domenica 5 settembre 2010

Venezia 67 / SOMEWHERE (USA, 2010) di Sofia Coppola


Si sentivano già, all'uscita dalla sala, i commenti dei delusi. “Sofia Coppola fa sempre lo stesso film”, era la frase più ricorrente. E allora? Lo dicono anche di Clint Eastwood e Ken Loach, e loro giustamente se ne fregano. Da anni.
Non c'è niente di male a ripetersi, purchè lo si faccia in maniera intelligente e avendo rispetto per lo spettatore. Ognuno di noi ha le proprie regole di vita, i propri convincimenti, i propri dubbi e le proprie piccole fisime, spesso ancestrali e ricorrenti, che magari cerchiamo di esorcizzare raccontandole ogni volta a chi ci sta vicino, come per scacciarle il più lontano possibile.

Somewhere è ancora un film sulla solitudine, argomento caro alla regista e ormai innegabilmente autobiografico. E nel personaggio della dolcissima Elle Fanning (che brava! altro che l'insopportabile sorellina Dakota!!!) è fin troppo facile riconoscere la piccola Sofia, sballottata da un set all'altro, durante l'infanzia, da un padre forse troppo famoso e troppo occupato per essere anche “presente”.
La Fanning interpreta Clèo, figlia undicenne della star hollywodiana Johnny Marco (un convincente Stephen Dorff), che un giorno entra di forza nella vita del padre bolso e vitellone, in quanto la madre (separata) ha deciso di prendersi “del tempo per pensare”... il problema è che Johnny Marco non ha una vita propria, è una vittima consapevole e cosciente dello star system: vive in un albergo di lusso, gira in Ferrari, trascorre le sue giornate tra sesso, droga e videogames. Ma ormai nemmeno queste fanno più effetto: una notte lo vediamo togliere le mutandine alla starlette di turno, capitata nel suo letto, e addormentarsi miseramente. La sua esistenza, depurata dalla mondanità, si riduce al vuoto pneumatico e alla grettezza di una vita senza affetti e senza interessi.

A sorpresa, però, l'arrivo della figlia non “destabilizza” Johnny, anzi: gli offre una nuova ragione di vita, lo responsabilizza, lo aiuta a riallacciare i fili con quel mondo che credeva di avere lasciato per sempre fuori dalla sua suite. E scoprirà, amaramente, che non è facile diventare “adulto”.
Somewhere è una pellicola delicata, minimalista ed eterea. La regista, come sempre, lavora per sottrazione e cerca di entrare nei nostri cuori in punta di piedi, riuscendoci. E' l'ormai sperimentato “tocco di Sofia”, che tanto piace ai propri fan così come fa imbufalire i propri detrattori, che la accusano di essere “superficiale” e inconcludente. Ma basta vedere la scena, ormai famosa, della “consegna dei Telegatti” per capire la genialità di questa talentuosa figlia d'arte che, con grazia e disincanto, riesce a mostrare l'orrore della nostra tv senza scadere nella volgarità più bieca. Una sequenza straordinaria e terrificante, che serve più di mille film come “Videocracy” a farci vergognare.

Ma, aldilà delle apparenze e della “carineria” della confezione, va detto che Somewhere è un film triste e dolente. Non possiede la meraviglia e la leggiadria di Marie Antoinette, né la poesia di Lost in Translation: è un affresco disperato e disumano di una società che va disgregandosi nelle mani del dio denaro, entità diabolica che fagocita e tritura ogni sentimento e passione. Senza rendersi conto, in fondo, che la salvezza è a un passo. Lì, “da qualche parte...”
VOTO: * * * *

