lunedì 16 agosto 2010

Un ferragosto a Locarno


Locarno è uno di quei "luoghi dell'anima", dove non puoi fare a meno di andarci... è più forte di me. Quest'anno solo una brevissima toccata e fuga, tanto per "timbrare il cartellino", ma stimolante come sempre.
E' difficile dire da dove nasca il fascino di questo piccolo-grande festival del cinema. Forse per il fatto di essere una rassegna "piccola" ma elitaria, sperimentale, dove puoi assistere a opere davvero coraggiose e alternative, a volte provocatorie, che difficilmente trovano spazio nei festival maggiori (anche se Locarno, ricordiamo, per importanza è il quarto festival al mondo, il secondo per longevità insieme a Cannes). Oppure perchè è un festival a misura di spettatore, che non ti costringe a estenuanti spostamenti col cuore in gola da una sala all'altra, offrendoti inoltre la visione dei film più spettacolari in una cornice unica al mondo come quella di Piazza Grande: se siete cinefili veri non potete, almeno una volta nella vita, non assistere ad una proiezione in questo magico scenario, insieme a quasi diecimila persone entusiaste...
Oppure, ancora, a Locarno ci si va perchè è, banalmente, un posto bellissimo e ospitale: un paesino di neanche ventimila anime, caretteristico, pittoresco, adagiato sulle sponde del Lago Maggiore e dove ti puoi anche concedere una piccola vacanza rilassante. Davvero: Locarno è l'unico festival al mondo dove, oltre a vedere film, ti puoi anche riposare. E scusate se è poco.
Tante persone, di ogni parte del mondo, ogni anno amano trascorrere qui il proprio ferragosto: dalla minuscola (ma troppo carina!) stazione ferroviaria si raggiungono in breve tempo tutte le principali mete della Svizzera, e anche le nostre Domodossola e Varese. Percorsi incantevoli e suggestivi, come la ferrovia delle Centovalli e i collegamenti col Bernina Express... insomma, c'è di tutto e di più per "innamorarsi" di questa vivissima cittadina svizzera.
Appuntamento al prossimo anno!



sabato 31 luglio 2010

Ci vediamo a Venezia!


Non ci sarà Terrence Malick, e nemmeno Pupi Avati e Sandro Bondi. Del primo ci dispiace molto, ma conoscendo i suoi tempi biblici di lavorazione non è una sorpresa. Del secondo ce ne faremo una ragione, e del terzo... chissenefrega!
Per il resto, però, la 67. Mostra del Cinema di Venezia si presenta appetitosa come non mai. Certo, spesso l'antipasto è ingannatore e rischia di rovinare il resto della cena (e quindi è bene non aspettarsi troppo) ma, insomma, se il buongiorno si vede dal mattino quest'anno al Lido avremo un menù coi fiocchi. E' l'applicazione di quella legge non-scritta ma sempre valida il cui assioma recita che... se Cannes piange, Venezia sorride (e viceversa). Ergo: quest'anno sulla Croisette di grandi film non se ne sono visti, e questo fa ben sperare in vista dell'appuntamento in laguna.
Grandi speranze e grandi attese dunque per la settima Mostra targata Marco Muller, a cominciare dal Presidente di Giuria che sarà nientemeno che Quentin Tarantino. Gran mossa, questa di Muller: con un personaggio come lui non sarà di sicuro un'edizione "normale", e potete star certi che il vulcanico cineasta di Knoxville non mancherà di farsi notare, in una maniera o nell'altra. Ma, Tarantino a parte, il sale della kermesse sono naturalmente i film. E allora vediamo, sezione per sezione, che cosa potremo aspettarci di buono da Venezia 67 :

