venerdì 30 gennaio 2026

MARTY SUPREME


titolo originale: MARTY SUPREME (USA, 2025)
regia: JOSH SAFDIE
sceneggiatura: RONALD BRONSTEIN, JOSH SAFDIE
cast: TIMOTHÉE CHALAMET, ODESSA A'ZION, GWYNETH PALTROW, KEVIN O'LEARY, ABEL FERRARA
durata: 149 minuti
giudizio: 




New York, anni '50. Il giovane Marty Mauser è il miglior giocatore americano di ping-pong, con l'ambizione di vincere i Campionati del Mondo e fare del suo sport una professione. Nel frattempo, però, vende scarpe per pagarsi i viaggi all'estero e non esista a truffare (e sfruttare) tutti quelli che gli stanno intorno per inseguire il suo sogno...



Ormai è chiaro: per quanto surreale e comico possa sembrare, Hollywood è diventata l'ultimo baluardo contro l'America trumpista. La cosa può far sorridere, ma se guardiamo i fatti non è certo un caso che quest'anno tutti i migliori film a stelle e strisce siano fortemente critici contro la deriva destrorsa e reazionaria imposta dal Presidente. C'è chi lo fa in modo diretto, come PT Anderson in Una battaglia dopo l'altra; chi usa sottili ma evidenti simbolismi, come Ryan Coogler ne I Peccatori; e chi invece torna indietro gattopardianamente di settant'anni per denunciare tutte le falsità e le bassezze di un modo di pensare ultraconservatore che ritroviamo anche in Marty Supreme, film esemplare nello sbatterci in faccia la deriva pericolosa di una società dove tutto è falso, finto, in nome dell'arrivismo e del tradimento. 

Marty Supreme infatti gioca sporco fin dall'inizio, ma è solo andando fino in fondo, fino all'ultima pallina schiacciata sul tavolo, che capisci dove davvero voglia andare a parare. Non è un film sportivo, mettiamolo subito in chiaro: nulla a che vedere con l'erotismo corpulento di Challengers o l'ardore malato di King Richard... il ping-pong è solo la superficie lucida sotto cui ribolle la storia di un uomo divorato dall'ambizione e che non esita a farsi scrupoli di nessuno per raggiungere il suo scopo. Metafora perfetta della società odierna.

Marty Mauser (Timothée Chalamet) entra in scena come un ragazzo affamato di riconoscimento. Non solo di vittorie, ma proprio di attenzione. Il regista Josh Safdie lo costruisce come una creatura in continua combustione: ogni gesto è plateale, ogni parola lo spinge oltre il limite. Non c'è redenzione nè una parabola morale classica, ma solo una lenta deformazione. All'inizio il film sembra quasi avere il passo leggero e truffaldino dello spielberghiano Prova a prendermi, solo che qui non esiste l'inseguimento giocoso e il conseguente riscatto morale: Marty non scappa dalla legge ma dal vuoto che ha dentro di sè, e quando smette di correre quel vuoto lo raggiunge.

La prima parte è seducente: Marty imbroglia, provoca, affascina. Il pubblico lo ama perchè è un imprevedibile sbruffone, ma la spavalderia di facciata dura poco: ben presto tutte le falsità vengono al pettine e il castello di carte, vale a dire una vita costruita sull'inganno, crolla in un battito di ciglia. L'amante che lo aveva sostenuto (una rediviva Gwyneth Paltrow) gli volta le spalle, la donna che lo renderà padre lo ripudia delusa (Odessa A'zion, bravissima), il suo allenatore diventa prima complice e poi carnefice. E ogni partita giocata lo isola sempre più dalla vita "normale". 

E poi arriva la sequenza chiave, ovvero il match finale, girato come un delirio allucinogeno. Non importa chi vincerà davvero: Marty, pur vincendo (spoiler!) appare solo e sconfitto. Non esulta, non guarda nessuno, come se avesse raggiunto un traguardo che non porta da nessuna parte. Quando lo vediamo, a partita conclusa, tristemente solitario e incapace di dormire, mentre fissa il tavolo da gioco piegato in un angolo, ci è evidente che l'ossessione (per la vittoria, per la gloria, per i soldi) ha divorato il motivo stesso dell'ossessione. Il finale infatti non chiude: Marty non impara, non chiede scusa, non si redime, restando prigioniero di un'America sorda e spietata: ci sono persone, proprio come nell'America di Trump, che non vengono salvate nemmeno dal successo.

Ed è qui che il film diventa molto interessante e attuale. Pur ambientato negli anni '50, parla chiaramente degli Stati Uniti di oggi. Un paese dove apparire significa valere, dove emergere conta più che appartenere, dove il mito del self-made-man è ancora venduto come promessa nazionale, anche a costo di lasciarsi dietro una scia di persone esauste, tradite, rancorose e vendicative. Marty è un influencer prima dell'era social, un prodotto costruito sull'inganno, sul culto malsano di se stesso.

E' un ottimo film Marty Supreme, pur con difetti evidenti che, paradossalmente, sono figli della stessa ambizione del film (scusate il gioco di parole). Il primo: la figura di Chalamet è così dominante che si divora tutto il resto. Ogni scena, ogni personaggio, ogni spazio narrativo finisce risucchiato nella sua orbita. E' una prova gigantesca (lo diciamo? da Oscar) ma lascia indietro tutto quello chi gli gravita attorno. Il secondo: la sceneggiatura spinge la sospensione di incredulità oltre il realistico: Marty combina disastri, mente, tradisce, si autodistrugge... eppure il mondo continua ad aprirgli porte. Non è tanto una favola quanto una forzatura narrativa: funzionale quanto si vuole al racconto ma che toglie un bel po' di concretezza.

Tecnicamente però il film è grandioso: due ore e mezza di adrenalina pura, senza soste, senza cadute di ritmo. Camera instabile, montaggio frenetico, suoni e musiche martellanti, spesso eccessivi. Ma proprio l'eccesso è il punto, è il linguaggio di un protagonista che non conosce il senso della misura. Marty Supreme non vuole piacere a tutti: vuole lasciarti inquieto, vuole che usciamo dal cinema chiedendoci se il sogno di essere "il migliore" abbia ancora un senso in un mondo già saturo di tanta solitudine.
Non è una storia di sport, ma una storia di fame. E di quel poco che resta quando ti sei già divorato tutto.

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