titolo originale: DEAD MAN'S WIRE (USA, 2025)
regia: GUS VAN SANT
sceneggiatura: AUSTIN KOLODNEY
cast: BILL SKARSGÅRD, DACRE MONTGOMERY, COLMAN DOMINGO, AL PACINO
durata: 105 minuti
giudizio: ★★★★☆
La storia (vera) di Tony Kiritsis, un cittadino di Indianapolis che nel 1977 prese in ostaggio per 63 ore, legandogli al collo un fucile a canne mozze, il vicepresidente della banca che gli aveva concesso un mutuo che non riusciva più a pagare...
E' un vero peccato che Il filo del ricatto (titolo italiano insulso, al solito molto meno efficace dell'originale Dead man's wire) esca in Italia quasi in clandestinità, stretto tra le Olimpiadi invernali e il Festival di Sanremo. Ma se riuscite a ritagliarvi due ore del vostro tempo, vi consiglio davvero di andare in sala a vedere questo bellissimo film, che segna il grande ritorno di Gus Van Sant a un cinema strettamente politico, teso, con ovvi rimandi al presente. Il filo del ricatto racconta una storia vera: quella di Tony Kiritsis, piccolo imprenditore schiacciato dai debiti che nel 1977 prese in ostaggio il vicepresidente della banca che gli aveva concesso un mutuo impossibile da sostenere legandogli alla testa un fucile collegato a un filo che, se tirato, avrebbe fatto fuoco disintegrandogli il cranio. Un gesto disperato, teatrale ma anche follemente lucido da parte di un uomo che non aveva davvero più nulla da perdere.
Ci rendiamo conto sin dalle prime immagini che Van Sant non cerca il colpo di scena facile, nè gonfia il caso con eccessi da thriller moderno: il film funziona proprio perchè evita di spettacolarizzare l'accaduto e non vuole trasformare il protagonista nè in un mostro nè in un eroe. Bill Skarsgård dà vita a un personaggio fragile, febbrile, che si ritiene vittima di un'ingiustizia ed è attraversato da una rabbia che non esplode mai del tutto ma vibra costantemente sotto pelle. Il suo Kiritsis è un uomo inquietante ma non eccessivo, sconvolto eppure incredibilmente umano nel sentirsi vittima di un sistema capitalistico spietato (ben rappresentato da un gustoso cameo di un diabolico Al Pacino) che prima lo illude paventandogli grandi opportunità e poi gli presenta il conto con freddezza matematica.
Van Sant si rifà dichiaratamente ai polizieschi americani degli anni '70, insistendo su una fotografia granulosa, interni spogli, movimenti di macchina che assicurano tensione continua. L'assedio mediatico intorno alla casa di Kiritsis, le dirette televisive, la folla che osserva come se si trovasse di fronte a uno show qualsiasi: tutto contribuisce a creare un corto circuito tra tragedia privata e intrattenimento pubblico, con cui Van Sant mette in scena il circo dell'informazione senza gridare ma lasciando che sia l'evento stesso a rivelare quanto possa essere sottile il confine tra cronaca e spettacolo.
C'è poi (spoiler!) un elemento che rende la vicenda ancora più spiazzante: nella realtà Kiritsis, arresosi alla fine alla polizia con l'inganno di una finta grazia, fu poi assolto al termine del processo per infermità mentale. Il film non usa questo fatto come scorciatoia narrativa, ma lascia sedimentare nello spettatore il dubbio che Kiritsis potesse avere ragione... perchè mentre le carte ufficiali parlano di infermità psichica , tra le righe del racconto si avverte qualcosa di più ambiguo, ovvero che anche le autorità, pur senza ammetterlo apertamente, avessero compreso la rabbia di un povero cristo cui era stata fatta terra bruciata intorno da parte della Banca, che aveva tutto interesse a riacquisire le proprietà di Kiritsis per poi cederle ad attività più remunerative. Ed è qui che il film trova la sua dimensione più scomoda, mostrandoci quanto la follia individuale spesso e volentieri non è che il prodotto di una violenza sistemica. Oggi come allora.
Quello che colpisce davvero del film è l'equilibrio con cui Van Sant riesce a tenere insieme melodramma e freddezza documentaristica, costruendo un racconto teso e stratificato, dove la follia non è mai un'etichetta comoda ma un territorio ambiguo, e dove l'idea di giustizia non è mai, davvero mai rassicurante. Il risultato è un'opera solida, intensa, attraversata da una coerenza stilistica rara. Non è un thriller tradizionale nè un semplice film di denuncia: è un dramma umano che usa il linguaggio del cinema di genere per raccontare un'America in crisi morale, e lo fa con una maturità che conferma Gus Van Sant come uno dei registi più sensibili e attenti del cinema contemporaneo.




Nessun commento:
Posta un commento