CONCORSO
Un nome su tutti balza agli occhi del sottoscritto: Sofia Coppola. E' vero, sono di parte: da sempre nutro una stima e un'ammirazione incondizionata per questa giovane regista autrice di un cinema "meraviglioso", nel senso letterale della parola: i suoi film sono opere che "meravigliano" lo spettatore, lo portano a sognare, riflettere, lo sorprendono con una grazia e un'eleganza tipicamente femminili. Dopo la straordinaria biografia-pop di "Marie-Antoinette", la Coppola arriva al Lido con "Somewhere" , interpretato da Benicio Del Toro e Michelle Monaghan. E alla Coppola si aggiungeranno altre tre pellicole a stelle e strisce: "Black Swan" di Darren Aronofsky (vincitore nel 2008) con Natalie Portman, "Promises written in water" di Vincent Gallo e "Road to Nowhere" del veterano Monte Hellman (77 anni) già produttore di Tarantino (e qui le malelingue già si sprecano).
Alla cinematografia d'oltreoceano si contrappone, naturalmente, quella orientale: e anche qui ce n'è per tutti i gusti: da Miike Takashi ("13 assassins") a Tsui Hark ("Detective Dee..."), passando per il vietnamita Tran Ahn-Hung, vincitore tanti anni fa con "Cyclo", che porta sullo schermo la riduzione cinematografica di un libro straordinario: "Norwegian Wood" di Murakami Haruki. L'impresa è di quelle da far tremare i polsi (il libro è, apparentemente, difficilissimo da tradurre in immagini), ma se centrata potrebbe diventare l'Evento della Mostra. Vedremo.
Ci aspettiamo buone prove, poi, da registi relativamente giovani ma agguerriti, e già affermati: il tedesco Tom Tykwer ("Drei"), il francese François Ozon ("Potiche"), lo spagnolo Alex De La Iglesia ("Balada triste de Trompeta") e quello che è forse, a scatola rigorosamente chiusa, il vero favorito al Leone d'Oro: l'antipaticissimo ma innegabilmente talentuoso Abdellatif Kechiche, che torna a Venezia a quattro anni di distanza da "Cous Cous", stavolta con l'ambizioso "Venus Noire". E poi, ovviamente, le immancabili sorprese...

FUORI CONCORSO
Qui c'è davvero l'imbarazzo della scelta: ci vorrebbero dieci pagine di questo blog per elencare tutti i film che passeranno fuori concorso nei dieci giorni di festival. Per non fare torto a nessuno, elenco solo i nomi dei registi, in rigoroso ordine alfabetico. Giudicate voi: Ben Affleck, Casey Affleck, Bellocchio, Placido, Rodriguez, Salvatore, Scorsese, Taymor, Tornatore, Turturro, John Woo, Zhang Yuan... troppa grazia davvero!

ORIZZONTI
Molti documentari quest'anno, in quella che è da sempre la sezione più sperimentale e proiettata verso il futuro della rassegna veneziana: il più toccante per noi italiani sarà senz'altro "Un anno dopo" di Carlo Liberatore, Matteo DiBernardino, Antonio Iacobone, Stefano Ianni e Marco Castellani, sul dopo-terremoto de L'Aquila. Ma ci saranno anche la poliedrica (e spesso polemica) Catherine Breillat ("La belle endormie"), Paul Morrissey ("News from nowhere"), Patrick Keiller (Robinson in ruins"), Pasquale Scimeca ("I Malavoglia")...

GLI ITALIANI
E dulcis in fundo, eccoci alla nostra pattuglia! Che, come da tradizione, sbarca in forze in laguna. Ben quattro i film italiani in concorso, molto diversi e ben assortiti, e frutto di scelte (almeno speriamo) mirate e coraggiose, con buona pace di Pupi Avati. Il titolo di punta, sul quale (forse) si fondano le maggiori speranze per il Leone è senz'altro "Noi credevamo" di Mario Martone, magniloquente e corposo affresco storico (tre ore e mezza di durata!) sul Risorgimento, con un cast che racchiude il meglio delle potenzialità attoriali del nostro Paese: Toni Servillo, Luigi Lo Cascio, Anna Bonaiuto, Luca Zingaretti, Francesca Inaudi. Ci aspettiamo molto, inutile nasconderlo.
Desta attenzione e curiosità anche "La solitudine dei numeri primi" di Saverio Costanzo, tratto da un best-seller di successo del giovane scrittore Paolo Giordano. Soggetto molto cinefilo, tematiche universali (la solitudine, la diversità, la ricerca di se stessi), una coppia di giovani bravi attori (Alba Rohrwacher e Luca Marinelli). Gli ingredienti sono buoni, staremo a vedere. Così come ci ispira "La Passione" di Carlo Mazzacurati, regista umile, schivo e mai troppo apprezzato da noi, ma capace di realizzare sempre film interessanti e ricchi di spunti ("Il toro", "La lingua del santo", "La giusta distanza"). Si presenta al Lido con "La passione", con Silvio Orlando e Cristiana Capotondi.
Un discorso a parte lo merita, invece, il "quarto uomo" in concorso. Parliamo di Ascanio Celestini, regista esordiente ma già affermato scrittore e autore di culto, specie tra i giovani. La sua opera prima, "La Pecora Nera", è un viaggio all'interno dei manicomi e del difficile mondo della pazzia. Film ambizioso, sentito, forse rischioso per un esordiente. Ma conosciamo bene Celestini, è un virtuoso della parola, un artista a tutto tondo, uno spirito libero che ben si adatterà anche al grande schermo. E se anche non ci dovesse riuscire... beh, pazienza. Ma continueremo mille volte a preferire film coraggiosi e sinceri come questi piuttosto che gli scontatissimi, nostalgici e noiosi pastiche sentimental-provinciali "alla Pupi Avati", che tanto si è scandalizzato per l'esclusione dal concorso del suo film a vantaggio, appunto, di Celestini.
Tanta Italia anche fuori concorso, col già discusso "Vallanzasca" di Michele Placido, "Gorbaciof" di Stefano Incerti, "Notizie dagli scavi" di Gabriele Greco, "1960", documentario di Gabriele Salvatores, eccetera eccetera...