Venezia 67 / MIRAL (GB/Israele 2010) di Julian Schnabel


Ci sono certi film che, malgrado i loro nobili contenuti, sono semplicemente insopportabili. O forse lo sono proprio per questo. Lo sono perchè risultano falsi lontano un miglio davanti alla visione, come fossero artefatti, preconfezionati, senza cuore, costruiti ad arte per emozionare lo spettatore ricattandolo moralmente. Ecco, Miral è uno di questi.
Il suo creatore, Julian Schnabel, è un pittore americano di fama planetaria, ebreo, ricchissimo, che ogni tanto si diletta a dirigere film, credo più per sconfiggere la noia che per effettiva vena creativa. Qualcuno però, ogni tanto, dovrebbe avere il coraggio di dirgli che il cinema è una cosa seria, e che non ci si improvvisa registi dalla sera alla mattina, come del resto non si diventa pittori imbrattando una tela bianca con due colpi di pennello...
Miral è un film con un argomento serio, drammatico, ma realizzato in maniera imbarazzante. Vorrebbe essere un pamphlet storico sulla condizione dei profughi palestinesi in Israele, una specie di 'storia ufficiale' vista dalla parte degli oppressi raccontata attraverso gli occhi di una donna coraggiosa. E' tratto dal romanzo omonimo (e autobiografico) della famosa giornalista televisiva Rula Jebreal, compagna di vita del regista, che ha fortemente voluto questo film: gli intenti, come dicevamo, sarebbero anche apprezzabili, ma la messinscena è a dir poco sconfortante!
Un'accozzaglia clamorosa di luoghi comuni, personaggi stereotipati e tagliati con l'accetta, dialoghi inascoltabili e verbosi, edulcorati, che rendono inguardabile una pellicola enfatica e sopra le righe, ipocrita e ricattatoria, piena di 'scene madri' che puntano solo a far piangere lo spettatore senza spiegare assolutamente nulla di quella che è, davvero, la questione palestinese.
Ci sono state altre pellicole in passato degne di ben altro rispetto e meritevoli quantomeno di essere viste, anche senza voler per forza prendere posizione sul tema: penso a Il giardino di limoni, Free Zone, o l'italianissimo Private di Saverio Costanzo. Pellicole importanti, sulle quali ci si può confrontare e discutere, oltre che apprezzarne la visione.
Per Miral, invece, restano soltanto il vuoto pneumatico e la tristezza di un'occasione perduta.
VOTO: *

domenica 29 agosto 2010

Perchè vado a Venezia. Perchè servono i festival.

Ormai ci ho fatto l'abitudine... a chi mi chiede, intendo, cosa possa spingermi a tornare al Lido per l'ennesima volta. Sono più di dieci anni che mi reco in laguna e, sebbene le emozioni non siano più esattamente quelle delle "prima volta", non riesco a fare a meno di tornarci.

Sì, perchè i Festival sono per un cinefilo un appuntamento importante. Primo, perchè ti consentono di vedere opere di cinematografie lontane e semi-sconosciute, che non arriveranno mai (purtroppo) nelle nostre sale. Secondo, perchè puoi guardare i film insieme agli autori, ascoltare le interviste, conoscere i protagonisti e il loro punto di vista evitando così le domande "precotte" e insulse delle riviste patinate...

Terzo, perchè... ai Festival si sta bene insieme alla gente!

Questa è, senza ombra di dubbio, la ragione più importante. Si va ai Festival per respirare l'atmosfera di festa e di connubio che si crea tra migliaia di appassionati che, come te, vedono i film e li commentano, li esaltano, li stroncano, li amano, li odiano ma, soprattutto, li condividono. Questo è il bello delle rassegne: confrontarsi e condividere. E poco importa se, magari, quel film sarà nelle sale dopo due giorni... tu eri lì, insieme a gente appassionata come te, che come te capisce le emozioni che si provano, che guarda lo spettacolo educatamente, in silenzio, senza popcorn, cellulari o altre diavolerie che disturbano la visione.

E poco importa, allora, se a Venezia ci saranno le solite file chilometriche, le solite code per andare in bagno, i soliti prezzi allucinanti per mangiare, bere e dormire, le solite scarpinate per andare da una sala all'altra...

Nei Festival si respira Cinema, ed è la cosa più importante.

domenica 22 agosto 2010

LEELEE SOBIESKI

Per chi (ancora) se la ricorda, la sua immagine di lolita graziosa e ninfomane in Eyes Wide Shut è rimasta scolpita nella memoria: è stata l'ultima musa di Stanley Kubrick e, come purtroppo spesso succede, quel ruolo l'ha schiacciata rendendola prigioniera di un'eredità troppo grande. E pensare che da quel ruolo sono passati ben undici anni.

