
Compie oggi 78 anni uno dei più grandi "Master of Horror" contemporanei: sebbene (purtroppo) ormai non giri più film da oltre quindici anni, John Carpenter può considerarsi a buon diritto uno dei cineasti di riferimento del genere, un genere che il maestro newyorchese ha sempre usato come allegoria della società moderna. Per questo la solita congrega di blogger amici ha deciso di omaggiarlo nel modo consueto, ovvero dedicandogli una serie di post a tema: la mia scelta per questa volta è caduta su uno di quei titoli talmente classici da vantare (al pari di una nota rivista) innumerevoli tentativi di imitazione... anche se, a dire il vero, pure questo è un remake di un vecchio film degli anni '60: ma il tocco, lo stile e l'ambientazione volutamente a tinte forti imposto da Carpenter lo rendono assolutamente personale, pur se imperfetto. Da vedere e riscoprire, naturalmente insieme a tutti gli altri pezzi dei colleghi blogger, il cui elenco lo trovate in fondo a questa recensione e che vi invito caldamente a consultare!
titolo originale: JOHN CARPENTER'S VILLAGE OF THE DAMNED (USA, 1995)
regia: JOHN CARPENTER
sceneggiatura: DAVID HIMMELSTEIN
cast: CHRISTOPHER REEVE, KIRSTIE HALLEY, LINDA KOZLOWSKI, MARK HAMILL
durata: 102 minuti
E' uno dei titoli più bistrattati di John Carpenter, e che nemmeno lui stesso amava particolarmente: un lavoro su commissione, smaccatamente hollywoodiano, scritto da altri, remake di un vecchio film inglese degli anni '60 (omonimo) diretto da Wolf Rilla. Eppure Villaggio dei dannati (nel titolo italiano senza l'articolo davanti, forse per distinguerlo dall'originale) è a suo modo una delle opere politicamente più significative di Carpenter, i cui temi sono ancora oggi attualissimi.
Ho detto "politicamente" non a caso: dal punto di vista cinematografico, in effetti, Villaggio dei dannati non raggiunge certo vette eccelse di qualità, venendo ricordato (forse) più per essere stato l'ultimo film di Christopher Reeve prima del grave incidente a cavallo che lo rese disabile, piuttosto che per virtuosismi di regìa. Di concezione palesemente commerciale, destinato a rincorrere il grande pubblico, il film ha un ritmo piuttosto blando (dura 102 minuti contro i 77 del predecessore, pur restandone molto fedele) ed è accompagnato da goffi effetti speciali, creati in economia, che stemperano parecchio la tensione. Più fantascienza che horror, insomma, per un prodotto apparentemente non per palati fini.
Eppure, se lo analizziamo con più attenzione e con altri parametri non strettamente stilistici, il film incuriosisce e fa pensare. Potremmo persino considerarlo come una sorta di sequel del cult The Fog (1980), laddove una nebbia assassina "vomitava" zombie pronti a vendicarsi delle angherie subite mentre erano in vita... qui abbiamo invece una specie di intelligenza aliena che si insinua nei corpi delle donne del villaggio costringendole a partorire mostri che poi semineranno il panico nella piccola comunità bigotta, tipica di una certa parte d'America.
Un'invasione biologica, silenziosa, subdola, che ribalta il concetto gioioso di maternità trasformandolo in un incubo senza fine: gli invasori alieni si infilano negli uteri delle future madri, che generano bambini senza sentimenti e dotati di poteri extra-sensoriali che useranno, manco a dirlo, per scopi poco amichevoli come quello di distruggere il villaggio, e poi la periferia, la nazione, il mondo intero. Ecco il significato politico: le colpe dei genitori ultra-conservatori e retrogradi che ricadono sui loro figli, così come quelle di una società ipocrita che condanna gli uomini a stereotipi senza senso (il bambino "single" che è capace di umanità a differenza dei suoi coetanei "accoppiati" e spietati) e li mette spalle al muro di fronte alla pressione della massa, quasi mai capace di prendere decisioni sensate.
La macchina da presa di Carpenter assume uno sguardo inquisitore, addirittura quasi ultraterreno: ne è un esempio la scena d'apertura, con gli elicotteri che "deturpano" con la loro presenza le coste californiane, mentre scorrono i titoli di testa. Non solo: il calvario delle dieci madri mette a nudo la realtà americana, incapace di controllare se stessa e scovare i propri mostri, quelli che poi le si ritorceranno drammaticamente contro (si pensi, appena sei anni dopo - quasi una profezia! - agli attentati alle Torri Gemelle).