Insomma, tanta carne al fuoco. E un invito: venite a Venezia!
Insieme al sottoscritto... perchè no?

martedì 27 luglio 2010

Il Pupi furioso e lo Zerbino di Arcore

Com'è triste Venezia...
E' francamente penoso stare qui a parlare, in un blog di cinema, di una polemica che col Cinema (con la "C" maiuscola) c'entra poco o niente. Ma mi sento in dovere di farlo per dimostrare a tutti coloro che leggono queste pagine in che razza di paese viviamo (e stavolta "paese" lo scriviamo, rigorosamente, con la "p" minuscola). Semmai ce ne fosse bisogno.

La notizia è di pochi giorni fa, ed è stata riportata da un po' tutti i quotidiani: la commissione selezionatrice della Mostra del Cinema di Venezia ha deciso di escludere dal concorso principale l'ultimo film di Pupi Avati "Una sconfinata giovinezza", relegandolo nelle sezioni collaterali. L'orgoglioso regista bolognese, informato della cosa, non l'ha presa proprio benissimo e si è lasciato andare a dichiarazioni abbastanza grottesche (per non dire peggio), arrivando ad affermare che "Dopo tanti anni di professione non credevo di meritare un trattamento così ambiguo e non consono a chi si trova a dirigere uno dei festival più importanti al mondo. Non potevo tenere solo per me il grande dolore che sto vivendo".

E vabbè.
Ora, aldilà del fatto che ogni Direttore Artistico di un festival ha il sacrosanto diritto di selezionare i film che vuole, proprio non si capisce in base a quale criterio Avati (che ha già partecipato nove volte alla competizione!) pretenda di essere selezionato sempre e comunque in concorso ogni volta che fa un film, privilegio che in passato non era stato concesso nemmeno a Orson Welles... tantopiù, aggiungo io, se andiamo a vedere il livello medio qualitativo della produzione di Avati (specialmente negli ultimi anni...) Ma qui entriamo nel campo della soggettività di giudizio e quindi lasciamo stare. Giova ricordare però che il buon Marco Muller nel corso del suo mandato ha avuto il merito di portare al Lido una notevole quantità di pellicole coraggiose e fuori dagli schemi, e che quindi si presume che il suo lavoro un pochino lo sappia fare...


Ma fin qui niente di nuovo sotto il sole. Venezia è un po' come Sanremo, le polemiche sono all'ordine del giorno e sono anche un po' il "sale" della manifestazione.
La cosa grave è accaduta dopo. A distanza di un giorno. E il fattaccio si annida (ma guarda un po'!) ancora una volta negli scranni romani dei nostri politicanti.
Che è successo? Semplice: l'ineffabile Sandro Bondi, pseudo-ministro della cultura nonchè camerlengo-zerbino-maggiordomo-barbaresco di Sua Emittenza Silvio da Arcore, informato dell'argomento, ha prontamente e candidamente espresso la sua volontà "affinchè il mio amico Pupi Avati e la Biennale trovino una soluzione all'altezza del grande maestro".
Di cosa stiamo parlando???? Ma dell'ennesimo caso di ingerenza politica di un governo nelle attività culturali di una nazione, naturalmente!
Del fatto che Bondi, ormai, si sente a pieno titolo Curatore e Direttore Artistico della Mostra, e che se io fossi Muller da oggi non dormirei davvero sogni tranquilli... E poi ricordate? Era già successo l'anno scorso con Katyn, il film del polacco Wajda sugli orrori del comunismo, prima rifiutato dalla Commissione poi riammesso in Laguna grazie al "suggerimento" interessato del ministro. Ma non è finita qui: mica penserete Bondi spinga l' "amico Avati" a Venezia solo per ragioni sentimentali? Che ingenui! Sentite, a tale proposito, cosa ha dichiarato Gasparri del PdL:
"Non vorremmo che ci fossero delle ragioni ideologiche-culturali dietro questa decisione, e il sospetto viene vedendo coloro che sono stati privilegiati"
Oooh, ecco che si getta la maschera!!
E sapete chi è il "privilegiato" in questione? Il povero Ascanio Celestini, regista debuttante, di simpatie politiche non proprio affini al centro-destra, che porta al Lido un coraggioso film sul mondo dei malati di mente e dei manicomi.
Figuratevi se per Bondi è ammissibile che un regista debuttante, e per giunta comunista, "rubi" il posto al cattolicissimo e "allineato" Avati, poverino, che a Venezia c'è stato appena nove volte!
Meglio non aggiungere altro.
Questo è il paese in cui viviamo...

domenica 11 luglio 2010

Caldo.


