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titolo originale: EOJJEOL SUGA EOPDA 어쩔 수가 없다 (COREA DEL SUD, 2025)
regia: PARK CHAN-WOOK
sceneggiatura: PARK CHAN-WOOK, DON McKELLAR, LEE KYOUNG-MI, LEE JA-HYE
cast: LEE BYUNG-HUN, SON YE-JIN, PARK HEE-SOON, LEE SUNG-MIN, YEOM HYE-RAN, CHA SEUNG-WON
durata: 139 minuti
giudizio: ★★★★☆
Man-soo, operaio modello in una cartiera, viene licenziato senza preavviso dopo venticinque anni di onorato servizio. Travolto dalla paura dell'indigenza e (soprattutto) dalla perdita della dignità, arriverà a ipotizzare l'omicidio dei suoi colleghi (e rivali) come unica possibilità di riscatto...
Parte da una storia già raccontata il nuovo film di Park Chan-wook, eppure No other choice è davvero un film tremendamente attuale e contemporaneo. Remake (dichiarato con tanto di dedica) di un vecchio film di Costa-Gavras, Il cacciatore di teste (2005), No other choice non è infatti un semplice rifacimento ma una riscrittura personalissima, feroce, cinica, assolutamente non consolatoria, che aggiorna la sempre cupa visione sul mondo del lavoro moderno, oggi minacciato oltre che dal capitalismo anche dalle nuove tecnologie e dall'intelligenza artificiale.
La trama è volutamente elementare: Man-soo (Lee Byung-hun, il più famoso attore coreano), operaio modello, marito e padre di famiglia, viene licenziato dopo venticinque anni dall'azienda cartaria in cui lavora. Non ha colpe evidenti, nè problemi disciplinari. Semplicemente, non serve più. Da qui parte una discesa agli inferi che Park racconta senza sconti: la ricerca di un nuovo impiego diventa una competizione spietata, quasi un reality-show in cui ogni candidato è un potenziale avversario da eliminare. Fisicamente. Il punto vero non è tanto quello che Man-soo finirà per fare, quanto il modo in cui il film riesce a rendere plausibile, quasi logica, la sua trasformazione. Ed è qui che No other choice si èleva dal semplice intrattenimento per diventare una chiarissima provocazione politica.
Man-soo non è una semplice vittima del sistema: è un ingranaggio che smette di girare e scopre (troppo tardi e a sue spese) che nessuno ha interesse a ripararlo. Il film fa a pezzi la concezione "romantica" del lavoro come dignità, oltretutto in un paese come la Corea del Sud dove il licenziamento è davvero una vergogna sociale. La scelta di raccontare questa storia attraverso i toni grotteschi e l'humour nero fanno di No other choice una pellicola efficace e disturbante. Si ride spesso, e di gusto, ma sono risate amare, colpevoli, perchè ogni scena del film, seppure estremizzata, riflette dinamiche reali: la rivalità tra poveri cristi disoccupati, l'ipocrisia delle aziende che parlano di "razionalizzazione", la violenza (prima simbolica, poi concreta) che nasce quando la sopravvivenza economica diventa una guerra tra poveri anzichè una responsabilità collettiva.
Park non assolve nessuno, nemmeno il suo protagonista, e proprio qui sta la forza del film: non c'è consolazione, non c'è redenzione facile, solo una catena di scelte che sembrano obbligate perchè la società contemporanea è costruita per renderle tali. Lee Byung-hun offre una performance calibrata al millimetro, trasformando Man-soo in un personaggio tragicamente irriconoscibile, anche per la sua famiglia. Non serve enfatizzare il dolore e mettere in scena un drammone tragico come (probabilmente) avrebbe fatto un regista europeo: bastano uno sguardo torvo, un sorriso forzato, una dignità che si sgretola inquadratura dopo inquadratura per rendere l'idea di un realismo sociale che pesa come un macigno.
Dal punto di vista politico, No other choice è una lucidissima disamina del welfare 3.0: non punta il dito solo contro le multinazionali o il capitalismo astratto, ma contro una cultura che normalizza l'idea che qualcuno debba essere sempre sacrificabile (e su questo punto, come non pensare a Mickey 17 di Bong Joon-ho, film troppo frettolosamente snobbato dalla critica). In un'epoca segnata da precarietà strutturale, automazione, retorica arrivista e individualista, il film sembra suggerire che la vera violenza non è l'atto estremo, bensì il contesto feroce e il silenzio colpevole di chi assiste inerte senza mai esporsi. No other choice, infatti, non parla solo di un uomo che perde il posto di lavoro, ma di una società che accetta l'idea che il valore di un essere umano debba coincidere con la sua utilità economica.
Park Chan-wook firma così una delle sue opere allo stesso tempo più ciniche e fruibili, che non cerca di piacere a tutti, non consola e non offre soluzioni. Ti mette davanti allo specchio e ti chiede fino a quanto sei disposto a spingerti (o a voltarti dall'altra parte) quando il mondo ti ripete che non c'è altra scelta. Ed è una domanda che continua a risuonare anche dopo i titoli di coda.




un film davvero potente!
RispondiEliminadice Jean Rostand: "Se uno uccide un uomo è un assassino; ne uccide un milione, è un conquistatore; li uccide tutti, è un dio"
Splendido! Al momento è il "mio" film del cuore di quest'anno. Condivido in toto.
RispondiEliminaBuon weekend!
Mauro
Non è il miglior film di Park, ma comunque siamo su alti livelli. Film di indubbio spessore etico e morale, che travalica anche la qualità artistica. Di sicuro è il suo film più politico. Ad ogni modo assurdo averlo ignorato tra i premi di Venezia in favore di quella sciocchezzuola di Jarmusch. Ma tant'è, i premi sono fatti per discutere.
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