lunedì 16 marzo 2026

L' OSCAR DELLA MILITANZA



L'Oscar 2026 premia (finalmente) Paul Thomas Anderson e il suo Una battaglia dopo l'altra, dopo ben undici tentativi andati a vuoto. E' la vittoria, manco a dirlo, di una Hollywood progressista, democratica, dichiaratamente anti-trumpiana e finalmente schierata in prima linea contro la barbarie dei nostri tempi. Una tendenza confermata anche dalle quattro statuette pesanti andate a I Peccatori di Ryan Coogler, ottimo film anti-razzista e fieramente "black", che non esce affatto ridimensionato da questa notte, anzi: questo successo potrebbe rappresentare, speriamo, la definitiva legittimazione dell'horror come genere cinematografico degno di rispetto anche da parte dell'establishment (la conferma viene anche dalla vittoria di Amy Madigan tra le non protagoniste per l'inquietante Weapons). La svolta liberal dell'Academy è confermata anche dal toccante ricordo di Barbra Streisand al "compagno" Robert Redford, che stanotte di sicuro avrebbe applaudito PTA. L'Oscar per il miglior attore va a Michael B. Jordan, che brucia sul filo di lana un deluso Timothée Chalamet, mentre Jessie Buckley stravince come da pronostico per il poetico Hamnet. Sean Penn invece diserta la cerimonia e (non) manda segnali da Kiev, dove pare si trovi, in linea con la sua indole da bastian contrario... l'unico premio non politico è quello per il miglior film internazionale, andato al norvegese Sentimental Value (con mio personale rammarico: avrei preferito di gran lunga L'agente segreto), mentre i due Oscar a Demon Hunters certificano l'estetica ormai planetaria e inarrestabile del Kpop coreano... Unico grande assente, purtroppo ingiustificato, il cinema italiano. Lo si sapeva, ma non ci consola. Avremo modo di riparlarne. 



Una vittoria attesa, quasi liberatoria, fortemente simbolica: i sei Oscar per Una battaglia dopo l'altra e i tre personali per Paul Thomas Anderson (dopo undici candidature andate a vuoto!) sanciscono non soltanto il trionfo di uno dei più grandi autori americani contemporanei, ma soprattutto la fotografia di una Hollywood che decide chiaramente di prendere posizione. Non in modo nascosto o tra le righe, ma dichiarato, quasi rivendicato: lo avevo già scritto lo scorso anno nel pezzo "L'Oscar della resistenza" che l'Academy stava cambiando pelle, e il 2026 sembra essere la naturale prosecuzione di quella traiettoria.

Una battaglia dopo l'altra
La "testa di ponte" di questa Hollywood militante e impegnata è senz'altro Paul Thomas Anderson: per anni la critica lo ha considerato, giustamente, uno dei più grandi autori del cinema americano contemporaneo, ma l'Academy lo aveva sempre guardato con prudenza, per non dire con diffidenza... almeno fino a stanotte. Una battaglia dopo l'altra, adattamento molto libero del romanzo "Vineland" di Thomas Pynchon (lo stesso di Vizio di forma), è un oggetto piuttosto anomalo per gli standard hollywoodiani: un grande film politico attraversato da fantasmi degli anni '70, rivoluzionari disillusi, complotti governativi e paranoia tutta americana. Un racconto sul potere, sui mali del razzismo, del fanatismo e sulle tensioni sociali contemporanee. Non esattamente il classico "film da Oscar", e forse è proprio questo il segno della svolta...

Michael B. Jordan, miglior attore per "I Peccatori"
Se però c' stato un vero antagonista nella corsa alle statuette, quello è stato senza dubbio I Peccatori di Ryan Coogler. Un horror vampiresco, anche questo manco a dirlo apertamente politico, fieramente "black", che ha messo il pepe alla stagione dei premi diventando il film più nominato della storia degli Oscar: ben sedici candidature che si sono trasformate in quattro premi comunque pesanti, tra i quelli per il miglior attore e la miglior sceneggiatura originale. Ma il vero merito de I Peccatori è stato quello di aver definitivamente sdoganato l'horror come linguaggio cinematografico pienamente legittimato anche dall'Academy, dopo che per anni questo genere era stato considerato troppo popolare o troppo "sporco" per i salotti buoni di Hollywood. Ma la musica è cambiata: da Scappa! di Jordan Peele (2017) il cinema di paura è diventato uno dei luoghi più fertili per raccontare la contemporaneità. Il successo (anche commerciale) de I Peccatori e anche l'Oscar a Amy Madigan per l'inquietante Weapons certificano definitivamente questo passaggio.

Barbra Streisand, commovente il suo ricordo di Robert Redford
La linea politica della cerimonia è stata evidente anche nei momenti fuori dal palmarés. Il commovente tributo di Barbra Streisand al "compagno" (di set e di militanza) Robert Redford ha avuto il sapore di un ideale passaggio di testimone tra due icone liberal: Redford, da sempre impegnato sul fronte ambientale e civile, è stato per decenni uno dei volti più riconoscibili dell'America culturale di sinistra.