Non ho mai amato l'estate: stagione falsa, ingannatrice, straniante. Dove tutto è rallentato, dove il caldo ti annichilisce, ottenebra la mente, i pensieri, le forze, la creatività. Dove tutto è irreale, dove è obbligatorio divertirsi, dove nascono amori effimeri, dove chi è solo diventa ancora più solo... Ma come diceva Bruno Martino, tanti e tanti anni fa, "Tornerà un altro inverno / cadranno mille petali di rose / la neve coprirà tutte le cose / e forse un po' di pace tornerà".

1. CANICOLA (Austria, 2001) di Ulrich Seidl
Un caldo weekend in una sperduta, inquietante periferia austriaca. Il caldo può dare alla testa.

2. RAPACITA' (Usa, 1924) di Erich Von Stroheim
Quando penso al caldo mi viene sempre in mente questo grande e maledetto film. La scena finale, nel deserto, è terribile e immaginifica insieme.

3. IL SORPASSO (Italia, 1962) di Dino Risi
Il Ferragosto più famoso (e tragico) della storia del Cinema.

4. HOT SPOT-IL POSTO CALDO (Usa, 1991) di Dennis Hopper
Un omaggio al compianto Hopper: l'estate, stagione disinibita e pruriginosa, è fatta per i più torbidi intrighi. Disarmante la bellezza di Jennifer Connelly.

5. LA LUNGA ESTATE CALDA (Usa, 1958) di Martin Ritt
Un titolo scontato e... obbligatorio per questa playlist.

6. LE TRE SEPOLTURE (Usa, 2005) di Tommy Lee Jones
Il confine tra Usa e Messico, in mezzo al nulla del deserto californiano, è il vero protagonista di questa bella e sorprendente opera prima.

7. I LUNEDI' AL SOLE (Spagna, 2002) di Fernando Leon de Aranoa
Sono quelli dei disoccupati, perchè in estate ci sono anche loro: e sono quelli che soffrono di più, nell'osservare da lontano il (finto) benessere che il consumismo impone.

NATALIE PORTMAN

Una 'nerd' di successo: questo si è sempre detto di Natalie Portman, ovvero la "brava ragazza" che fa carriera puntando su un'immagine pulita, sobria, acqua e sapone. E invece... beh, è proprio così!! La bella Natalie è una mosca bianca nel panorama hollywoodiano, tutto stelle e paillettes: non concede nulla al gossip, non ha mai abusato di droghe, non è mai stata ricoverata in clinica, non si è mai fatta "pizzicare" in pose o foto sconvenienti, non ha mai frequentato cattive compagnie... insomma, una delle poche "testoline pensanti" nel mondo dorato degli Studios. Tutto questo equivale a dire noia totale? Assolutamente no! Natalie, malgrado la sua apparente "normalità", è un concentrato di bellezza, intelligenza ed enorme sensualità! Ve lo dice uno che... beh, ha avuto la fortuna di trovarsela davanti e stringerle la mano!

Già, proprio così. Era la Mostra di Venezia del 2008 e la "nostra" assisteva in Sala Grande alla proiezione del suo primo lavoro da regista, un cortometraggio dal titolo Eve: la sala, malgrado la presenza di una stellina di Hollywood, era semideserta e a fine proiezione ebbi gioco facile nell'avvicinarla e stringerle la mano. Sorvolerò in questa sede di descrivervi l'imbarazzo misto a adrenalina del sottoscritto... In fin dei conti stiamo parlando di Lei: era vestita nel modo più semplice e anonimo possibile, camicetta celeste e jeans, eppure il suo viso il suo sorriso contribuivano a far sprigionare tutto il suo incredibile e inarrivabile fascino. Lo stesso fascino che aveva contagiato i milioni di spettatori che l'avevano vista in Closer di Mike Nichols, la sua prima nomination.

Ma i veri cinefili si erano accorti ben presto di lei: esattamente nel lontano 1994, quando una disinvolta ragazzina tredicenne si distingue per carisma, personalità e determinazione nel torbido Leòn di Luc Besson, nel ruolo di una smaliziata adolescente che entra nelle grazie di un killer spietato... è il ruolo che la lancia nel firmamento hollywoodiano: seguiranno poi due particine incisive in Mars Attaks di Burton e Tutti dicono I love you di Allen, fino ad ottenere (a soli diciassette anni) la popolarità planetaria (è il caso di dirlo!) nella nuova trilogia lucasiana di Guerre Stellari, dove sarà la splendida regina Amidala, giovane e battagliera sovrana che si innamorerà del "bello e dannato" Anakin.

