martedì 27 gennaio 2026

SIRĀT



titolo originale: SIRĀT (SPAGNA/FRANCIA/MAROCCO, 2025)
regia: OLIVER LAXE
sceneggiatura: SANTIAGO FILLOL, OLIVER LAXE
cast: SERGI LÒPEZ, BRUNO NÙÑEZ ARJONA, RICHARD BELLAMY, STEFANIA GADDA, JOSHUA LIAM HENDERSON, TONIN JANVIER, JADE OUKID
durata: 115 minuti
giudizio: 


Luis e suo figlio piccolo, Estebàn, attraversano il Marocco per cercare l'altra figlia, Mar, scomparsa da diversi mesi. I due si addentrano prima in un rave-party, poi si mettono a seguire un gruppo di raver che si spingono più a sud alla ricerca di un'altra location in mezzo al deserto, mentre sullo sfondo colonne di minacciosi carri armati fanno presagire l'inizio di una guerra...  



Ho 53 anni, e vedo film da quando ne avevo 6. Questo per dire che di film ne ho visti tanti in vita mia, ma tanti davvero. Talmente tanti che ormai alla mia età (lo dico a malincuore, purtroppo) è difficile che un film possa ancora stupirmi... magari può ancora emozionarmi, deprimermi, esaltarmi o farmi arrabbiare, o magari lasciarmi indifferente (cosa che mi capita sempre più spesso), ma stupirmi, credetemi, è davvero raro.

Eppure a volte succede. 
E Sirāt c'è riuscito. E non solo mi ha stupìto, ma mi ha sconvolto. Sì, sconvolto. Perchè erano anni che un film non riusciva a travolgermi completamente e lasciarmi frastornato. Mi è passato sopra come un treno, come un rullo compressore. Perchè Sirāt è un film magnifico e terribile, uno di quei film cui vale una sola regola: meno ne sai prima di entrare in sala, meglio è. Perchè ciò che fa il regista Oliver Laxe non è semplicemente raccontare una storia, ma costruire un marchingegno che ti attira, ti seduce, ti orienta in una direzione... e poi ti porta altrove, senza preavviso. Ed è proprio in quel momento che il film diventa sconvolgente.

Sirāt all'inizio sembra muoversi dentro coordinate
riconoscibili, quasi familiari. Atmosfere ipnotiche, corpi sinuosi, musica a palla, un senso di di libertà sospesa e una trama semplice: un padre, disperato, cerca sua figlia scomparsa da mesi. Sa che la ragazza amava la musica techno e i rave party, e decide di cominciare a frequentare quel giro, accompagnato dal figlio più piccolo. Pensi di aver capito tutto, quasi ti rilassi, sicuro di aver scoperto il terreno di gioco: un road-movie come tanti, quasi un western, un esperimento sociologico per raccontare una spaccato di una società che vive ai margini. Tra Nomadland e Mad Max, per capirci

Ma Sirāt è un film-esca: ti depista deliberatamente. E quando, da una certa scena, da un momento preciso in poi (terribile, che davvero non si può raccontare) cambia improvvisamente pelle, il colpo è brutale. Da metà film in avanti si entra in una zona imprevista, disumana, perlappunto sconvolgente. Non perchè cerca il colpo di scena facile, ma perchè ribalta completamente la percezione dello spettatore. Da lì in avanti Sirāt diventa un esperienza horror, ma senza artifici di genere. Nessuna finzione, nessun trucco, tutto è terribilmente reale e portato all'estremo. Tensione pura, la vulnerabilità umana esposta senza protezioni. E' l'orrore del possibile, di ciò che potrebbe accadere davvero, ed è proprio questo a renderlo così disturbante. 

Tutto si svolge all'interno di un contesto di guerra, di dolore sospeso. Per tutto il film aleggia in lontananza una guerra volutamente indefinita: non ci sono riferimenti geopolitici, bandiere, spiegazioni. E' una guerra simbolo di tutte le guerre: siamo da qualche parte in Africa, in mezzo al deserto, tra panorami mozzafiato e carri armati in lontananza, che sfilano minacciosi. Una presenza costante, invisibile, sinistra, che trasforma ogni lembo di terra in spazio precario. Una scelta potente perchè rende il racconto universale, fuori dal tempo e dalle cronache.

A rafforzare questo senso di sospensione contribuisce una scelta produttiva e registica decisiva: accanto al protagonista, un invecchiato e appesantito Sergi Lòpez, tutti gli altri interpreti sono non professionisti, veri raver, persone che quel mondo lo vivono davvero. E le sequenze iniziali non ricostruiscono un rave, ma sono state girate dentro un vero rave. Non è un dettaglio marginale, ma la chiave della credibilità del film. La macchina da presa non simula ma osserva, cattura, registra vita reale. La regìa di Laxe è sensoriale, immersiva, ostinata. Il suono ti avvolge, le immagini ti ipnotizzano, il corpo dello spettatore è messo in gioco tanto quanto la mente. E' uno di quei film che non si "vede" soltanto, ma ti attraversa. E quando credi di aver trovato un punto di equilibrio, arriva subito un' altra frattura. Chiosa superflua: questo è un film che va visto assolutamente al cinema, in una sala adeguata, perchè gli effetti sonori sono parte integrante della riuscita del film.

Sirāt
è soprendente perchè rifiuta le aspettative. E' sconvolgente perchè non cerca mai di rassicurarti. E' radicale perchè osa cambiare la forma prestabilita, supposta. Sirāt in arabo significa "ponte", inteso nel senso di cammìno, passaggio, di strada verso la salvezza dell'anima. Una salvezza che però - è l'unica cosa che si può svelare - da un certo punto in poi del film diventa un miraggio, paradigma del mondo bastardo di oggi. E quando scorrono i titoli di coda ti resta addosso una sensazione rara: quella di aver assistito a un qualcosa che non càpita spesso nel cinema contemporaneo, qualcosa che ti bombarda dentro anche dopo la visione e a cui ormai sei sempre meno abituato. Un film da affrontare a mente libera. Con il pelo sullo stomaco, e cercando di saperne il meno possibile.
 

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