Da allora Leelee Sobieski è cresciuta. Eccome se è cresciuta! Oggi, a trentuno anni, è una donna stupenda, matura, già mamma di una bella bambina e comunque soddisfatta di una carriera che, indubbiamente, avrebbe potuto essere ben più brillante rispetto ad altre sue coetanee. Anche se, ovviamente, ancora tutto può succedere... è pur sempre giovanissima!
Lo ammetto: su Leelee non sono obiettivo, perchè mi piace troppo. Sono andato a vedere certi suoi film, non certo memorabili, solo perchè c'era lei: lo so, alla mia età non si dovrebbe dire (sono troppo grandicello per certi amori platonici!!), ma non ce la faccio a restare indifferente davanti ai suoi grandi occhioni azzurri, i lunghi capelli biondi e dorati, il suo corpo alto, slanciato, possente, atletico. Insomma, la donna perfetta... o quasi!
Ma non fu solo la bellezza a farla notare a Kubrick: il grande regista scomparso aveva occhio per certe cose, e fu subito colpito da quell'adolescente all'apparenza così eterea, delicata, casta, eppure dotata di un fascino innato, seducente e già maledettamente "adulto" malgrado avesse, all'epoca, appena quindici anni. E chi non ricorda le celebri sequenze in cui riesce con poche, pochissime e dolcissime parole, a circuire uno stralunato Tom Cruise?


Da allora, le proposte cinematografiche per la piccola Leelee si moltiplicano. Ma qui arrivano le dolenti note: complici, forse, manager incapaci e profittatori, o una certa inclinazione alle scelte sbagliate, la "nostra" non
ne azzecca più una, accettando tutto quello che le viene proposto invece di vagliare e riflettere sul suo futuro.
Ecco, allora, che accetta pellicole scadenti e pretenziose come Prigione di vetro, Mai stata baciata, Radio Killer, Per una sola estate, Il Prescelto, qualcuna addirittura talmente scadente da non meritare nemmeno la platea cinematografica e uscita direttamente in dvd (Walk all over me, In the name of the King). A questo punto non le resta che riciclarsi in tv, dove paradossalmente riceverà le migliori soddisfazioni: due candidature agli Emmy Awards e ai Golden Globe per le serie Giovanna d'Arco e Uprising (dove interpreta una giovane ebrea prigioniera in un campo di sterminio).

Negli ultimi tempi però qualcosa si muove, sull'onda (anche) di vita privata che va a gonfie vele dopo tanti amori sbagliati: Leelee è felicemente sposata con lo stilista Adam Kimmel, dalla quale ha avuto un figlia, Louisanna. La serenità famigliare l'ha portata ad una piccola ma significativa rinascita artistica: ha recitato con Al Pacino nel discreto thriller 88 minuti e si è ritagliata un piccolo cameo nel magniloquente Nemico Pubblico di Michael Mann. Coraggio Leelee!!


lunedì 16 agosto 2010

MONSTERS (G.B./Messico, 2010) di Gareth Edwards



Il giovanissimo regista Gareth Edwards ha definito Monsters, la sua opera prima, come "l'inizio di un nuovo genere: la fantascienza romantica", e la platea di Locarno lo ha applaudito a lungo... potenza dei Festival!
In realtà il film ha ben poco di originale, se si eccettua un finale azzeccato e decisamente sorprendente, ma va dato atto a Edwards di aver portato sullo schermo una pellicola solida, di genere, girata con pochi mezzi ma con grande professionalità. E, bisogna dirlo, decisamente coinvolgente.

La trama: Una navicella della Nasa contenente campioni organici provenienti dallo spazio si schianta nel deserto messicano. I campioni, a contatto con l'atmosfera terrestre, favoriscono la nascita di terrificanti creature aliene che finiscono con l'"infestare" la parte settentrionale del paese, fino al confine con gli Stati Uniti. La zona viene così messa in rigida quarantena dagli eserciti dei due paesi, creando non pochi problemi a chi deve attraversare il confine (ogni riferimento all'attuale situazione politica è, diciamo, non del tutto casuale...). In questo contesto, un uomo d'affari americano incarica un giornalista senza scrupoli di "riportare" a casa la figlia rimasta bloccata in Messico. Durante una notte brava al "nostro" vengono rubati i passaporti, costringendo così la neo-coppia ad attraversare la zona infetta. Inutile dire che il viaggio non sarà agevole...


Monsters è un fanta-horror, come detto, abbastanza convenzionale, e dove la scarsità del budget a disposizione fa sì che gli effetti speciali siano ridotti al minimo, privilegiando il lato "psicologico" della vicenda (e questo certamente non è un difetto). Il terrore viene infatti "percepito" piuttosto che mostrato, non disdegnando inoltre interessanti riflessioni sul rapporto tra noi e gli altri, cercando di convincere lo spettatore che la paura del "diverso" non sempre è giustificata, anzi. Senza parlare troppo del finale (sarebbe un delitto!) vi posso dire che i "mostri" in realtà non sono poi così ostili con gli esseri umani, e che sono quindi i nostri pregiudizi nei confronti di chiunque che meritano di essere messi in "quarantena".

