titolo originale: ZUSTISSIA (ITALIA, 2026)
regia: FRANCESCO PIRAS
sceneggiatura: LISA NUR SULTAN, MATTEO GENTILI
cast: FABRIZIO FERRACANE, MICHELE RIONDINO, PAOLA GIANNINI, LAURA MURA, LUCIANO CURRELI, GEPPI CUCCIARI
durata: 111 minuti
giudizio: ★★★★☆La storia, purtroppo vera, di Beniamino Zuncheddu, pastore sardo arrestato e condannato all'ergastolo per triplice omicidio e poi scagionato dopo 33 anni di reclusione per non aver commesso il fatto...
E' un'opera prima
Zustissia di
Francesco Piras, ma non lo si direbbe affatto. Perchè è un film sorprendentemente maturo e compiuto, emozionante e per nulla retorico nell'affrontare una delle vicende giudiziarie più sconvolgenti degli ultimi anni, da cui il regista trae una pellicola che mette al centro una storia terribilmente vera e dolorosa, senza rinunciare al cinema. E che, per quanto mi riguarda, si candida a essere il miglior film italiano della stagione.
La storia è quella di Beniamino Zuncheddu, pastore sardo condannato all'ergastolo per un triplice omicidio e rimasto in carcere per quasi 33 anni prima di essere assolto nel gennaio 2024 per non aver commesso il fatto. Un'incredibile, increscioso errore giudiziario che il cinema avrebbe potuto trasformare facilmente in un dramma ad effetto. E invece Piras sceglie la strada più difficile: raccontare senza spettacolarizzare ed emozionare (parecchio) senza ricattare, lasciando che siano i fatti, i volti e i silenzi a dirci tutto. Ispirato al libro Io sono innocente, scritto dallo stesso Zuncheddu insieme al suo avvocato Mauro Trogu, Zustissia è un film forte, diretto, capace di trovare nelle immagini e nei paesaggi della Sardegna una dimensione che va ben oltre la semplice ricostruzione dei fatti. Da una parte ci sono infatti gli spazi aperti di una terra aspra e bellissima, dall'altra le mura di una cella che diventano una condanna senza fine, mentre fuori c'è una vita che continua, al contrario di quella di un uomo al quale viene sottratto tutto, persino il diritto di immaginare il proprio futuro.

A sostenere il racconto ci sono soprattutto due interpretazioni straordinarie.
Fabrizio Ferracane restituisce a
Zuncheddu una dignità dolente, fatta di sguardi, silenzi e gesti minimi, senza mai cercare la facile commozione.
Michele Riondino, nei panni dell'avvocato
Mauro Trogu, è invece il volto di una battaglia che non è soltanto professionale ma prima di tutto umana. Il loro rapporto è il cuore emotivo del film: due uomini diversi, uniti dalla ricerca della verità e dalla volontà di non arrendersi davanti a un sistema che sembra aver smarrito il senso stesso della giustizia.
I puristi che vorranno fare le pulci al film potranno attaccarsi a qualche passaggio forse troppo esplicativo, soprattutto quando la complessità dell'iter giudiziario rischia di appesantire il racconto. È un limite che però non compromette minimamente la forza complessiva dell'opera, perché
Piras non perde mai di vista ciò che conta davvero: non il caso giudiziario in sé, ma l'essere umano che ne ha pagato il prezzo più alto. Colpisce, lo ribadisco, che un film così maturo sia il primo lungometraggio di finzione del regista. E altrettanto notevole è il lavoro di scrittura di
Niccolò Gentili e
Lisa Nur Sultan, che dimostrano una sorprendente capacità di passare dalla commedia al dramma: i due avevano firmato anche il divertentissimo
E' qui la Fiesta?, un cambio di registro che conferma la loro versatilità e rende ancora più interessante questo esordio. La
Sultan, poi, aveva già sceneggiato anche il notevole
Sulla mia pelle (sulla morte violenta di
Stefano Cucchi) e anche l'imminente
Se domani non torno, ispirato all'altrettanto drammatica vicenda di
Giulia Cecchettin, confermandosi una delle migliori
writer italiane.
Ma è soprattutto sul significato della giustizia che
Zustissia colpisce nel segno. Perché è ovvio che anche i magistrati possano sbagliare: sono esseri umani, non infallibili depositari della verità. Ma quello che fa paura, in questo Paese, è quanto possa diventare difficile rimediare a quegli errori. Trentatré anni per riconoscere l'innocenza di un uomo sono qualcosa che va oltre il fallimento di un'indagine o di un processo. Sono una vita intera che nessuna sentenza di assoluzione potrà mai restituire. E mentre discutiamo di responsabilità, procedure e risarcimenti, resta una domanda terribile: chi restituisce al protagonista il tempo che gli è stato rubato? Le didascalie finali centrano proprio questo argomento: a oltre due anni dall'assoluzione,
Zuncheddu è ancora in attesa del risarcimento economico da parte dello Stato. Una vergogna nella vergogna.
Come detto, personalmente Zustissia mi ha emozionato moltissimo. Non solo per la drammaticità della vicenda, ma soprattutto per il modo in cui riesce a trasformarla in cinema senza mai perdere rispetto per la persona che ne è protagonista. Francesco Piras firma un esordio sorprendente, capace di coniugare impegno civile e sensibilità cinematografica, rabbia e compassione, senza rinunciare alla forza delle immagini. Il vero errore giudiziario non finisce quando un innocente esce dal carcere. Finisce, forse, soltanto quando smettiamo di considerare accettabile che per riconoscere la verità ci voglia una vita intera. E questo film ha il merito di non permetterci di dimenticarlo.
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