venerdì 22 maggio 2026

THE LONG WALK



titolo originale: THE LONG WALK (USA, 2025)
regia: FRANCIS LAWRENCE
sceneggiatura: JT MOLLNER
cast: COOPER HOFFMANN, DAVID JONSSON, MARK HAMILL, CHARLIE PLUMMER, GARRETT WAREING, JUDY GREER
durata: 108 minuti
giudizio:




In un presente distopico gli Stati Uniti sono oppressi da una rigida dittatura militare, nonchè stremati dalla crisi economica. In questo duro contesto il regime, per distrarre le masse, organizza ogni anno una gara estrema di marcia cui partecipano cinquanta ragazzi, uno per ogni stato. Le regole sono semplici: chi arriva primo vince una fortuna, chi rimane indietro viene ucciso...



E' decisamente l'anno di Stephen King, almeno al cinema. Dopo il commovente The life of Chuck e il muscolare The Running Man, ecco che arriva in sala un'altra trasposizione letteraria del grande scrittore americano, avvalorando quella che da sempre è la mia idea: se un soggetto è buono (anzi, ottimo in questo caso) è molto, molto probabile che lo sarà anche il film... aggiungete poi il fatto che quando si parla di distopie e survivor-movies, quale regista meglio di Francis Lawrence può essere scritturato per un'opera del genere? L'autore di Io sono leggenda e di quasi tutta la saga degli Hunger Games firma con The long walk un'altra lucida anatomia dell'oppressione, un'opera "sporca" e senza fronzoli che restituisce tutto lo spirito di quello che, a tutti gli effetti, è stato il primo romanzo in assoluto scritto da King...

La lunga marcia (il libro) fu infatti concepito intorno al 1966/67 (fonte Wikipedia), quando l'allora sconosciuto King usava ancora lo pseudonimo di Richard Bachman, anche se finì per essere pubblicato solo nel 1985. Perchè faccio questo excursus storico? Per sottolineare una singolare coincidenza: all'incirca nello stesso periodo (siamo nel 1969) il regista Sydney Pollack faceva uscire al cinema un altro capolavoro claustrofobico oggi quasi dimenticato. Il film era Non si uccidono così anche i cavalli?, un dramma nerissimo ambientato ai tempi della Grande Depressione la cui trama è sorprendentemente simile a quella di The long walk: si parlava infatti di una massacrante maratona di ballo, i cui derelitti partecipanti dovevano resistere in pista per giorni interi, senza mai fermarsi, rischiando la vita per vincere un illusorio premio in denaro.

Ovviamente, lo ribadisco, si tratta di una pura e semplice coincidenza dal momento che King e Pollack all'epoca nemmeno si conoscevano. Eppure il collegamento tra le due opere è totale, quasi genetico, a dimostrazione delle nubi nere che si  già allora si addensavano sulla società americana, già messa a dura prova dalla "sporca guerra" del Vietnam. Se in Non si uccidono così anche i cavalli l'orrore era rappresentato da una cruenta gara di ballo, in The long walk assistiamo a una marcia della morte in un'America fascistoide e violenta, oppressa e militarizzata. In entrambi i casi lo spettacolo si trasforma in una spietata metafora capitalista: l'intrattenimento dei disperati, la mercificazione della sofferenza umana trasformata in show per le masse e l'utopia di una ricompensa finale che in realtà annienta l'anima ancora prima del corpo.   

In The long walk (il film) la scommessa, vinta, sta tutta nella messinscena: sebbene per l'intera durata, quasi due ore, non si vedono altro che ragazzi in marcia lungo una strada desolata, senza alcun cambio di location nè inquadratura, la pellicola regge perfettamente il ritmo e mantiene una tensione costante e asfissiante, incollando lo spettatore allo schermo. A tenere in piedi questa sfiancante allegoria sulla dittatura contribuisce anche la straordinaria bravura dei due attori protagonisti: e se del "figlio di cotanto padre" Cooper Hoffmann (nei panni del protagonista Garraty) sapevamo di poterci fidare, è doveroso elogiare anche la prova, significativa, del suo partner David Jonsson che interpreta McVries. I due, insieme, regalano un'alchimia fraterna e disperata che diventa il vero cuore pulsante dell'opera. Incisivo anche il ruolo di un irriconoscibile Mark Hamill nei panni dello spietato Maggiore dell'esercito, simbolo dell'arroganza del Potere.

Ma Lawrence e il suo sceneggiatore JT Mollner non si limitano a trasporre pedissequamente il romanzo di King, dedicandosi invece a un'operazione politica coraggiosa e radicale che arriva a riscrivere il finale del libro dandogli un'interpretazione molto meno aperta e più coerente con i nostri tempi difficili. Senza spoilerare troppo, diciamo che mentre nel libro assistiamo al crollo psicologico di un singolo (Garraty), il film trasforma l'epilogo in un atto disperato di ribellione (ma non vi diciamo quale). Vi basti sapere che Lawrence sposta l'obiettivo dall'alienazione privata alla macelleria sociale: l'illusione ottimistica del sistema crolla quando la vittima usa l'unica libertà concessagli da Potere per distruggere il Potere stesso. Una scelta che contraddice la rassegnazione del testo originale lasciandoci non con la follìa di un singolo ma con le macerie di un regime dispotico privato, sanguinosamente, di uno dei suoi simboli.

Dispiace, davvero, che la pessima distribuzione italiana abbia pesantemente penalizzato The long walk gettandolo nei cinema con il contagocce e senza la minima promozione, quasi fosse un b-movie clandestino da nascondere e da sacrificare sull'altare di blockbuster senz'anima. Un vero peccato, perchè un'opera di questo spessore sarebbe potuta diventare facilmente uno dei "casi" cinematografici dell'anno.
  

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