Non male, tutto sommato, per un'opera prima.
VOTO: * * *

Un ferragosto a Locarno


Locarno è uno di quei "luoghi dell'anima", dove non puoi fare a meno di andarci... è più forte di me. Quest'anno solo una brevissima toccata e fuga, tanto per "timbrare il cartellino", ma stimolante come sempre.
E' difficile dire da dove nasca il fascino di questo piccolo-grande festival del cinema. Forse per il fatto di essere una rassegna "piccola" ma elitaria, sperimentale, dove puoi assistere a opere davvero coraggiose e alternative, a volte provocatorie, che difficilmente trovano spazio nei festival maggiori (anche se Locarno, ricordiamo, per importanza è il quarto festival al mondo, il secondo per longevità insieme a Cannes). Oppure perchè è un festival a misura di spettatore, che non ti costringe a estenuanti spostamenti col cuore in gola da una sala all'altra, offrendoti inoltre la visione dei film più spettacolari in una cornice unica al mondo come quella di Piazza Grande: se siete cinefili veri non potete, almeno una volta nella vita, non assistere ad una proiezione in questo magico scenario, insieme a quasi diecimila persone entusiaste...
Oppure, ancora, a Locarno ci si va perchè è, banalmente, un posto bellissimo e ospitale: un paesino di neanche ventimila anime, caretteristico, pittoresco, adagiato sulle sponde del Lago Maggiore e dove ti puoi anche concedere una piccola vacanza rilassante. Davvero: Locarno è l'unico festival al mondo dove, oltre a vedere film, ti puoi anche riposare. E scusate se è poco.
Tante persone, di ogni parte del mondo, ogni anno amano trascorrere qui il proprio ferragosto: dalla minuscola (ma troppo carina!) stazione ferroviaria si raggiungono in breve tempo tutte le principali mete della Svizzera, e anche le nostre Domodossola e Varese. Percorsi incantevoli e suggestivi, come la ferrovia delle Centovalli e i collegamenti col Bernina Express... insomma, c'è di tutto e di più per "innamorarsi" di questa vivissima cittadina svizzera.
Appuntamento al prossimo anno!



sabato 31 luglio 2010

Ci vediamo a Venezia!


Non ci sarà Terrence Malick, e nemmeno Pupi Avati e Sandro Bondi. Del primo ci dispiace molto, ma conoscendo i suoi tempi biblici di lavorazione non è una sorpresa. Del secondo ce ne faremo una ragione, e del terzo... chissenefrega!
Per il resto, però, la 67. Mostra del Cinema di Venezia si presenta appetitosa come non mai. Certo, spesso l'antipasto è ingannatore e rischia di rovinare il resto della cena (e quindi è bene non aspettarsi troppo) ma, insomma, se il buongiorno si vede dal mattino quest'anno al Lido avremo un menù coi fiocchi. E' l'applicazione di quella legge non-scritta ma sempre valida il cui assioma recita che... se Cannes piange, Venezia sorride (e viceversa). Ergo: quest'anno sulla Croisette di grandi film non se ne sono visti, e questo fa ben sperare in vista dell'appuntamento in laguna.
Grandi speranze e grandi attese dunque per la settima Mostra targata Marco Muller, a cominciare dal Presidente di Giuria che sarà nientemeno che Quentin Tarantino. Gran mossa, questa di Muller: con un personaggio come lui non sarà di sicuro un'edizione "normale", e potete star certi che il vulcanico cineasta di Knoxville non mancherà di farsi notare, in una maniera o nell'altra. Ma, Tarantino a parte, il sale della kermesse sono naturalmente i film. E allora vediamo, sezione per sezione, che cosa potremo aspettarci di buono da Venezia 67 :

