sabato 9 maggio 2026

PORTOBELLO



titolo originale: PORTOBELLO (ITALIA, 2025)
regia: MARCO BELLOCCHIO
sceneggiatura: MARCO BELLOCCHIO, STEFANO BISES, GIORDANA MARI, PEPPE FIORE
cast: FABRIZIO GIFUNI, LINO MUSELLA, ROMANA MAGGIORA VERGANO, BARBORA BOBULOVA, MASSIMILIANO ROSSI, FAUSTO RUSSO ALESI, ALESSANDRO PREZIOSI, GIANFRANCO GALLO
durata: 6 episodi di 60 minuti circa
giudizio: 


Il calvario giudiziario di Enzo Tortora, il conduttore più popolare della Rai negli anni '80, che nel 1983 venne arrestato con le accuse infamanti di associazione camorristica e spaccio di droga, per poi essere scagionato definitivamente quattro anni dopo per non aver commesso il fatto, dopo aver trascorso sette mesi in carcere e subìto due processi, oltre a una gogna mediatica senza precedenti...   



Scrivo solo adesso di Portobello perchè, come in tanti hanno fatto, ho preferito vedermi la serie completa tutta d'un fiato invece di aspettare le puntate settimanali trasmesse da HBO. Perchè, per quanto ovvio, aldilà della strategia distributiva Portobello è cinema allo stato puro, esattamente come lo era Esterno Notte, il lavoro precedente di Bellocchio, di cui Portobello è l'ideale continuazione. E, proprio come Esterno Notte, anche Portobello è strepitosa: non è affatto superfluo ribadire che Marco Bellocchio, a 86 anni suonati, è ancora e di gran lunga il più giovane, libero e visionario tra i registi italiani. Non per spirito anagrafico, ma per il coraggio di mettersi continuamente in discussione e inventare ogni volta un linguaggio nuovo, senza mai accomodarsi.

E se in Esterno Notte Bellocchio raccontava attraverso la tragedia di Aldo Moro il venir meno di un sogno, il crollo di una speranza (di un Paese migliore), in Portobello il crollo si fa più intimo, più crudele: la vicenda di Enzo Tortora viene ricostruita come un incubo giudiziario che ancora oggi lascia senza parole. Ed è proprio qui che la serie colpisce più a fondo, senza possibilità di difesa per lo spettatore: Portobello non racconta solo un errore giudiziario, ma dimostra (con una lucidità quasi spietata) che quello che accadde a Tortora, per quanto assurdo e inverosimile fosse stato, potrebbe accadere davvero a chiunque di noi. Non c'è nulla nella sua storia che lo renda davvero "eccezionale" agli occhi dello spettatore, se non la normalità con cui l'ingiustizia prende forma...

Portobello
insiste con forza su un punto che ancora oggi lascia sgomenti: la fiducia cieca accordata alle dichiarazioni dei pentiti, accettate a scatola chiusa senza alcuna verifica, senza riscontri solidi, come se bastasse la parola di un assassino per trasformarla in prova. Bellocchio non semplifica, ma mette a nudo una dinamica inquietante: un sistema che invece di dubitare sceglie di credere ai malviventi, che invece di controllare accelera, che invece di proteggere espone. Il risultato è devastante, e la serie lo mostra in tutta la sua crudezza: i tre anni di reclusione da innocente di Tortora (tra carcere e domiciliari) diventano così non solo una tragedia personale ma una frattura istituzionale. E lo spettatore è costretto a condividere quella sospensione, quel senso di impotenza assoluta. 

Fabrizio Gifuni
, ormai attore-feticcio di Bellocchio, interpreta Enzo Tortora con rara intensità e precisione, con una performance in grado di rappresentare con grande lucidità la progressiva disgregazione interiore del protagonista. Accanto a lui si muove un cast solidissimo di attori capaci di dare corpo e sfumature a un panorama umano complesso. Tutti in grande spolvero, da Barbora Bobulova (Anna, la sorella di Enzo) alla lanciatissima Romana Maggiora Vergano (Francesca, l'ultima compagna di Tortora), da Carlotta Gamba a Alessandro Preziosi, a Fausto Russo Alesi. La menzione speciale va però a un immenso, inquietante Lino Musella, che domina la scena nei panni di Giovanni Pandico, il camorrista dissociato e clinicamente pazzo che divenne il più grande accusatore di Tortora, raccontando così bene ai magistrati una serie di deliranti nefandezze (chiaramente inventate di sana pianta) da essere incredibilmente preso sul serio. Una figura sinistra, scivolosa, che incarna la zona più opaca e disturbante dell'intera vicenda.

Il piatto forte di Portobello, però, sta ancora una volta nella sceneggiatura. Giovanna Mari, Peppe Fiore, lo stesso Bellocchio e soprattutto Stefano Bises (che aveva collaborato anche alla stesura  di Esterno Notte e M - Il figlio del secolo, scusate se è poco) scrivono una trama che sa essere al tempo stesso rigorosa e profondamente coinvolgente. E poi c'è la musica, che come sempre nel cinema di Bellocchio ha un peso fondamentale: da un lato la partitura originale di Teho Teardo, che lavora con suoni trattenuti, vibrazioni quasi impercettibili che accompagnano e spesso anticipano il collasso emotivo dei personaggi. Dall'altro ci sono invece le canzoni note, usate come sempre da Bellocchio in modo irrituale, a partire dalla celeberrima Jesahel dei Delirium (con la voce di Ivano Fossati) che attraversa la prima e l'ultima puntata come un cerchio che si chiude. Non è una semplice scelta musicale: è un gesto narrativo. Quel brano, con la sua energia quasi mistica e il suo slancio collettivo, diventa il fantasma di un'epoca, il ricordo di un'illusione condivisa che all'inizio sembra ancora possibile e alla fine suona miseramente perduta.

Quello che resta, alla fine, è un senso di inquietudine permanente. Portobello è un'opera solida, potente, cupa, che si impone senza bisogno di alzare la voce. Ti porta dentro una storia individuale e, senza mai forzare, ti obbliga a fare i conti con un dubbio scomodo: quando, in un'aula di Tribunale, siamo davvero al sicuro e quando è il sistema giudiziario stesso a sbagliare? Bellocchio non offre consolazioni. Racconta la Caduta con una lucidità e una libertà creativa che oggi, in Italia, appartengono davvero a pochissimi.


6 commenti:

  1. Quando una serie diventa Cinema (con la maiuscola). Oltretutto ha anche grande valore storico: io all'epoca ero molto giovane e seguii la vicenda distrattamente. Una storia pazzesca.

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    1. Esatto. Una grande opera d'autore che è anche didattica. E racconta un pezzo di storia dove, purtroppo, il programmi scolastici non arrivano. Quindi doppiamente meritevole.

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  2. La lucidità di Bellocchio nel mettere in scena i lati oscuri della storia italiana è clamorosa. Capolavoro assoluto, con tanti momenti da ricordare: la scena che più mi è rimasta impressa è quella del terremoto visto dal carcere. Eccezionale.
    Buonanotte e buon weekend.
    Mauro

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    1. Concordo. Mauro. Quella scena è potentissima. Ma ce ne sono tante: il pappagallo che scappa e fugge in una chiesa (luogo mai banale per Bellicchio), il Pulcinella che suona per i detenuti... tante suggestioni

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  3. Dopo aver visto Esterno Notta, sulla quale ero un po' titubante e poi mi sono ricreduta, non ho avuto esitazioni a vedere anche questa. E non posso che riconfermare: capolavoro!

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