lunedì 7 dicembre 2020

MANK

titolo originale: MANK (USA, 2020)
regia: DAVID FINCHER
sceneggiatura: JACK FINCHER
cast: GARY OLDMAN, AMANDA SEYFRIED, CHARLES DANCE, LILY COLLINS, ARLISS HOWARD, TOM BURKE, JAMIE McSHANE
durata: 132 minuti
giudizio:



California, 1940: Herman J. Mankiewicz, detto "Mank", sceneggiatore in disarmo e alcolizzato, viene incaricato dal giovane e talentuoso regista Orson Welles di scrivere la sceneggiatura del suo film d'esordio, "Quarto Potere". Mankiewicz trova ispirazione raccontando la vita del magnate della carta stampata William Randolph Hearst, senza neanche immaginare l'eco e le polemiche che seguiranno l'uscita del film più bello della storia del cinema...




Attenzione, spoiler. Mi è proprio impossibile parlare di Mank senza partire proprio dall'ultimo fotogramma della pellicola, quello in cui una didascalia ci "ricorda" che Herman J. Mankiewicz "non scrisse più sceneggiature dopo l'Oscar vinto per Quarto Potere"... cosa naturalmente non vera, basta fare un salto su Wikipedia per verificarlo: vi pare possibile che un Autore rigorosissimo come David Fincher possa aver commesso una leggerezza del genere? Ovviamente no. E' chiaro che si tratta di una bugia pensata, voluta e messa in pratica per disorientare il pubblico non smaliziato di Netflix, esattamente come più di ottant'anni fa Orson Welles fece con la sua celebre radiocronaca de La guerra dei mondi, scatenando il panico in tutta l'America che credeva davvero a un attacco dei marziani.

Morale? Non prendete per oro colato quello che David Fincher racconta in Mank, anzi. Diciamo pure che vi sta allegramente prendendo per i fondelli. Quale miglior modo, infatti, per raccontare una storia ormai diventata leggenda (le peripezie per la sceneggiatura di Citizen Kane) e che, proprio per il fatto di essere leggenda, può trasformarsi in un raffinato omaggio al cinema stesso, inteso come fabbrica di sogni e di illusioni, dove la leggenda (come diceva un altro colosso, John Ford) supera sempre la realtà. Non è dato sapere quanto ci sia di vero in quello che racconta Mank, ma che c'importa, alla fine? Quello che conta è la magìa del cinema, che nonostante tutto (e vedremo perchè) si ripete ancora. Come sempre.

Tutto il film, infatti, gioca sul paradosso del falso (F for fake, vi ricorda qualcosa?). Mank teoricamente dovrebbe essere il racconto di come nacque Quarto Potere, e invece è, anzi sembra, un biopic sul suo presunto ghost-writer, quell' Herman J. Mankiewicz che, come Welles, era troppo intelligente, troppo colto, troppo avanti per l'epoca e anche troppo, troppo solo per sopravvivere all'industria cinematografica senza pagare dazio. Però come, abbiamo detto, non è nemmeno questa la lettura giusta: Fincher racconta a modo suo (cioè prendendosi tutte le "licenze" possibili) la storia di Mank per raccontarci la Hollywood degli anni '30, che come si intuisce non è troppo diversa dalla Hollywood attuale. Non è certo un caso che il film, dopo una lunghissima incubazione, veda la luce solo grazie a Netflix, una piattaforma spesso accusata di "uccidere" il cinema ma che grazie a essa permette la realizzazione di opere come questa, lasciando agli autori la massima libertà possibile. Quella libertà che gli Studios ormai non permettono più, in quanto concentrati esclusivamente sulla logica del profitto.

Mank è un film risarcitorio: in primo luogo verso Jack Fincher, il padre del regista, che firma questa sceneggiatura tenuta in naftalina per quasi trent'anni e mai presa in considerazione da nessun produttore, e che non potrà mai coronare il sogno di vederla realizzata (è infatti morto nel 2005). Ma, in senso lato, anche verso tutti quegli sceneggiatori e quelle maestranze del cinema che spesso non vedono gratificato il loro lavoro, che non appaiono nei titoli di coda, che rimangono nell'ombra perchè costretti ad accettare continui ricatti pur di lavorare, spesso sottopagati e sfruttati... tema caldissimo, complicato, impossibile da liquidare in una recensione. Ma vedendo il film si resta indignati e (amaramente) divertiti dalla Hollywood dipinta da Fincher, in cui i proprietari degli Studios non sanno chi sia Hitler e vedono come il fumo negli occhi la candidatura di Upton Sinclair, " un socialista", come Governatore della California, che promette di redistribuire i profitti del cinema per aiutare queste persone.