CONCORSO
Un nome su tutti balza agli occhi del sottoscritto: Sofia Coppola. E' vero, sono di parte: da sempre nutro una stima e un'ammirazione incondizionata per questa giovane regista autrice di un cinema "meraviglioso", nel senso letterale della parola: i suoi film sono opere che "meravigliano" lo spettatore, lo portano a sognare, riflettere, lo sorprendono con una grazia e un'eleganza tipicamente femminili. Dopo la straordinaria biografia-pop di "Marie-Antoinette", la Coppola arriva al Lido con "Somewhere" , interpretato da Benicio Del Toro e Michelle Monaghan. E alla Coppola si aggiungeranno altre tre pellicole a stelle e strisce: "Black Swan" di Darren Aronofsky (vincitore nel 2008) con Natalie Portman, "Promises written in water" di Vincent Gallo e "Road to Nowhere" del veterano Monte Hellman (77 anni) già produttore di Tarantino (e qui le malelingue già si sprecano).
Alla cinematografia d'oltreoceano si contrappone, naturalmente, quella orientale: e anche qui ce n'è per tutti i gusti: da Miike Takashi ("13 assassins") a Tsui Hark ("Detective Dee..."), passando per il vietnamita Tran Ahn-Hung, vincitore tanti anni fa con "Cyclo", che porta sullo schermo la riduzione cinematografica di un libro straordinario: "Norwegian Wood" di Murakami Haruki. L'impresa è di quelle da far tremare i polsi (il libro è, apparentemente, difficilissimo da tradurre in immagini), ma se centrata potrebbe diventare l'Evento della Mostra. Vedremo.
Ci aspettiamo buone prove, poi, da registi relativamente giovani ma agguerriti, e già affermati: il tedesco Tom Tykwer ("Drei"), il francese François Ozon ("Potiche"), lo spagnolo Alex De La Iglesia ("Balada triste de Trompeta") e quello che è forse, a scatola rigorosamente chiusa, il vero favorito al Leone d'Oro: l'antipaticissimo ma innegabilmente talentuoso Abdellatif Kechiche, che torna a Venezia a quattro anni di distanza da "Cous Cous", stavolta con l'ambizioso "Venus Noire". E poi, ovviamente, le immancabili sorprese...

FUORI CONCORSO
Qui c'è davvero l'imbarazzo della scelta: ci vorrebbero dieci pagine di questo blog per elencare tutti i film che passeranno fuori concorso nei dieci giorni di festival. Per non fare torto a nessuno, elenco solo i nomi dei registi, in rigoroso ordine alfabetico. Giudicate voi: Ben Affleck, Casey Affleck, Bellocchio, Placido, Rodriguez, Salvatore, Scorsese, Taymor, Tornatore, Turturro, John Woo, Zhang Yuan... troppa grazia davvero!

ORIZZONTI
Molti documentari quest'anno, in quella che è da sempre la sezione più sperimentale e proiettata verso il futuro della rassegna veneziana: il più toccante per noi italiani sarà senz'altro "Un anno dopo" di Carlo Liberatore, Matteo DiBernardino, Antonio Iacobone, Stefano Ianni e Marco Castellani, sul dopo-terremoto de L'Aquila. Ma ci saranno anche la poliedrica (e spesso polemica) Catherine Breillat ("La belle endormie"), Paul Morrissey ("News from nowhere"), Patrick Keiller (Robinson in ruins"), Pasquale Scimeca ("I Malavoglia")...