Tuttavia, è lontano dai blockbuster che la Portman ottiene le parti migliori, a conferma di un intuito e un impegno cinematografico niente male: sarà la musa del regista Wes Anderson nello sconclusionato e poetico The Darjeeling Limited, dove la vediamo senza veli e disarmantemente erotica nel corto che precede il film (Hotel Chevalier), e sarà disinibita e "selvaggia" in My Bluberry Nights di Wong Kar-Wai. Ma il suo vero capolavoro, il ruolo (per ora) della vita, glielo regala James McTeague nel suo visionario e dolente V per Vendetta, un anatema potente, simbolico e malinconico contro ogni forma di totalitarismo e prevaricazione. Natalie interpreta Evie, giovane donna che viene rapita e imprigionata dal cospiratore V, e che nella detenzione troverà il modo di aprire gli occhi e rendersi conto della terribile dittatura perpetuata dal Governo Mondiale. La sua immagine smagrita, sofferente, terrorizzata, con la testa rasata a zero e le spalline ossute in bella evidenza faranno innamorare milioni di fans, decretandola stella di prima grandezza.

Il resto è storia di oggi: la sua strepitosa performance in Black Swan - Il cigno nero le vale il primo, Oscar. Non solo... il 2010 sarà davvero l'anno della svolta per Natalie: proprio sul set dello stesso film conosce l'uomo della sua vita, il fascinoso coreografo francese Benjamin Millepied, e subito si regalano un bel pargolo. Tanto per non farsi mancare nulla ! 
meritatissimo

Natalie Portman è nata a Gerusalemme, e non ha mai rinnegato le sue origini israeliane (impegnandosi spesso, anzi, in prima persona contro il conflitto israelo-palestinese). Ragazza estremamente intelligente e colta, parla correttamente ebraico, francese, tedesco e giapponese. Da sempre attenta ai ruoli da interpretare, sceglie sempre parti positive e edificanti, rifiutando quelle troppo "pruriginose", in linea con i suoi princìpi e il suo modo di essere. Per questo non abbiamo potuta vederla in Lolita di Adrian Lyne, in Tempesta di ghiaccio di Ang Lee, ne L'uomo che sussurrava ai cavalli di Robert Redford... nel frattempo però ha trovato il tempo di laurearsi in psicologia e conseguire il prestigioso "Stagedoor Manor Performing Arts Camps" ad Harward, una specie di Laurea in recitazione.

Tutto sommato non male per una ragazza appena trentenne...

domenica 27 giugno 2010

Chiuso per ferie?

Nell'anno dei Mondiali, c'era da aspetterselo... ma che tristezza!
Insomma, dove può andare a sbattere la testa un cinefilo nel mese di giugno? Per non parlare di Luglio e Agosto... non c'è niente da fare: in Italia d'estate è impossibile andare al cinema!
Intanto, perchè la maggior parte sono chiusi (specialmente quelli in centro: e probabilmente nemmeno riaprono. Quando vedo il cartello "chiuso per ferie" mi vengono i brividi). E quelli che restano aperti, invece (le multisale), proiettano sono cavolate cosmiche tipo A-Team oppure (fenomeno della ultima ora) qualche bell'horror in 3D, appassionante come una puntata di Centovetrine, che vai a vedere solo perchè muori dalla voglia di infilarti i famigerati occhialetti. Solo che poi, una volta infilati, non ti servono a niente perchè ti addormenti di noia... e allora risiamo al punto di partenza!

Già, dimenticavo... ci sono le arene estive!! Fenomeno questo tutto italiano (modestamente!), che all'estero non esiste e che, chissà come mai, nessuno ci copia. Certo, una volta esistevano i drive-in, ma quelli erano riservati solo alle coppiette, in quanto erano gli unici posti dove potevi "legalmente" copluare senza essere arrestato per atti osceni in luogo pubblico. Oggi sono spariti perchè sostituiti dagli alberghi a ore: cinquanta euro a botta, e via! Cari, ma vuoi mettere un bell'amplesso in una stanza con gli specchi e le pareti rosso fuoco (le ho viste in Cosavogliodipiù, che andate a pensare??? ) piuttosto che sul sedile della macchina, magari mentre ti stai guardando Z-L'orgia del potere? Maledetti titolisti italiani, uno pensa di vedere un porno, e poi...
Le arene estive, dicevamo. Io cerco di evitarle come la peste, ma alla gente piacciono perchè sono all'aperto e c'è fresco. Ora, a parte che ormai in tutti i cinema decenti c'è l'aria condizionata, io dico: come si fa a vedere un film che, in aggiunta alla propria colonna sonora, è accompagnato da: a) gli schiamazzi della gente in strada b) l'abbaiare dei cani c) i rintocchi del campanile d) il volume alto dei televisori delle case adiacenti e) il volome basso per non disturbare i proprietari delle case adiacenti... provate a vedere Avatar in un'arena estiva e poi mi dite se è lo stesso film!

