martedì 3 febbraio 2026

SENTIMENTAL VALUE


titolo originale: AFFEKSJONSVERDI (NORVEGIA, 2025)
regia: JOACHIM TRIER
sceneggiatura: ESKIL VOGT, JOACHIM TRIER
cast: RENATE REINSVE, INGA IBSDOTTER LILLEAAS, STELLAN SKARSGÅRD, ELLE FANNING
durata: 133 minuti
giudizio: 


Dopo la morte della madre, due sorelle devono fare i conti con l'improvviso ritorno del padre, regista in declino e lontano da anni, deciso a girare un nuovo film proprio sulla loro vicenda familiare...


Probabilmente sono io ad avere qualche problema con il cinema di Joachim Trier, che continuo a seguire con attenzione ma senza riuscire davvero a farmelo piacere. Mi era già capitato con il precedente e (per me) inconsistente La persona peggiore del mondo, e la cosa si è ripetuta con questo acclamatissimo e premiatissimo Sentimental value, che per quanto mi riguarda non fa molto per smentire la mia teoria se non aumentare il livello di autocompiacimento...

E se ne La persona peggiore del mondo avevamo lasciato la protagonista Renate Reinsve nei panni di una trentenne borghese, sessualmente irrequieta, perennemente insoddisfatta della propria vita e senza progetti chiari in vista (ma con le spalle ben coperte dai genitori), ecco che la ritroviamo ora quarantenne, depressa, reduce da un tentativo di suicidio e immersa in una vita privata ancora più disfunzionale, cui si aggiunge una carriera pubblica da attrice teatrale segnata da ansia, nevrosi e paralisi emotiva. Il salto anagrafico è minimo, quello esistenziale appena accennato: rimane il disagio e cambia solo la tonalità, più cupa e meno ironica.

Il plot di Sentimental value è oltremodo semplice: un padre anziano e assente (Stellan Skarsgård, volto noto), ex regista famoso e figura ingombrante, riemerge dopo anni di assenza in occasione della morte della sua ex moglie, irrompendo a gamba tesa nella vita delle due figlie con il progetto di un film dichiaratamente autobiografico. Un'opera che rielabora il passato familiare e che vorrebbe come protagonista proprio Nora (Renate Reinsve, appunto), la figlia maggiore, riaprendo ferite mai rimarginate e mettendo in scena un conflitto irrisolto tra arte, responsabilità affettive e bisogno di riconoscimento. Intendiamoci: Sentimental value è scritto benissimo, nessuno lo nega, e questo contesto è la parte più interessante, ovvero il corto circuito tra pubblico e privato, tra l'uso dell'arte come possibile sfogo oppure come ulteriore forma di violenza interiore.

Trier
però continua a seguire i suoi personaggi con uno sguardo che vorrebbe essere empatico ma che finisce spesso per sembrare invece costruito, come se ogni fragilità fosse studiata a tavolino, già messa in conto, senza alcun effettivo trasporto emotivo. Sentimental value parla di rapporti lacerati, di padri ingombranti e di stretta solidarietà tra sorelle, ma lo fa con una compostezza (forse) tutta nordica che smorza il climax invece di farlo deflagrare. Tutto è (troppo) misurato, calibrato, corretto, e per questo non sorprende mai, tranne che nell'ultimissima e bellissima scena, quella appena prima dei titoli di coda. Ma non basta: le scene più dolorose vengono sempre attutite, filtrate da una messinscena elegante e da una sceneggiatura che, seppur perfetta, sembra davvero sempre troppo algida. Così come le citazioni e gli omaggi, evidenti, a Bergman, a Woody Allen, a Jane Campion... sinceri, ma fini a se stessi.

Renate Reinsve
è ancora una volta eccellente, superba, e negarlo sarebbe negare l'evidenza. Regge il film quasi da sola, dando corpo a un personaggio complesso, fragile, a volte anche sgradevole. Eppure anche la sua interpretazione sembra intrappolata in un'idea di sofferenza molto riconoscibile, quasi "tipica", ormai, del cinema di Trier, che finisce per ripetersi. Il film procede per accumulo di stati d'animo più che per veri scatti narrativi, e alla lunga questa scelta pesa perchè lascia la sensazione di un'opera che si prende sempre tremendamente sul serio senza mai mettere in discussione il punto di vista della protagonista, finendo per diventare prevedibile. Dall'inizio alla fine.

Sentimental value
è un film tecnicamente perfetto, curato, calibrato al millimetro, a volte anche toccante, ma resta chiuso in una "comfort zone" autoriale che gli impedisce di andare oltre il già visto. Trier continua a raccontare il malessere della borghesia colta nordica con grande mestiere e sensibilità, ma anche con una certa autoreferenzialità che rischia di trasformare il dolore in stile, l'introspezione in maniera. Forse, lo ripeto, il problema è mio: resta il fatto che anche stavolta il film non mi è "arrivato": sono uscito dalla sala con la sensazione di aver capito tutto quello che il film voleva dirmi senza mai stravolgermi, senza mai averlo davvero sentito addosso. Elegante, assolutamente, ma gelido. Troppo.

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