GLI ITALIANI
E dulcis in fundo, eccoci alla nostra pattuglia! Che, come da tradizione, sbarca in forze in laguna. Ben quattro i film italiani in concorso, molto diversi e ben assortiti, e frutto di scelte (almeno speriamo) mirate e coraggiose, con buona pace di Pupi Avati. Il titolo di punta, sul quale (forse) si fondano le maggiori speranze per il Leone è senz'altro "Noi credevamo" di Mario Martone, magniloquente e corposo affresco storico (tre ore e mezza di durata!) sul Risorgimento, con un cast che racchiude il meglio delle potenzialità attoriali del nostro Paese: Toni Servillo, Luigi Lo Cascio, Anna Bonaiuto, Luca Zingaretti, Francesca Inaudi. Ci aspettiamo molto, inutile nasconderlo.
Desta attenzione e curiosità anche "La solitudine dei numeri primi" di Saverio Costanzo, tratto da un best-seller di successo del giovane scrittore Paolo Giordano. Soggetto molto cinefilo, tematiche universali (la solitudine, la diversità, la ricerca di se stessi), una coppia di giovani bravi attori (Alba Rohrwacher e Luca Marinelli). Gli ingredienti sono buoni, staremo a vedere. Così come ci ispira "La Passione" di Carlo Mazzacurati, regista umile, schivo e mai troppo apprezzato da noi, ma capace di realizzare sempre film interessanti e ricchi di spunti ("Il toro", "La lingua del santo", "La giusta distanza"). Si presenta al Lido con "La passione", con Silvio Orlando e Cristiana Capotondi.
Un discorso a parte lo merita, invece, il "quarto uomo" in concorso. Parliamo di Ascanio Celestini, regista esordiente ma già affermato scrittore e autore di culto, specie tra i giovani. La sua opera prima, "La Pecora Nera", è un viaggio all'interno dei manicomi e del difficile mondo della pazzia. Film ambizioso, sentito, forse rischioso per un esordiente. Ma conosciamo bene Celestini, è un virtuoso della parola, un artista a tutto tondo, uno spirito libero che ben si adatterà anche al grande schermo. E se anche non ci dovesse riuscire... beh, pazienza. Ma continueremo mille volte a preferire film coraggiosi e sinceri come questi piuttosto che gli scontatissimi, nostalgici e noiosi pastiche sentimental-provinciali "alla Pupi Avati", che tanto si è scandalizzato per l'esclusione dal concorso del suo film a vantaggio, appunto, di Celestini.
Tanta Italia anche fuori concorso, col già discusso "Vallanzasca" di Michele Placido, "Gorbaciof" di Stefano Incerti, "Notizie dagli scavi" di Gabriele Greco, "1960", documentario di Gabriele Salvatores, eccetera eccetera...

Insomma, tanta carne al fuoco. E un invito: venite a Venezia!
Insieme al sottoscritto... perchè no?

martedì 27 luglio 2010

Il Pupi furioso e lo Zerbino di Arcore

Com'è triste Venezia...
E' francamente penoso stare qui a parlare, in un blog di cinema, di una polemica che col Cinema (con la "C" maiuscola) c'entra poco o niente. Ma mi sento in dovere di farlo per dimostrare a tutti coloro che leggono queste pagine in che razza di paese viviamo (e stavolta "paese" lo scriviamo, rigorosamente, con la "p" minuscola). Semmai ce ne fosse bisogno.

La notizia è di pochi giorni fa, ed è stata riportata da un po' tutti i quotidiani: la commissione selezionatrice della Mostra del Cinema di Venezia ha deciso di escludere dal concorso principale l'ultimo film di Pupi Avati "Una sconfinata giovinezza", relegandolo nelle sezioni collaterali. L'orgoglioso regista bolognese, informato della cosa, non l'ha presa proprio benissimo e si è lasciato andare a dichiarazioni abbastanza grottesche (per non dire peggio), arrivando ad affermare che "Dopo tanti anni di professione non credevo di meritare un trattamento così ambiguo e non consono a chi si trova a dirigere uno dei festival più importanti al mondo. Non potevo tenere solo per me il grande dolore che sto vivendo".

E vabbè.
Ora, aldilà del fatto che ogni Direttore Artistico di un festival ha il sacrosanto diritto di selezionare i film che vuole, proprio non si capisce in base a quale criterio Avati (che ha già partecipato nove volte alla competizione!) pretenda di essere selezionato sempre e comunque in concorso ogni volta che fa un film, privilegio che in passato non era stato concesso nemmeno a Orson Welles... tantopiù, aggiungo io, se andiamo a vedere il livello medio qualitativo della produzione di Avati (specialmente negli ultimi anni...) Ma qui entriamo nel campo della soggettività di giudizio e quindi lasciamo stare. Giova ricordare però che il buon Marco Muller nel corso del suo mandato ha avuto il merito di portare al Lido una notevole quantità di pellicole coraggiose e fuori dagli schemi, e che quindi si presume che il suo lavoro un pochino lo sappia fare...