Siamo infatti nell'America della Grande Depressione, quella successiva alla crisi epocale del '29: il paese è in ginocchio, la gente è stanca e impoverita, i cinema sono deserti. E il capitalismo cosa fa? Quello che ha sempre fatto: cerca di massimizzare gli utili ai danni dei poveracci sfruttando il pretesto della congiuntura sfavorevole (la sequenza in cui Louis B. Mayer, il boss della MGM - interpretato da Arliss Howard - chiede "in ginocchio" - ma restando in piedi - ai propri lavoratori di tagliarsi gli stipendi, sotto lo sguardo basito di Mankiewicz, è semplicemente da antologia). E oggi, a quasi un secolo di distanza, la storia si ripete: il mondo del cinema è di fronte a una crisi generale, non solo economica ma anche concettuale, artistica. Le sale sono chiuse, le gente si guarda i film da casa, tutto il business va ripensato e Hollywood da questo punto di vista è clamorosamente indietro. Logica quindi la conclusione di Fincher: memomale che c'è Netflix che ha capito in che direzione va il mondo... e che a differenza di Louis B. Mayer non lascia indietro nessuno. D'altra parte, potevamo aspettarci da Fincher un film non politico? Suvvia!

Tuttavia, sarebbe sbagliato etichettare Mank come un film sarcastico e cinico, esclusivamente critico verso l' establishment hollywoodiano. Pur in un film "falso" come questo, infatti, ci sono personaggi veri: lo è senz'altro quello di Marion Davies, attrice brillante e promettente (interpretata dalla brava Amanda Seyfried) che rinuncia a una probabile, fulgida carriera per diventare amante di un uomo potente ma in declino (William Randolph Hearst, alias Charles Dance), e in ogni caso decisa a restargli fedele fino alla fine. Il suo è un ruolo dolente, malinconico, eppure umanissimo. Così come è sincero il personaggio - immaginario - di Shelly Metcalf (Jamie McShane), nei panni di un giovane regista che pur di farsi strada accetta di compiere un atto ignobile (la diffamazione verso un avversario politico) pentendosene poi amaramente e finendo - in tutti i sensi - tormentato dal rimorso, lampante riflessione su quanto il denaro e il potere possano condizionare le scelte politiche, oggi come allora...

E poi c'è, ovviamente, il personaggio stesso di Mank. Lo interpreta un Gary Oldman strepitoso e senza tempo: l'attore oggi ha 62 anni, mentre il "vero" Mank ne aveva 42 all'epoca dei fatti. Eppure il suo volto è indefinibile, quello di un uomo per tutte le stagioni che sorride amaro alla realtà ma non si piega ad essa, restando sospeso tra la consapevolezza della sua bravura e i compromessi del mestiere (pur essendo uno dei più grandi sceneggiatori del tempo firmò molti lavori "in incognito" pur di mangiare) senza però sottomettersi a nessuno. A sue spese, ovviamente. 

Non sappiamo (e non sapremo mai) se davvero Mankiewicz scrisse lui e solo lui la sceneggiatura di Quarto Potere, così come non sappiamo se Orson Welles fosse veramente un ragazzotto presuntuoso e arrogante come lo rappresenta Fincher (interpretato da Tom  Burke). Sappiamo però che in questo film la due figure sono più che altro simboliche di un'epoca tanto mitizzata quanto invece sporca, dove le grandi case cinematografiche si arricchivano alle spalle dei poveracci senza guardare in faccia a nessuno (tantomeno all'arte) tranne che al denaro. Eppure, nonostante tutto, Mank è anche un ricordo raffinato e nostalgico di un cinema bigger than life, che ci fa immergere proprio "dentro" il sogno folle di due uomini coraggiosi che decisero di non fermarsi di fronte a nulla, tenendo fede al loro ostinato idealismo. Il film è magnifico: la struttura in continui flashback è un chiaro omaggio a Quarto Potere, la cura dei dettagli maniacale, la fotografia in bianco e nero "sporco", l'audio in mono, il formato 2:2:1 sono tutti elementi sopraffini di un disegno perfetto, che invita (e non costringe) lo spettatore ad informarsi e (ri)scoprire un pezzo di storia della settima arte.