Villaggio dei dannati è il film forse più umano e compassionevole di Carpenter (che non a caso gira anche un finale molto più aperto rispetto a quello - ineluttabile - dell'originale) fortemente aderente al punto di vista femminile, quasi "rivoluzionario" per i tempi. Peccato che le donne del cast, almeno le protagoniste principali (Kirstie Halley e Linda Kozlowski) non rendano giustizia a questi temi complessi palesando una recitazione quasi accademica e fin troppo impostata, che pesa sul giudizio finale. Particina anche per uno stralunato Mark Hamill, ormai ben lontano dai fasti di Guerre Stellari.
regia: JOHN CARPENTER
sceneggiatura: DAVID HIMMELSTEIN
cast: CHRISTOPHER REEVE, KIRSTIE HALLEY, LINDA KOZLOWSKI, MARK HAMILL
durata: 102 minuti
In una piccola cittadina americana dieci donne si ritrovano contemporaneamente incinte dopo uno "strano" attacco di narcolessia. Tutte (tranne una) metteranno al mondo dei bambini apparentemente sanissimi, che però portano dentro di loro un terribile segreto... il medico del paese proverà a far emergere la verità.
Ho detto "politicamente" non a caso: dal punto di vista cinematografico, in effetti, Villaggio dei dannati non raggiunge certo vette eccelse di qualità, venendo ricordato (forse) più per essere stato l'ultimo film di Christopher Reeve prima del grave incidente a cavallo che lo rese disabile, piuttosto che per virtuosismi di regìa. Di concezione palesemente commerciale, destinato a rincorrere il grande pubblico, il film ha un ritmo piuttosto blando (dura 102 minuti contro i 77 del predecessore, pur restandone molto fedele) ed è accompagnato da goffi effetti speciali, creati in economia, che stemperano parecchio la tensione. Più fantascienza che horror, insomma, per un prodotto apparentemente non per palati fini.
Eppure, se lo analizziamo con più attenzione e con altri parametri non strettamente stilistici, il film incuriosisce e fa pensare. Potremmo persino considerarlo come una sorta di sequel del cult The Fog (1980), laddove una nebbia assassina "vomitava" zombie pronti a vendicarsi delle angherie subite mentre erano in vita... qui abbiamo invece una specie di intelligenza aliena che si insinua nei corpi delle donne del villaggio costringendole a partorire mostri che poi semineranno il panico nella piccola comunità bigotta, tipica di una certa parte d'America.
Un'invasione biologica, silenziosa, subdola, che ribalta il concetto gioioso di maternità trasformandolo in un incubo senza fine: gli invasori alieni si infilano negli uteri delle future madri, che generano bambini senza sentimenti e dotati di poteri extra-sensoriali che useranno, manco a dirlo, per scopi poco amichevoli come quello di distruggere il villaggio, e poi la periferia, la nazione, il mondo intero. Ecco il significato politico: le colpe dei genitori ultra-conservatori e retrogradi che ricadono sui loro figli, così come quelle di una società ipocrita che condanna gli uomini a stereotipi senza senso (il bambino "single" che è capace di umanità a differenza dei suoi coetanei "accoppiati" e spietati) e li mette spalle al muro di fronte alla pressione della massa, quasi mai capace di prendere decisioni sensate.
La macchina da presa di Carpenter assume uno sguardo inquisitore, addirittura quasi ultraterreno: ne è un esempio la scena d'apertura, con gli elicotteri che "deturpano" con la loro presenza le coste californiane, mentre scorrono i titoli di testa. Non solo: il calvario delle dieci madri mette a nudo la realtà americana, incapace di controllare se stessa e scovare i propri mostri, quelli che poi le si ritorceranno drammaticamente contro (si pensi, appena sei anni dopo - quasi una profezia! - agli attentati alle Torri Gemelle).
Villaggio dei dannati è il film forse più umano e compassionevole di Carpenter (che non a caso gira anche un finale molto più aperto rispetto a quello - ineluttabile - dell'originale) fortemente aderente al punto di vista femminile, quasi "rivoluzionario" per i tempi. Peccato che le donne del cast, almeno le protagoniste principali (Kirstie Halley e Linda Kozlowski) non rendano giustizia a questi temi complessi palesando una recitazione quasi accademica e fin troppo impostata, che pesa sul giudizio finale. Particina anche per uno stralunato Mark Hamill, ormai ben lontano dai fasti di Guerre Stellari.
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