
titolo originale: HAMNET (GB/USA, 2025)
regia: CHLOÉ ZHAO
sceneggiatura: CHLOÉ ZHAO, MAGGIE O'FARRELL
cast: JESSIE BUCKLEY, PAUL MESCAL, JACOBI JUPE, JOE ALWYN, EMILY WATSON
durata: 125 minuti
giudizio: ★★★☆☆
Inghilterra, 1596. Il giovane William Shakespeare e sua moglie Agnes piangono la scomparsa del loro unico figlio maschio, Hamnet, volato via a soli undici anni. La madre è sconvolta, mentre la tragedia ispirerà al padre, celebre drammaturgo, la stesura dell' Amleto.
La storia, lo sapete, prende spunto da un lutto: la morte del piccolo Hamnet, figlio undicenne di William Shakespeare e Anne Hathaway, e si concentra sulle conseguenze personali di quella perdita. La Zhao filma la tragedia come fosse un'esperienza fisica, quasi soffocante: lunghi silenzi, inquadrature insistite, tempi dilatati, un'autentica prova di resistenza per lo spettatore, la cui fatica della visione non è un incidente di percorso ma una scelta ben precisa. Hamnet non alleggerisce mai i toni, non ci sono momenti di decompressione... richiede in ogni momento attenzione, pazienza, disponibilità a stare nel dolore.
Non è un film per tutti, Hamnet. Sia per la predisposizione emotiva che richiede, sia per il suo background culturale. Che il sottoscritto non possiede: lo metto subito in chiaro e mi prendo tutte le colpe per la mia incultura, che forse non mi fa apprezzare il film come si dovrebbe. Per essere seguito fino in fondo, e soprattutto per essere apprezzato al meglio, Hamnet richiede infatti una certa familiarità con il contesto storico e teatrale elisabettiano. Non basta sapere che Shakespeare è stato un grande autore: il film gioca sulle connessioni sottili tra opera e biografia, tra perdita privata e creazione artistica. Il titolo stesso, Hamnet, è una chiave di lettura: nell'epoca scespiriana il nome del figlio del Bardo era, nel linguaggio comune, graficamente quasi indistinguibile da "Hamlet". Senza questa consapevolezza, una parte importante del senso del film rischia di restare in superficie.
Per fortuna la Zhao non esplicita ogni cosa, e non trasforma il film in una lezione di letteratura. Suggerisce, allude, stratifica. Il legame con l' Amleto non viene spiegato in modo didascalico ma emerge per echi, rimandi, per analogie emotive. Chi conosce la tragedia (il tema del padre e del figlio, del lutto che diventa ossessione, della morte che invade la scena) saprà cogliere assonanze profonde. Chi non ha i riferimenti può comunque seguire la storia, ma rischia (come ho fatto io) di percepirla come un dramma famigliare molto lento e molto cupo, pesante, senza afferrare fino in fondo la dimensione metafilmica (anzi, meta-teatrale) e il discorso sul potere trasformativo dell'arte.
Ed è proprio qui che Hamnet dispiega la sua ambizione più alta: mostrare come l'arte possa nascere da una ferita e trasformarla in qualcosa di universale. Non si tratta di un'idea romantica o consolatoria. L'arte, in Hamnet, è davvero salvifica. E' un atto quasi disperato, un tentativo di dare forma al caos, di sopravvivenza, un modo per rendere comunicabile ciò che altrimenti sarebbe impossibile da esprimere a parole...
Le interpretazioni contribuiscono a rendere tutto ciò ancora più intenso. Jessie Buckley è la vera anima del film: la sua Agnes è attraversata da un dolore profondo, trattenuto, che si manifesta nei dettagli più che nelle esplosioni melodrammatiche. E' una prova di grande maturità, capace di sostenere la tensione per tutto il film, e tale da rendere l'attrice irlandese la favorita d'obbligo ai prossimi Oscar. Accanto a lei, Paul Mescal costruisce uno Shakespeare lontano dall'icona monumentale: è un Bardo fragile, colpevole, quasi smarrito. La sua performance lavora sulle sfumature e restituisce un uomo diviso tra ambizione e incapacità di affrontare fino in fondo il proprio dolore.
Nel complesso, Hamnet è un'opera potente, colta e ambiziosa, ma anche durissima da sostenere. Non cerca il consenso facile, non alleggerisce, non si preoccupa di risultare digeribile. E' un film che può lasciare ammirati e insieme esausti. Merita rispetto per la sua integrità e per il coraggio di certe scelte stilistiche, ma richiede allo spettatore uno sforzo emotivo e intellettuale non indifferente. Potente, sì, ma innegabilmente faticoso come poche altre visioni recenti.



Nessun commento:
Posta un commento