Scherzi a parte, il problema esiste ed è, manco a dirlo, tutto italiano. Perchè da noi non si riesce a programmare una stagione estiva al cinema come si deve? Con titoli nuovi, intendo, non repliche o fondi di magazzino? In tutto il mondo i mesi estivi sono sfruttati dalle case distributrici per piazzare o i blockbuster di stagione (come in America, dove la stagione estiva è paragonabile al nostro periodo natalizio) oppure quei film che magari non trovano posto durante il periodo invernale. Ci si lamenta sempre perchè in Italia manca lo spazio per i titoli di casa nostra, e allora perchè non dedicare luglio e agosto, che so, al cinema italiano? Solo in Italia la stagione cinematografica dura (se va bene) da settembre a giugno: che senso ha buttare in pasto ai multiplex un titolo di un regista esordiente nel mese di ottobre, per poi tenerlo tre giorni con spettacolo pomeridiano, mentre invece lo si potrebbe programmare comodamente ora? Proprio l'altra sera sono capitato in un multisala della mia zona: su sedici schermi ce n'erano cinque che proiettavano A-Team e quattro The Hole-3D. Che senso ha? E le sale erano vuote...

Si dice che gli italiani amano il mare e non vanno al cinema d'estate nemmeno se li costringi con la forza. E' una grandissima caz**** !! Primo, perchè ormai, purtroppo, sono sempre di più gli italiani che hanno accorciato le vacanze, oppure non le fanno nemmeno. E nelle città c'è molta più gente rispetto a prima. Secondo, perchè in sala si può andare anche dopo cena, tanto la notte è lunga e in discoteca ci vai lo stesso... Terzo, perchè se programmi titoli "giusti" il pubblico ti segue anche col caldo. Tanto per citare delle cifre (documentate), ben dieci anni fa, Mission-Impossible:2, uscito il primo weekend di Luglio, incassò quasi sette milioni di euro... e c'erano molti meno schermi di adesso. E allora?

E allora niente. Siamo un paese di santi, poeti, navigatori e... pecoroni testardi e rammolliti. Che dobbiamo fare? E' più facile che l'Italia vinca il mondiale (ogni riferimento alle vicende attuali NON è casuale) piuttosto che far cambiare le abitudini a un italiano. E allora accontentiamoci di vedere il faccione ossigenato di Liam Neeson che fa A-Team. Di questi tempi il convento passa questo... che tristezza!

sabato 19 giugno 2010

SCARLETT JOHANSSON

Si dice che perfino Woody Allen abbia perso la testa per lei, non a caso appare ultimamente in tutti i suoi film... "Scarlett è unica, amo tutto di lei. E' una donna bellissima e molto dotata: una meravigliosa attrice". Sono parole di un lustro fa, quando presentando a Cannes Match Point il regista newyorchese confessò di essere rimasto estasiato guardando negli occhi la sua giovanissima musa. E d'altronde chi non perderebbe la testa per una come lei? Labbra rosso fuoco, seno e fianchi da maggiorata, occhi languidi e penetranti e un sederino... beh, non proprio da mannequin ma molto, molto generoso! Una bellezza "imperfetta", molto "cinematografica", non clonabile e quindi da maneggiare con cura: l'abbiamo conosciuta appena diciassettenne ne L'uomo che non c'era dei Coen, per poi rivederla l'anno dopo ne La ragazza con l'orecchino di perla di Peter Webber, dove pur restando vestitissima e pudicissima per tutto il film, riesce ad essere lo stesso una bomba di sensualità (basti vedere la celeberrima scena dello "scioglimento dei capelli" davanti a un imbambolato Colin Firth...). Poi, come detto, è arrivato "zio" Woody che l'ha voluta per Match point, Scoop e Vicky Cristina Barcelona, consacrandola come star di prima grandezza. Ma lei, ovviamente, non si "concede" solo ad Allen: nel frattempo era stata anche Black Dahlia per Brian De Palma ed aveva affiancato due "mostri sacri" come Christian Bale e Hugh Jackman in The Prestige. Tuttavia, almeno per il sottoscritto, il ruolo più bello e importante a Scarlett glielo regala un'altra donna straordinaria, delicata, dolce ma altrettanto forte: sto parlando di Sofia Coppola, che la scrittura per Lost in translation assieme al bravissimo Bill Murray. Un film teneressimo, poetico, amorevole, romantico ma non melenso, che la consacra attrice di prima grandezza.

