regia: JAMES VANDERBILT
sceneggiatura: JAMES VANDERBILT
cast: RUSSELL CROWE, RAMI MALEK, MICHAEL SHANNON, LEO WOODALL, RICHARD E. GRANT, JOHN SLATTERY, LYDIA PECKHAM
durata: 148 minuti
giudizio: ★☆☆☆☆
La cronaca del processo più famoso della storia ricostruito attraverso gli occhi di uno psichiatra che ha il compito (ingrato) di tracciare i profili psicologici dei gerarchi nazisti superstiti, tutti imputati di crimini contro l'umanità, tra i quali spicca la figura mefistofelica di Herrmann Göring, numero due di Hitler e ex comandante della Lutwaffe.
Lo dico senza troppi giri di parole: Norimberga è uno dei film più brutti che mi sia capitato di vedere di recente. Ma brutto davvero. E non di una bruttezza innocua, fine a se stessa, cui siamo abituati (altrimenti sarebbe in buona compagnia), ma di una bruttezza di quelle "pericolose", che fanno male, perchè quando si decide di trattare la storia a pesci in faccia, raccontando una delle pagine più drammatiche della storia umana alla stregua di un fotoromanzo, di un melodrammone in costume, si fa innanzitutto un torto alle decine di milioni di vittime di guerra, che avrebbero meritato una trattazione il più rigorosa e rispettosa possibile, e si fa anche un torto allo spettatore propinandogli un qualcosa che non ha nulla a che vedere con il film di denuncia che si aspetterebbe, ma gli si sbatte in fronte un polpettone di due ore e mezza dove mai nemmeno per un minuto gli si fa comprendere gli orrori di un evento di tale portata.
E' infatti prima di tutto il tono ad essere clamorosamente sbagliato in Norimberga. Davanti a un siffatto evento storico, che dovrebbe farci tremare ancora per quello che racconta, il film di James Vanderbilt sceglie invece la strada più rassicurante possibile: leviga, smorza, addomestica la tragedia e la restituisce in una forma perfettamente elegante e digeribile, come se il processo ai criminali nazisti fosse soprattutto un problema di messinscena e non una voragine etica. Vanderbilt affronta Norimberga con lo sguardo tipico del cinema americano medio, commerciale, dove l'orrore rimane sempre in superficie e la realizzazione rifugge qualsiasi ambiguità davvero dolorosa. Tutto è stemperato, spiegato come in un sussidiario delle scuole medie: è un bignami, un film che parla molto ma non dice nulla, che pretende rispetto senza fare nulla per guadagnarselo sul campo.
Le lacune sono strutturali: la sceneggiatura è un susseguirsi di finte scene "madri" che in realtà non producono mai una vera tensione, i conflitti morali sono enunciati ma non affrontati, e la Storia diventa null'altro che un fondale dove si muovono personaggi schematici, più funzionali che umani. Pedine del gioco. Anche le interpretazioni, alcune molto sbandierate dalla critica, finiscono per essere parte del problema: Russell Crowe resta un grande attore e costruisce un Göring impeccabile sul piano tecnico, magnetico, addirittura fascinoso, ma proprio per questo pericolosamente innocuo, perchè il film sembra interessarsi più alla sua presenza scenica piuttosto che al "mostro" che rappresenta. E' un Göring che sa intrattenere, reggere la scena, ma che non inquieta mai, non fa mai davvero paura.

Rami Malek, che interpreta lo psichiatra che deve interrogarlo, dal canto suo si ritrova intrappolato in un ruolo scritto malamente e costretto a recitare dialoghi imbarazzanti, fino a sconfinare nel ridicolo. Le sue conversazioni con Göring più che sedute di psicanalisi sembrano amabili discussioni sul tempo che passa tra due amiconi che si conoscono da una vita, mancano sono tè e pasticcini... io dico: ma come si fa a immaginare una conversazione con un criminale di guerra detenuto in regìme di massima sicurezza (il numero due di Hitler, cavolo!) bellamente spaparanzato su un divanetto e che scambia educatamente battute da galateo? E che dire poi di un altro grandissimo attore, Michael Shannon, colpevolmente sotto utilizzato e confinato in un ruolo che lo ingessa (quello della pubblica accusa) e costretto a sforzarsi di apparire credibile e coerente in un film che invece invece si preoccupa principalmente di smussare ogni angolo.
In Norimberga tutto è soppesato, anestetizzato, come se il regista temesse che un eccesso di rigore e di crudeltà potesse disturbare l'equilibrio del prodotto (a livello commerciale, ovviamente). Ed è qui che il confronto con un possibile sguardo europeo diventa inevitabile e impietoso: provate a immaginare solo per un attimo cosa sarebbe potuto essere Norimberga nelle mani di un regista europeo, tipo Bellocchio, Sokourov, Polanski, Wenders... esponenti di un cinema capace di indignare, di provocare, di commemorare, di lasciare ferite aperte invece di chiuderle con una musica ridondante o una strizzatina d'occhio. Qui invece persino l'uso delle immagini di repertorio, in sè tremende, sembra un gesto decorativo, un alibi emotivo inserito per supplire a ciò che il film non riesce a evocare da solo.
Rami Malek, che interpreta lo psichiatra che deve interrogarlo, dal canto suo si ritrova intrappolato in un ruolo scritto malamente e costretto a recitare dialoghi imbarazzanti, fino a sconfinare nel ridicolo. Le sue conversazioni con Göring più che sedute di psicanalisi sembrano amabili discussioni sul tempo che passa tra due amiconi che si conoscono da una vita, mancano sono tè e pasticcini... io dico: ma come si fa a immaginare una conversazione con un criminale di guerra detenuto in regìme di massima sicurezza (il numero due di Hitler, cavolo!) bellamente spaparanzato su un divanetto e che scambia educatamente battute da galateo? E che dire poi di un altro grandissimo attore, Michael Shannon, colpevolmente sotto utilizzato e confinato in un ruolo che lo ingessa (quello della pubblica accusa) e costretto a sforzarsi di apparire credibile e coerente in un film che invece invece si preoccupa principalmente di smussare ogni angolo.
In Norimberga tutto è soppesato, anestetizzato, come se il regista temesse che un eccesso di rigore e di crudeltà potesse disturbare l'equilibrio del prodotto (a livello commerciale, ovviamente). Ed è qui che il confronto con un possibile sguardo europeo diventa inevitabile e impietoso: provate a immaginare solo per un attimo cosa sarebbe potuto essere Norimberga nelle mani di un regista europeo, tipo Bellocchio, Sokourov, Polanski, Wenders... esponenti di un cinema capace di indignare, di provocare, di commemorare, di lasciare ferite aperte invece di chiuderle con una musica ridondante o una strizzatina d'occhio. Qui invece persino l'uso delle immagini di repertorio, in sè tremende, sembra un gesto decorativo, un alibi emotivo inserito per supplire a ciò che il film non riesce a evocare da solo.
Il peccato capitale di Norimberga è quello di preferire la schermaglia al dolore, il melodramma alla crudeltà, la soap-opera alla tragedia. Più che un atto di memoria sembra un esercizio di buona coscienza, e alla fine lascia l'impressione amara di un'opera che, davanti all'orrore, sceglie ancora una volta di non guardare davvero.





Un'americanata davvero della peggior specie. Tremendo.
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