venerdì 19 giugno 2026

I RE DEL BOTTEGHINO: IL DIAVOLO VESTE PRADA 2/ MICHAEL /BUEN CAMINO



Vale sempre la pena, senza alcuno snobismo, fermarsi ad analizzare i maggiori incassi cinematografici dell'anno. Tre opere che raccontano, non certo involontariamente, tre modi diversi di leggere il nostro tempo. Buen Camino, Il Diavolo veste Prada 2 e Michael hanno conquistato milioni di spettatori partendo da opposti presupposti: una commedia popolare radicata nell' Italia di oggi, un sequel che riflette sulla trasformazione del mondo del lavoro e dei media, un biopic dedicato a un'icona della musica pop. Tre successi enormi, tre operazioni molto diverse tra loro accomunate dalla capacità di intercettare desideri, paure e nostalgie del mondo contemporaneo. In modo diverso, infatti, tutti e tre i film parlano di identità e cambiamento: tre film che, nel bene o nel male, hanno dominato la stagione cinematografica e che ciascuno a loro modo descrivono un pezzo di società che conoscono bene...



IL DIAVOLO VESTE PRADA 2
(di David Frankel, USA 2026)


Vent'anni dopo l'iconico primo capitolo, Il diavolo veste Prada 2 sceglie una strada inattesa: quella di sbattere la moda (quasi) in sottofondo per parlarci in realtà del lavoro 3.0, quello di oggi. Non del lavoro dei sogni, ma di quello che resta quando un'intera industria viene travolta da crisi, fusioni e algoritmi. Andy Sachs (Anne Hathaway) non è più un'assistente alle prime armi, ma una professionista che scopre quanto siano diventate fragili anche le carriere più impensabili, compresa quella della mitica Miranda Priestley (Meryl Streep). Il film racconta con lucidità il declino delle professioni creative, dove esperienza e talento non garantiscono più la sicurezza del posto... Il ritorno a Runway non è solo nostalgia: è il tentativo di trovare spazio in un mondo di squali che premia visibilità e numeri ben più della competenza. Miranda conserva il suo fascino, ma la vera antagonista non è lei bensì un sistema che tratta chiunque esclusivamente come asset da sfruttare. Pur senza raggiungere la forza dell'originale, il sequel colpisce per il suo sguardo cinico su una generazione che aveva creduto nella carriera come promessa di stabilità. Dietro il glamour, emerge un racconto malinconico sulla precarietà della società contemporanea.
giudizio: 


MICHAEL
(di Antoine Fuqua, USA 2026)


Antoine Fuqua è un ottimo regista di azione, e si vede. Dal punto di vista della performance, Michael è straordinario: merito anche di Jaafar Jackson, che è impressionante nell'immedesimazione fisica e caratteriale di suo zio. Ed è senz'altro qui che il film esprime il meglio, ovvero nel mostrare l'energia di un artista irripetibile, che in certe scene sembra quasi di avere davanti a noi. I problemi nascono quando il biopic cerca di raccontare l'uomo dietro il mito: la narrazione segue un percorso molto controllato, concentrandosi soprattutto sull'ascesa di Jackson e sul confronto con il padre, ma evitando gran parte delle zone più controverse della sua storia (complici ovviamente i paletti legali imposti dalla famiglia). Il risultato è un ritratto elegante e scorrevole, ma che raramente scava in profondità. Più che una vera biografia, Michael assomiglia a un grande omaggio autorizzato, ad uso e consumo dei fan: in questo caso il paragone con Bohemian Rhapsody è inevitabile, trattandosi di un'operazione speculare. Film affascinante da vedere, impeccabile nella confezione, ma riluttante nel mostrare le vere contraddizioni del suo protagonista. La sensazione, alla fine, è che la parte più interessante sia proprio quella che non ci viene raccontata.
giudizio: 



BUEN CAMINO
(di Gennaro Nunziante, Italia 2026)


Quando un film incassa 76 milioni di euro sul mercato italiano, potremmo anche fermarci qui nel commento. Che cosa gli vuoi dire infatti a Luca Medici, alias Checco Zalone, ovvero l'uomo della Provvidenza per gli esercenti cinematografici, grazie al quale il cinema italiano può fare finta, ogni 5-6 anni, di essere padrone del botteghino? Con Buen Camino, Gennaro Nunziante e Checco Zalone tornano a raccontare i vizi italici attraverso una commedia popolare che mescola satira sociale, leggerezza e osservazione del quotidiano. La critica "ufficiale" si è divisa sulla qualità della satira, giudicata da alcuni meno incisiva rispetto ad altre opere del duo, ma ha generalmente riconosciuto al film la capacità di affrontare temi contemporanei senza rinunciare all'intrattenimento. Come spesso accade con Zalone, il protagonista diventa specchio delle contraddizioni e dei piccoli egoismi del nostro Paese. Pur affidandosi a meccanismi ormai collaudati, Buen Camino mantiene ritmo, umanità e un forte legame con il sentire comune (nel bene o nel male a seconda del proprio gusto). Di sicuro Zalone nel tempo ha saputo costruirsi un personaggio, interpretando al meglio gli umori, i (tanti) e le (poche) virtù del pubblico italiano.
giudizio: 


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