Ma la Johansson non è certo la classica "bellona" con poco cervello, anzi! E' una diva di prima grandezza, che sembra uscita dalla Hollywood dei tempi d'oro e gestisce la sua immagine da star consumata: scelte professionali azzeccate, poche e oculate interviste e, almeno fino all'ultima Mostra di Venezia, stretto riserbo sulla sua vita privata: di lei si sapeva solo che era stata sposata con il "collega"Ryan Reynolds (da cui si è separata nel 2011) e poi le erano stati attribuiti centinaia di flirt più o meno veri (con Benicio Del Toro, Jared Leto, Josh Hartnett... perfino con Tom Cruise!) ed è lunga anche la lista delle celebrità che... ci hanno provato con lei ma sono state clamorosamente "rimbalzate"! Chiedere a John Travolta o Billy Bob Thornton... ma ora Scarlett, proprio alla vigilia dei trent'anni (età fatidica!) pare proprio essersi 'sistemata': proprio al Lido, lo scorso settembre, ha infatti annunciato sia la sua relazione con il giornalista francese Romain Dauriac che, soprattutto, di essere in dolce attesa: augurissimi!

Insomma, una vera "femme fatale", che ha saputo conquistare Hollywood e l'ha fatta inchinare ai suoi piedi. Assolutamente unica e certamente non imitabile. Anzi, diciamo non-replicabile: come in The Island, opera sicuramente non memorabile ma dove Scarlett appare in tutto il suo splendore, fasciata in una tutina bianca aderentissima che lascia ben poco spazio all'immaginazione: lei è Jordan2, stupenda replicante alla ricerca della libertà e di un mondo più giusto. Replicare Scarlett? Magari fosse possibile...

domenica 13 giugno 2010

IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI (Argentina, 2009) di Juan Josè Campanella


A volte è meglio fare come gli struzzi e mettere il capo sotto la sabbia, piuttosto che ricordare. Perchè spesso i ricordi sono rimpianti, e possono generare ossessioni. Ma si può cancellare la memoria? Si può far finta di niente, dimenticare il passato, in un paese che non sembra avere alcun futuro davanti? E' quello che si chiede Joaquim Esposito, oscuro magistrato in pensione che, dilaniato dal ricordo, decide di scrivere un romanzo su un brutto caso di omicidio accaduto un quarto di secolo prima, nella Buenos Aires del 1974... Attenzione alle date, perchè sono fondamentali: il 1974 è l'anno in cui muore Juan Domingo Peròn, che lascerà un paese in preda al caos e prossimo al colpo di stato militare, avvenuto due anni dopo.
Il film di Juan Josè Campanella (che nome magnifico, sembra quello di un personaggio di Garcia Marquez!) comincia da qui, in un ufficio disordinato, vetusto, dove la sacralità della Legge viene sopraffatta da montagne di scartoffie e assurdi rituali burocratici... è solo il primo dei tanti simbolismi di cui è piena questa grandissima e avvincente pellicola, capace di aggiudicarsi a sorpresa l'Oscar come miglior film straniero sconfiggendo il ben più quotato Il nastro bianco di Haneke. Un film dalla doppia lettura: una, scontata ma validissima, è quella di un ottimo film di genere, un thriller serrato e appassionante dai mille colpi di scena. L'altra, ben più importante, ci ricorda che le dittature, i regimi totalitari, non nascono assolutamente per caso: Campanella sfrutta il pretesto cinefilo del "caso non risolto" per rievocare gli anni oscuri e terribili di "quella" Argentina: una nazione in preda alla paura, che cominciava a rimuovere i ricordi, a falsificare la realtà, a compilare liste di proscrizione, ad assoldare e rimettere in libertà delinquenti incalliti purchè utili per eliminare presunti sovversivi. Nel romanzo di Esposito, insomma, ci sono evidenti i prodromi di una rivoluzione violenta, c'è l'incubazione di un male oscuro che di lì a poco avrebbe portato il paese nel terrore e nella miseria. E, pensiamoci bene, non sono forse queste anche le caratteristiche del film di Haneke? E poi diciamo che i giudici dell'Academy non capiscono niente di cinema... In realtà hanno voluto premiare, forse, un film meno "perfetto" dal punto di vista stilistico, ma ugualmente agghiacciante e brutale, pur se con un filo di speranza in più: e il finale appena appena un po' "posticcio" non disturba più di tanto in una vicenda che pare volerci ricordare che, in ogni caso, l'unico modo per esorcizzare le proprie paure è quello di affrontarle, anche se tardivamente.