Sul fronte attoriale, pochi colpi di scena. Come previsto da mesi, Jessie Buckley ha vinto l'Oscar come miglior attrice protagonista per Hamnet, struggente adattamento del romanzo di Maggie O'Farrell diretto da Chloé Zhao. La sua Agnes Shakespeare, madre devastata dalla perdita del figlio, aveva già convinto praticamente tutti lungo la stagione dei premi. Più incerta, almeno sulla carta, la gara per il miglior attore: alla fine l'ha spuntata sul filo di lana Michael B. Jordan che ha superato un delusissimo Timothée Chalamet (a cui, nel mio piccolo, consiglio un ufficio stampa che lo possa aiutare nelle sue gaffes da ragazzino...). Tra i momenti più curiosi della serata si è fatta notare, morettianamente parlando, l'assenza di Sean Penn (terzo Oscar per lui, come Jack Nicholson e Daniel Day-Lewis), che ha scelto di disertare la cerimonia preferendo (pare) rimanere a Kiev a sostenere la causa Ucraina. Comportamento coerente con il personaggio: Hollywood festeggia e lui manda segnali da fronte.

le interpreti di "Golden", miglior canzone dell'anno
L'unico premio davvero a-politico della serata è stato quello per il miglior film straniero, andato al norvegese Sentimental value di Joachim Trier. Un film intimista e malinconico che, lo sapete, personalmente non mi ha convinto del tutto: gli avrei preferito di gran lunga lo splendido L'agente segreto, rimasto purtroppo a bocca asciutta. Altro momento significativo della cerimonia sono stati i due Oscar conquistati dal fenomeno Kpop Demon Hunters, tra cui quello per la miglior canzone, "Golden", che ha fatto ballare l'intero teatro. Può sembrare una semplice nota di colore, ma in realtà certifica qualcosa di molto più importante: l'estetica coreana è ormai un linguaggio globale, e dopo il "terremoto" di Parasite (2019), la Corea continua ad essere uno dei poli più influenti della cinematografia mondiale. 

L'unica nota stonata, per noi, rimane purtroppo la totale assenza del cinema italiano. Nessuna candidatura significativa, nessun titolo davvero competitivo nella corsa internazionale. Un vuoto che non può essere liquidato come semplice sfortuna o coincidenza. Il problema è molto più profondo: mentre il cinema mondiale continua a reinventare linguaggi, generi e stili, l'industria italiana (un po' come l'intero Paese) sembra essere rimasta ormai irrimediabilmente indietro. Ma di qesto avremo modo di riparlarne. 


MIGLIOR FILM
UNA BATTAGLIA DOPO L'ALTRA





MIGLIOR REGIA
PAUL THOMAS ANDERSON
(UNA BATTAGLIA DOPO L'ALTRA)





MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
MICHAEL B. JORDAN
(I PECCATORI)





MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA
JESSIE BUCKLEY
(HAMNET: NEL NOME DEL FIGLIO)






MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
SEAN PENN
(UNA BATTAGLIA DOPO L'ALTRA)






MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA
AMY MADIGAN
(WEAPONS)





MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE
RYAN COOGLER 
(I PECCATORI)

MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
PAUL THOMAS ANDERSON
(UNA BATTAGLIA DOPO L'ALTRA)

MIGLIOR CASTING
CASSANDRA KULUKUNDIS
(UNA BATTAGLIA DOPO L'ALTRA)

MIGLIOR FOTOGRAFIA
AUTUMN D. ARKAPAW
(I PECCATORI)

MIGLIOR SCENOGRAFIA
TAMARA DEVERELL, SHANE VIEAU
(FRANKENSTEIN)

MIGLIORI COSTUMI
KATE HAWLEY
(FRANKENSTEIN)

MIGLIOR TRUCCO
MIKE HILL, JORDAN SAMUEL, CLIONA FUREY
(FRANKENSTEIN)

MIGLIORI EFFETTI SPECIALI VISIVI
JOE LETTIERI, RICHARD BANEHAM, DANIEL BARRETT
(AVATAR: FUOCO E CENERE)

MIGLIOR MONTAGGIO
ANDY JURGENSEN
(UNA BATTAGLIA DOPO L'ALTRA)

MIGLIOR SONORO
G. JOHN, A. NELSON, G. WHITTLE, G. RIZZO, J. PERALTA
(F1: IL FILM)

MIGLIOR COLONNA SONORA ORIGINALE
LUDWIG GÖRANSSON
(I PECCATORI)

MIGLIOR CANZONE ORIGINALE
"GOLDEN" (AA.VV.)
KPOP DEMON HUNTERS






MIGLIOR FILM INTERNAZIONALE
SENTIMENTAL VALUE (NORVEGIA)





MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE
KPOP DEMON HUNTERS




MIGLIOR DOCUMENTARIO
MR. NOBODY AGAINST PUTIN










4 commenti:

  1. Premi abbastanza militanti, però avrei gradito qualche presa di posizione più decisa ed estrema anche sul palco. Dove, a parte Javier Bardem, in pochi mi sembra si siano esposti. Italia non pervenuta, a parte Vittoria Ceretti :)

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    1. Ci si espone anche attraverso l'arte, non solo con le parole. Bardem è stato molto "diretto", Anderson e Coogler hanno parlato con i loro film. Per me va benissimo lo stesso. Sullo stato (infelice) del cinema italiano bisognerà tornarci per forza...

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  2. Contento per Anderson, l'unico vero Gigante di questa notte. Speravo almeno nel premio alla fotografia per Train Dreams, ma si vede che netflix fa ancora paura ai parrucconi dell' Academy. Ad ogni modo va benissimo così!

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    1. Prima o poi accadrà che un film Netflix vincerà l'Oscar per il miglior film, ci siamo già andati vicini diverse volte, ma è anche vero che i verdetti di quest'anno sanciscono la "rivincita" degli Studios. In particolar modo della Warner (appena acquistata dalla "trumpiana" Paramount...) che con "Una battaglia dopo l'altra", "Sinners" e "Weapons" ha portato a casa qualcosa come undici statuette. Hollywood evolve, ma il cinema in sala (per fortuna) è duro a morire!

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