nella danza), e bisogna dire che anche in questa rilettura del classico di Emily Bronte, il proprio stile 'impetuoso' e senza fronzoli viene indubbiamente fuori: le figure di Heathcliff e Catherine sono personaggi carnali, violenti, tumultuosi, quasi 'selvaggi': azzeccata la scelta far interpretare il personaggio di Heathcliff a un attore di colore, in modo da accentuare ancora di più le differenze e le disparità sociali dell'epoca e, indirettamente, anche del presente...

Detto questo, però, le qualità del film si fermano purtroppo qui. Tutto il resto delude, e neanche poco: intanto per la durata-fiume della pellicola: due ore e dieci minuti per rappresentare poco più di metà del libro (la storia si chiude dopo la morte di Hindley, con Heathcliff che eredita la tenuta), semplicemente interminabili causa lo scarso ritmo impresso alla narrazione, che troppo spesso indugia in inquadrature contemplative e meramente autoreferenziali. Quasi irritante infatti il taglio didascalico e manieristico del film, che non appassiona mai e che troppo spesso ti costringe a guardare l'orologio. Ma la cosa più grave, a nostro modestissimo parere, sono le scelte di casting totalmente sbagliate, in particolar modo nei due attori principali: oggettivamente davvero scarsi (parlo di Heathcliff e Catherine adulti), a livello di fiction televisiva. Quasi comica poi la 'trasformazione' di Catherine da adolescente a adulta: la vediamo da piccola mora, paffutella e indomita, un vero maschiaccio (come dev'essere) e la ritroviamo, pochi anni dopo, biondissima, sottomessa e magra come un grissino... ma davvero non c'era di meglio?

VOTO: **

martedì 6 settembre 2011

QUESTA STORIA QUA (Italia, 2011) di Alessandro Paris e Sibylle Righetti

Premessa doverosa: chi scrive non è un fan di Vasco Rossi, pur apprezzandolo e stimandolo come artista. E per questo mi sento molto tranquillo e per niente condizionato nell'affermare che Questa storia qua, il suo documentario-biografia realizzato dai giovanissimi registi Alessandro Paris e Sibylle Righetti, è stata per adesso la più bella emozione di questa prima metà della Mostra.

Vasco infatti è riuscito in un'impresa non facile: ha 'umanizzato' la platea di Venezia, 'costringendo' il pubblico degli addetti ai lavori, per una volta, a 'dimenticarsi' di essere a un festival del cinema e a partecipare attivamente ad un grande evento corale, una festa, un'esperienza difficilmente ripetibile e paragonabile a una rassegna come questa. In una Sala Darsena gremita, si sono infatti 'confrontati' due tipi molto diversi di spettatori: da una parte i fan di Vasco (molti dei quali arrivati in massa direttamente da Zocca), dall'altra la platea di cinefili, gli abituali frequentatori del Lido. Logico che questi ultimi abbiano registrato una certa iniziale diffidenza, per non dire 'insofferenza', verso una fetta di pubblico non canonico e non esattamente 'rispettoso' del bon-ton festivaliero: durante la proiezione applausi, risate, urla, cori, lacrime si sono sprecate...

Ma poi, man mano che le immagini di repertorio si susseguivano sullo schermo (alcune davvero intime e rarissime), accompagnate ora dalle canzoni, ora dalla viva voce del protagonista, ecco che il 'miracolo' si è compiuto: tutta la sala si è 'adeguata' all'atmosfera dell'evento (perchè di questo bisogna parlare), capendo che QUELLO era l'unico modo di assistere al film, e finendo per lasciarsi coinvolgere e trasportare dal fiume di immagini e di emozioni che ha contagiato TUTTI quanti gli spettatori, dal primo fino all'ultimo, che alla fine hanno tributato un lungo applauso a quest'opera bellissima e inclassificabile, commovente e personale, emozionante e, soprattutto, umana.

E' un Vasco, infatti, sorprendentemente intimo e sensibile quello che vediamo durante i 75 minuti di pellicola. Un Vasco malinconico, scherzoso, quasi 'crepuscolare', che ricorda ed elogia un passato e un mondo che da tempo non gli appartiene più: quello dell'infanzia e degli amici perduti, qualcuno dei quali se n'è andato maledettamente troppo presto (Massimo Riva), quello delle radio libere, delle feste di paese, dei momenti di svago in un posto 'fuori dal mondo', dove 'non c'era molta cultura ma dove l'isolamento ti costringeva a stringere rapporti con tutti'. Un Vasco nostalgico, che si rifugia a Los Angeles per registrare in santa pace e, soprattutto, perchè nessuno lo riconosce e può andare a fare la spesa al supermercato, sentirsi finalmente una persona 'normale'...

Questa storia qua funziona perchè non ritrae il suo protagonista negli stadi, al culmine del successo e circondato da folle oceaniche. Ci mostra invece il lato intimo del personaggio, lo mette a nudo, ci fa apprezzare la sua semplicità e le sue manie, le sue paure e le sue dipendenze. Sembra quasi che Vasco diventi davvero 'uno di noi', che sia possibile toccarlo, abbracciarlo, spronarlo. Quando partono le note di 'Anima fragile' viene quasi un groppo alla gola, sembra che quella canzone riguardi proprio lui, lui stesso. Il film è toccante e rispettoso del pubblico, per nulla agiografico e felicemente 'pudico': Vasco parla al suo pubblico con la SUA voce, ma in questi momenti sullo schermo non compare mai, rimane timidamente in disparte, con l'umiltà e la consapevolezza di chi sa bene non c'è bisogno di 'apparire' ulteriormente... che quelle immagini bastano e avanzano per spiegare tutto.

Sia chiaro, nessuno vuol sostenere la tesi che Vasco sia un esempio da seguire, o un'icona da 'santificare'. Lui stesso sa di non esserlo e di sicuro non lo vuole. Però il Vasco che esce dal film è una persona che ha imparato a combattere, a non arrendersi, a inseguire caparbiamente un sogno per il quale sapeva di essere portato, a dispetto di tutti. Un uomo che ha trovato il coraggio di lottare, che ha saputo trovare il suo posto nel mondo.
Uno che spesso non è stato capito, che ha vissuto la sua Vita spericolata, e che ora non ha difficoltà a girarsi indietro.
Questa è la SUA storia. Bellissima.

VOTO: ****