Ma Il segreto dei suoi occhi è anche un film sentimentale, sulla difficoltà dei rapporti umani, sulle occasioni perdute, sul tempo che passa, sul passato che non si cancella... e tutto questo non è forse un'altra grande metafora? Quella di un paese dove, passata la grande paura e il dramma di un orrore collettivo, ci si chiede se sia giusto dimenticare, se rimuovere un passato scomodo sia il modo più sbrigativo per affrontare un presente difficile. Nel film di Campanella la risposta è chiara. E anche per questo sarebbe un delitto non vedere questo film, malgrado il caldo e i mondiali di calcio (vero oppio dei popoli).
VOTO: * * * *

L'ANNO IN CUI I MIEI GENITORI ANDARONO IN VACANZA (Brasile, 2006) di Cao Hamburger

giovedì 10 giugno 2010

Era l'anno dei mondiali...

Corsi e ricorsi. Una volta, tanti, tanti anni fa, le sale cinematografiche proiettavano "Lascia o raddoppia" o i cinegiornali Luce per combattere l'invadenza di una vicina molto pericolosa, chiamata televisione... Oggi siamo nel 2010 e il tempo non sembra essere passato: è di queste ore la notizia che una ventina di cinema sparsi in tutta la penisola proietteranno nel nuovo formato 3D le partite più importanti dei Mondiali di Calcio.
Niente è cambiato, dunque. L'atavica passione italiota per il pallone fa sì che tutte le attività della Nazione dovranno fare i conti con questo ingombrante avvenimento: i luoghi di lavoro si svuoteranno, le strade saranno come sempre deserte, nelle case non volerà una mosca durante le partite, per un mese non si parlerà di altro.
E quanto i Mondiali siano totalizzanti per la nostra gente lo si può vedere, per l'appunto, dalla programmazione cinematografica di questa estate, che si può riassumere con una massima calcistica divenuta ormai un tormentone: ZERU TITULI. Superfluo spiegare che i "tituli" in questione sono quelli delle uscite estive, pressochè azzerate in una stagione che, anche in condizioni normali, è già asfittica di suo.
Abbiamo ancora in sala, se siamo fortunati, l'apocalittico The Road, ci rifaremo gli occhi con l'elegante e femminile Bright Star della Campion (che, forse, intende intercettare le mogli rimaste "orfani" dei loro esaltati coniugi), ci permetteremo due risate (forse) con l'atteso A-Team... e poi?
Nulla. Il Nulla più assoluto.

Ecco perchè i cinema trovano molto più conveniente proiettare le partite in sala anzichè i film. Possiamo lamentarci e lanciare tutti gli epiteti che vogliamo agli esercenti che "profanano" i loro schermi con le immagini di Ronaldo & co., ma i realtà c'è poco da fare... come dargli torto? Il calcio travalica ogni passione, ogni interesse, ogni desiderio. Il calcio è un sport totalizzante e aggregante, e troppo spesso (purtroppo) fagocitante. Ed è uno sport che scatena pulsioni ed emozioni forti e immaginifiche, proprio (eh, sì!) come il cinema. Il calcio è bello da vivere, da gustarsi in diretta, magari su un bello schermo gigante in 3D dove sarà come "essere in campo".
Sarà per questo, forse, che il pallone al cinema non ha mai fatto gol. Certo, film sul calcio (e sui mondiali in particolare) ne sono stati fatti, ma quasi nessuno memorabile, a testimonianza di quanto sia complicato trasporre sulla celluloide storie di calcio. Spesso, anzi, i film più riusciti sono quelli che trattano il calcio solo incidentalmente, usandolo come metafora della vita.
Eccone alcuni esempi.

1) Il colore della vittoria.
Le immagini del Mondiale del 1934 fanno da sfondo ad un Paese che era ormai ad un passo dalla catastrofe, sull'onda della dittatura fascista.
2) Il miracolo di Berna.
La Germania batte la stra-favorita Ungheria ai Mondiali del '54. Pesanti nubi si celano ancora oggi su quel torneo. Lo spettro del doping fa capolino per la prima volta.
3) L'estate di Bobby Charlton.
La sconfitta con la Corea è l'emblema della generazione raccontata del film.
4) Italia-Germania 4-3.
Un titolo che è tutto un programma, un amarcord, un pezzo di storia.
5) La meglio gioventù
Il trionfo di Spagna'82 resta in secondo piano in una delle scene più strazianti del filmone di Giordana.
6) La coppa.
Spassoso e d'altri tempi. Le peripezie di un gruppo di monaci tibetani "contagiati" dalla passione...
7) L'anno in cui i miei genitori andarono in vacanza.
Il titolo più bello e simbolico dei tre. Mentre tutto il Brasile impazziva per Pelè, un colpo di stato faceva piombare il paese nella dittatura. Ma all'inizio non se ne accorse nessuno...