Ma fin qui niente di nuovo sotto il sole. Venezia è un po' come Sanremo, le polemiche sono all'ordine del giorno e sono anche un po' il "sale" della manifestazione.
La cosa grave è accaduta dopo. A distanza di un giorno. E il fattaccio si annida (ma guarda un po'!) ancora una volta negli scranni romani dei nostri politicanti.
Che è successo? Semplice: l'ineffabile Sandro Bondi, pseudo-ministro della cultura nonchè camerlengo-zerbino-maggiordomo-barbaresco di Sua Emittenza Silvio da Arcore, informato dell'argomento, ha prontamente e candidamente espresso la sua volontà "affinchè il mio amico Pupi Avati e la Biennale trovino una soluzione all'altezza del grande maestro".
Di cosa stiamo parlando???? Ma dell'ennesimo caso di ingerenza politica di un governo nelle attività culturali di una nazione, naturalmente!
Del fatto che Bondi, ormai, si sente a pieno titolo Curatore e Direttore Artistico della Mostra, e che se io fossi Muller da oggi non dormirei davvero sogni tranquilli... E poi ricordate? Era già successo l'anno scorso con Katyn, il film del polacco Wajda sugli orrori del comunismo, prima rifiutato dalla Commissione poi riammesso in Laguna grazie al "suggerimento" interessato del ministro. Ma non è finita qui: mica penserete Bondi spinga l' "amico Avati" a Venezia solo per ragioni sentimentali? Che ingenui! Sentite, a tale proposito, cosa ha dichiarato Gasparri del PdL:
"Non vorremmo che ci fossero delle ragioni ideologiche-culturali dietro questa decisione, e il sospetto viene vedendo coloro che sono stati privilegiati"
Oooh, ecco che si getta la maschera!!
E sapete chi è il "privilegiato" in questione? Il povero Ascanio Celestini, regista debuttante, di simpatie politiche non proprio affini al centro-destra, che porta al Lido un coraggioso film sul mondo dei malati di mente e dei manicomi.
Figuratevi se per Bondi è ammissibile che un regista debuttante, e per giunta comunista, "rubi" il posto al cattolicissimo e "allineato" Avati, poverino, che a Venezia c'è stato appena nove volte!
Meglio non aggiungere altro.
Questo è il paese in cui viviamo...

domenica 11 luglio 2010

Caldo.


Non ho mai amato l'estate: stagione falsa, ingannatrice, straniante. Dove tutto è rallentato, dove il caldo ti annichilisce, ottenebra la mente, i pensieri, le forze, la creatività. Dove tutto è irreale, dove è obbligatorio divertirsi, dove nascono amori effimeri, dove chi è solo diventa ancora più solo... Ma come diceva Bruno Martino, tanti e tanti anni fa, "Tornerà un altro inverno / cadranno mille petali di rose / la neve coprirà tutte le cose / e forse un po' di pace tornerà".

1. CANICOLA (Austria, 2001) di Ulrich Seidl
Un caldo weekend in una sperduta, inquietante periferia austriaca. Il caldo può dare alla testa.

2. RAPACITA' (Usa, 1924) di Erich Von Stroheim
Quando penso al caldo mi viene sempre in mente questo grande e maledetto film. La scena finale, nel deserto, è terribile e immaginifica insieme.

3. IL SORPASSO (Italia, 1962) di Dino Risi
Il Ferragosto più famoso (e tragico) della storia del Cinema.

4. HOT SPOT-IL POSTO CALDO (Usa, 1991) di Dennis Hopper
Un omaggio al compianto Hopper: l'estate, stagione disinibita e pruriginosa, è fatta per i più torbidi intrighi. Disarmante la bellezza di Jennifer Connelly.

5. LA LUNGA ESTATE CALDA (Usa, 1958) di Martin Ritt
Un titolo scontato e... obbligatorio per questa playlist.

6. LE TRE SEPOLTURE (Usa, 2005) di Tommy Lee Jones
Il confine tra Usa e Messico, in mezzo al nulla del deserto californiano, è il vero protagonista di questa bella e sorprendente opera prima.

7. I LUNEDI' AL SOLE (Spagna, 2002) di Fernando Leon de Aranoa
Sono quelli dei disoccupati, perchè in estate ci sono anche loro: e sono quelli che soffrono di più, nell'osservare da lontano il (finto) benessere che il consumismo impone.

NATALIE PORTMAN

Una 'nerd' di successo: questo si è sempre detto di Natalie Portman, ovvero la "brava ragazza" che fa carriera puntando su un'immagine pulita, sobria, acqua e sapone. E invece... beh, è proprio così!! La bella Natalie è una mosca bianca nel panorama hollywoodiano, tutto stelle e paillettes: non concede nulla al gossip, non ha mai abusato di droghe, non è mai stata ricoverata in clinica, non si è mai fatta "pizzicare" in pose o foto sconvenienti, non ha mai frequentato cattive compagnie... insomma, una delle poche "testoline pensanti" nel mondo dorato degli Studios. Tutto questo equivale a dire noia totale? Assolutamente no! Natalie, malgrado la sua apparente "normalità", è un concentrato di bellezza, intelligenza ed enorme sensualità! Ve lo dice uno che... beh, ha avuto la fortuna di trovarsela davanti e stringerle la mano!

