sabato 3 ottobre 2026

NAZA

titolo originale: NAZA (GB, 2026)
regia: YUVAL ABRAHAM, RACHEL SZOR
sceneggiatura: YUVAL ABRAHAM, RACHEL SZOR
durata: 80 minuti
giudizio: ★★☆☆☆


Sui tetti dei grattacieli di Tel Aviv, di notte, un gruppo di militari dell'intelligence israeliana, con volti e voci alterati per non essere riconosciuti, racconta come vengono pianificate le incursioni su Gaza e come, di volta in volta, un algoritmo decide quanti civili palestinesi possono essere "sacrificati" per colpire un obiettivo.



Premio Speciale della Giuria a Venezia 83, unico documentario in Concorso, clamoroso debutto in testa al box office e pioggia di apprezzamenti: non ci sono dubbi sul fatto che NAZA, appena arrivato nelle sale italiane (dove inizialmente doveva essere programmato per soli tre giorni, per poi vedersi "allungare" le teniture a macchia d'olio), sia il vero evento di questa prima parte di stagione. Ed è proprio per questo che si può dire, con tutta la franchezza possibile, che quella di Yuval Abraham e Rachel Szor (già autori del premiatissimo No other land) è un'opera che, nel bene e nel male, travalica qualsiasi aspetto strettamente cinematografico.

Il titolo, NAZA, è un acronimo militare: nezek agavi, ovvero "danno collaterale". Dietro una formula burocratica e quasi gentile si nasconde il conto delle vittime civili palestinesi da "sacrificare" durante un'operazione militare, quelle che vengono messe in preventivo e considerate accettabili. Il film parte da qui e per 78 minuti su 80 non si sposta di un centimetro. Nessuna messinscena, nessuna idea di racconto: solo la notte di Tel Aviv, le luci della città sullo sfondo e un' intervista dopo l'altra. E gli intervistati (ventiquattro in tutto) non sono i fanatici dell'ultradestra di Netanyahu o Ben Gvir, ma giovani ufficiali dell'intelligence israeliana colti e persino progressisti, che ammettono i loro orrori con un'asetticità disarmante, qualcuno facendo ricorso con naturalezza a semplici schizzi disegnati a mano, come fossero un appunto qualsiasi...

Gran parte della critica e dell'opinione pubblica ha apprezzato soprattutto questo: l'aridità, la rinuncia al sensazionalismo, il silenzio che amplifica la parola. Qualcuno ha parlato di esame di coscienza collettivo, altri di cinema allo stato puro. Io, in tutta sincerità, faccio molta fatica a seguirli, perchè quello che per molti è considerato rigore per me è semplicemente assenza di cinema. Perchè una lunga intervista, per quanto ben fotografata, rimane sempre un'intervista. NAZA potrebbe essere un ottimo reportage per una puntata di Report, oppure un documentario storico da preservare e divulgare (come è del resto nelle intenzioni dei due registi), ma non si può negare che sia oggettivamente poverissimo, quasi nullo, dal punto di vista cinematografico. 

In più, che cosa ci racconta di nuovo NAZA? Che Israele stia perpetrando lo sterminio dei palestinesi a Gaza lo sappiamo da tempo, non avevamo certo bisogno di NAZA per scoprirlo. Il film non aggiunge nulla a quanto già si sa, se non la voce (inquietante, certo) di chi quel massacro lo ha progettato dall'interno, pianificandolo con cura. E poi, lasciatemelo dire senza giri di parole, ci sono quei due-minuti-due finali inaccettabili per un prodotto del genere. Qui gli autori ci mettono il carico da undici: le immagini (vere?) di un padre disperato che cerca i propri figli sepolti sotto le macerie. Dopo 78 minuti di rigore e distacco il film cede al ricatto emotivo più facile, abbandonandosi a una pura pornografia del dolore, appiccicando col il mastice un epilogo strappalacrime che più inopportuno e ricattatorio davvero non si può.

Ma il punto alla fine è un altro, e molto più amaro. Sarei felice di sbagliarmi ma credo fortemente che operazioni come questa, qualunque sia la nostra/vostra posizione sull'argomento, non spostino di una virgola il dibattito su un tema ormai talmente radicalizzato da rendere inutile qualsiasi tentativo di discussione. Chi va a vedere NAZA sa già cosa aspettarsi ed è schierato in un certo modo, chi la pensa diversamente non andrà a vederlo. Si resta tutti nella propria trincea, con le proprie certezze, e si esce dal cinema esattamente come ci si era entrati: gli uni commossi e indignati, gli altri infastiditi e sempre più convinti di essere vittime di una campagna orchestrata ad arte. Nessuna coscienza si sposta, nessun dubbio si insinua, nessuno cambia idea. E' sicuramente un bene (soprattutto per gli esercenti) che NAZA faccia sold-out ovunque, ma aspettarsi che il governo di Netanyahu possa traballare per un documentario è davvero da ingenui e idealisti.

Tuttavia, mi preme dirlo, sarebbe disonesto chiudere senza rendere omaggio agli autori di questo film. Yuval Abraham e Rachel Szor sono israeliani e hanno puntato la telecamera contro il loro Paese, esponendosi in prima persona. Il film è già vittima in patria dell'inevitabile ostracismo governativo, e non è difficile immaginare a quali quali rischi vadano incontro questi due giovani registi coraggiosi che hanno scelto di rompere il silenzio dall'interno. Si può non amare NAZA, e io non lo amo, ma non si può non riconoscere il coraggio di chi lo ha girato. Anche se il cinema, lo ribadisco, è comunque un'altra cosa...
  

3 commenti:

  1. E' triste vedere la totale assenza di empatia in questa recensione.

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  2. Io invece l'ho adorato. È cinema allo stato puro, altroché. Il contrasto tra la quotidianità spicciola che filtra attraverso le finestre di Tel Aviv e i racconti allucinanti dei soldati fa accoppiare la pelle. Un film necessario.
    P.

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  3. Dissento dalla sua tesi: io non dubito che sia in atto lo sterminio programmato dei palestinesi, ma non ho bisogno di averne conferma dalle interviste ai diretti responsabili. Non lo voglio vedere perché le interviste sono superflue, le immagini pure.

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