venerdì 20 marzo 2026

NOUVELLE VAGUE


titolo originale: NOUVELLE VAGUE (FRANCIA, 2025)
regia: RICHARD LINKLATER 
sceneggiatura: MICHÈLE HALBERSTADT, LAETITIA MASSON
cast: GUILLAUME MARBECK, ZOEY DEUTCH, AUBRY DULLIN, ANTOINE BESSON, ADRIEN ROUYARD, JODIE RUTH-FOREST, MATTHIEU PENCHINAT, JONAS MARMY, ROXANE RIVIERE, CÔME THIEULIN  
durata: 106 minuti
giudizio: 


Parigi, 1959. La "nouvelle vague" è ormai ben radicata nel cinema francese e pronta a conquistare il mondo, grazie soprattutto ai film di giovani registi come François Truffaut, Claude Chabrol, Jacques Rivette e Eric Rohmer, tutti ex critici dei Cahiers du Cinéma passati dall'altra parte della macchina da presa. Solo uno di loro manca ancora all'appello, tale Jean -Luc Godard, che si appresta al debutto adattando per il cinema un soggetto di Truffaut dal titolo "À bout de souffle" (Fino all'ultimo respiro...)



Come si fa a non voler bene a Nouvelle Vague, e di conseguenza a Richard Linklater, regista che amiamo a prescindere? Specialmente quando gira un gioiellino come questo, ad uso e consumo quasi esclusivo dello spettatore cinefilo, senza attori famosi e infischiandosene beatamente dell'aspetto commerciale? Un film totalmente, smaccatamente autoreferenziale, caratteristica che ne è allo stesso tempo pregio e difetto. 

Il significato di Nouvelle Vague non sta tanto in quello che racconta, quanto nel farci sentire parte di un’epoca. E' un invito a rivivere l’aria di Parigi nel 1959, quando alcuni giovani critici e aspiranti registi dei Cahiers du Cinéma trasformarono per sempre il cinema francese e mondiale. Ed è proprio il making of di À Bout de Souffle (che da noi prenderà il nome di Fino all’ultimo respiro) che Linklater sceglie come lente per guardare quel momento storico con affetto, intelligenza e un pizzico di autoironia.

In Nouvelle Vague troviamo la quintessenza del metacinema: un film che racconta di un altro film, e lo fa non solo cercando di spiegare come è nato À Bout de Souffle, ma anche il perché di quella follia creativa che ribaltò il cinema. Il rischio, sempre dietro l'angolo in opere del genere, era quello di raccontare gli eventi in maniera pedissequa, con troppi numeri e date, ma Linklater sceglie un’altra strada: privilegia conversazioni che sembrano rubate, risate tra amici, improvvisazioni sul set, e soprattutto lo spirito collettivo di una generazione che stava reinventando le regole.

Al centro di tutto c’è il giovane Guillaume Marbeck, credibile e pieno di sfumature nel ruolo di Jean-Luc Godard: non è ancora il mito iconoclasta che conosciamo oggi, ma un giovane regista inseguito dai suoi dubbi, affamato di libertà espressiva e circondato da amici più affermati che lo spingono verso il suo primo film. Accanto a lui Zoey Deutch offre una performance intensa e misurata nei panni di Jean Seberg, la sfortunata star americana di À Bout de Souffle che si ritrovò catapultata dai set di Otto Preminger a quello di un regista esordiente che girava a braccio, senza sceneggiatura e in base all'umore del momento... Seberg, qui, è più di un’icona: è l’anima straniera che osserva, dubita, si innamora e si scontra con il metodo poco ortodosso di Godard.

E poi ci sono gli amici, le voci che animano il set e la vita fuori dal set: Adrien Rouyard nei panni di François Truffaut, Antoine Besson come Claude Chabrol, Jonas Marmy come Jacques Rivette, Roxane Rivière come Agnès Varda, Côme Thieulin interpreta Éric Rohmer, e persino Matthieu Penchinat è Raoul Coutard, il direttore della fotografia destinato a rivoluzionare il modo di girare. Ognuno appare con il proprio nome in sovrimpressione, come se stesse entrando in scena da una fotografia in bianco e nero che prende vita, creando un piccolo coro di personalità che si intrecciano tra feste nei bistrot e discussioni infinite e fumose (nel senso letterale del termine)

E qui sta uno dei piaceri maggiori del film: Linklater non ci mostra solo che cosa accadeva, ma come accadeva. Ci porta dentro quelle sessioni in cui con un bicchiere in mano si facevano progetti grandiosi, si screditavano le regole del cinema classico e, tra una risata e una sigaretta, si dava forma a un linguaggio nuovo e personale. C’era un avvolgente senso di cameratismo, di chi stava riscrivendo le regole e sapeva che forse il mondo non avrebbe capito subito, ma prima o poi ci sarebbe arrivato...

Dal punto di vista visivo, l’uso del bianco e nero e dell’inquadratura in formato 4:3 non sono trovate nostalgiche fine a se stesse, ma un modo per restituire la sensazione di guardare a quei momenti con occhi dell’epoca, come se avessimo ritrovato una bobina dimenticata in un cassetto e la stessimo proiettando in una saletta parigina. Le scene sul set di À Bout de Souffle sono divertenti e affascinanti proprio perché Linklater non cerca di imitare pedissequamente Godard, bensì di catturare lo spirito di quel cinema fatto di risposte impulsive, idee improvvisate e una libertà cinematografica che sembrava infinita.

C'è naturalmente il rovescio della medaglia, ovvero l'autoreferenzialità di cui parlavamo all'inizio: per uno spettatore "medio" Nouvelle Vague può risultare accademico, snob, pieno di nomi e di gesti che non hanno subito un significato immediato se non hai familiarità con quella stagione di cinema. Non è un film che ti accompagna per mano, e nemmeno ci prova: è un film che ti invita a sederti, ascoltare e partecipare, e il divertimento sta proprio nel capire cosa sta accadendo attorno a te.

In conclusione,
Nouvelle Vague è un film che parla di cinema con amore, intelligenza e leggerezza, un racconto metacinematografico che lascia filtrare tutta la fragranza di un'epoca in cui l'arte si costruiva tra amici, sigarette, bicchieri e idee rivoluzionarie. E' il tipo di esperienza che premia chi arriva con lo "zaino" della conoscenza pieno di riferimenti, ma che inevitabilmente può rimanere indigesto a chi si avvicina per la prima volta a quei giorni di festa, caos creativo e cinema libero. Un balocchino per cinefili, prezioso ma elitario, certamente non per tutti.

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