Già, proprio così. Era la Mostra di Venezia del 2008 e la "nostra" assisteva in Sala Grande alla proiezione del suo primo lavoro da regista, un cortometraggio dal titolo Eve: la sala, malgrado la presenza di una stellina di Hollywood, era semideserta e a fine proiezione ebbi gioco facile nell'avvicinarla e stringerle la mano. Sorvolerò in questa sede di descrivervi l'imbarazzo misto a adrenalina del sottoscritto... In fin dei conti stiamo parlando di Lei: era vestita nel modo più semplice e anonimo possibile, camicetta celeste e jeans, eppure il suo viso il suo sorriso contribuivano a far sprigionare tutto il suo incredibile e inarrivabile fascino. Lo stesso fascino che aveva contagiato i milioni di spettatori che l'avevano vista in Closer di Mike Nichols, la sua prima nomination.

Ma i veri cinefili si erano accorti ben presto di lei: esattamente nel lontano 1994, quando una disinvolta ragazzina tredicenne si distingue per carisma, personalità e determinazione nel torbido Leòn di Luc Besson, nel ruolo di una smaliziata adolescente che entra nelle grazie di un killer spietato... è il ruolo che la lancia nel firmamento hollywoodiano: seguiranno poi due particine incisive in Mars Attaks di Burton e Tutti dicono I love you di Allen, fino ad ottenere (a soli diciassette anni) la popolarità planetaria (è il caso di dirlo!) nella nuova trilogia lucasiana di Guerre Stellari, dove sarà la splendida regina Amidala, giovane e battagliera sovrana che si innamorerà del "bello e dannato" Anakin.

Tuttavia, è lontano dai blockbuster che la Portman ottiene le parti migliori, a conferma di un intuito e un impegno cinematografico niente male: sarà la musa del regista Wes Anderson nello sconclusionato e poetico The Darjeeling Limited, dove la vediamo senza veli e disarmantemente erotica nel corto che precede il film (Hotel Chevalier), e sarà disinibita e "selvaggia" in My Bluberry Nights di Wong Kar-Wai. Ma il suo vero capolavoro, il ruolo (per ora) della vita, glielo regala James McTeague nel suo visionario e dolente V per Vendetta, un anatema potente, simbolico e malinconico contro ogni forma di totalitarismo e prevaricazione. Natalie interpreta Evie, giovane donna che viene rapita e imprigionata dal cospiratore V, e che nella detenzione troverà il modo di aprire gli occhi e rendersi conto della terribile dittatura perpetuata dal Governo Mondiale. La sua immagine smagrita, sofferente, terrorizzata, con la testa rasata a zero e le spalline ossute in bella evidenza faranno innamorare milioni di fans, decretandola stella di prima grandezza.

Il resto è storia di oggi: la sua strepitosa performance in Black Swan - Il cigno nero le vale il primo, Oscar. Non solo... il 2010 sarà davvero l'anno della svolta per Natalie: proprio sul set dello stesso film conosce l'uomo della sua vita, il fascinoso coreografo francese Benjamin Millepied, e subito si regalano un bel pargolo. Tanto per non farsi mancare nulla ! 
meritatissimo

Natalie Portman è nata a Gerusalemme, e non ha mai rinnegato le sue origini israeliane (impegnandosi spesso, anzi, in prima persona contro il conflitto israelo-palestinese). Ragazza estremamente intelligente e colta, parla correttamente ebraico, francese, tedesco e giapponese. Da sempre attenta ai ruoli da interpretare, sceglie sempre parti positive e edificanti, rifiutando quelle troppo "pruriginose", in linea con i suoi princìpi e il suo modo di essere. Per questo non abbiamo potuta vederla in Lolita di Adrian Lyne, in Tempesta di ghiaccio di Ang Lee, ne L'uomo che sussurrava ai cavalli di Robert Redford... nel frattempo però ha trovato il tempo di laurearsi in psicologia e conseguire il prestigioso "Stagedoor Manor Performing Arts Camps" ad Harward, una specie di Laurea in recitazione.

Tutto sommato non male per una ragazza appena trentenne...