In molti hanno obiettato che Mank è "solo" un passatempo per cinefili, un gioiellino per pochi. Può anche darsi. Ma avercene di film come questo che stimolano la curiosità, la conoscenza, la voglia di approfondire. Forse una visone non basta, forse bisogna "studiare" un po' per goderselo appieno, ma se anche un solo spettatore, invogliato da questo film, sentisse poi il bisogno di rivedersi Quarto Potere, ecco che l'esame può dirsi superato a pieni voti. Perchè Hollywood sarà anche sempre la stessa, odiata, subdola, infame vecchia Hollywood... però alla fine Quarto Potere è venuto alla luce lo stesso, nonostante tutto, e oggi ce lo godiamo ancora, studiato in tutte le scuole di cinema. La magìa si è ripetuta, e la stessa cosa vale anche per Mank, che dopo trent'anni arriva nelle nostre case. Grazie a Netflix, ma questa è un'altra storia...


19 commenti:

  1. Film particolare, perfetto e totalmente sbagliato al contempo, ma di grande fascino.
    Ergo, ben venga Netflix se opere simili possono essere disponibili fin da subito da tutti!

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    1. Questo film senza Netflix non avrebbe mai visto la luce, è un dato di fatto. Netflix garantisce, oggi, molta più libertà autoriale ai suoi registi di quanto non faccia Hollywood. E il tasto della distribuzione non è certo secondsrio... se fosse uscito in sala questo film quanti avrebbero potuto vederlo?

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    2. Visto oggi al cinema. E sono abbonata a Netflix. Ma è stato un caso fortunato, perché il biglietto l'avevo preso domenixa e domani ci chiudono il cinema. È stata l'ultima magia dell'anno, chissà quando si potrà andare in sala di nuovo. Ma per fortuna c'è Netflix che non solo ha salvato l'ultimo film di Welles dall'oblio, ma ha anche fatto questo film che nessun studios avrebbe fatto. D'altronde il creatore della piattaforma è anche lui un cinefilo. E si vede.

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    3. Sei fortunata ad averlo visto al cinema! Una gran fortuna, davvero. Qui in Italia i cinema sono chiusi da quasi due mesi e non si sa quando riapriranno... ma quel che è peggio è che nessuno ne parla più, l'argomento è caduto completamente nel dimenticatoio. Non gliene frega più niente a nessuno... :(
      Comunque su Netflix sono d'accordo con te. In questo momento è una risorsa, altro che il male assoluto!

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  2. Visto ieri sera. Non trovo sinceramente parole per esprimere la grandezza e la complessità di questo film. Hai ragione, stimola la voglia di rivedere il film di Welles per capirlo meglio. Non ho infatti capito tutto ma l'ho trovato incredibilmente affascinante!
    Il più bel film dell'anno di grsn lunga!
    Buonissima serata.
    Mauro

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    1. Lo penso anch'io, Mauro. Per ora lo metto in testa alle preferenze ex-aequo con il film di Malick. Ma siamo su livelli di assoluta eccellenza.
      Un caro saluto!

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  3. Ecco, Quarto Potere non l'ho mai visto, mi cospargo il capo di cenere, recupereremo, ciao!

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    1. Credo che faresti meglio a vederlo... è un film epocale, anche a distanza di decenni. Lo dico per te :)

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  4. Anche io oggi ho parlato di Mank, anzi lo abbiamo fatto in molti, e vedo che ognuno ha evidenziato caratteristiche diverse, punti di forza e spunti diversi, e credo che per questo sia certo che ci troviamo di fronte a un bel film, non univoco nè banale, che suscita curiosità, dibattito e scambio di idee. Grazie a Fincher, a Netflix e a tutti i blogger. E soprattutto grazie a te Kris per la bellissima recensione!

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    1. Grazie a te! Appena posso corro a leggere la tua. Hai perfettamente ragione: è un film complesso, stratificato, che offre innumerevoli punti di vista e spunti di discussione. Avercene!

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  5. È verissimo. Anche in quest'anno dusgraziato sono usciti ottimi film: e va detto che buona parte di questi sono targati Netflix... segno che lo streaming non è poi il male assoluto, anzi. Del resto lo diceva anche il grande Monicelli più di trent'anni fa (il cinema non morirà mai... semmai cambierà il modo di fruirne)

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  6. Visto, mi è sembrato un po' prolisso, ma Gary Oldman è grandissimo come sempre e da al film una marcia in più ^_^

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    1. Oldman non lo scopriamo certo oggi, è un peso massimo! ;)

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  7. Io so già che amerò moltissimo questo film per tutti i motivi che hai perfettamente elencato in questo bellissimo post. E sì, Netflix spara un sacco di cagate al secondo, ma al tempo stesso dà modo a film come questo (ma non è l'unico), di vedere la luce. Quindi, nonostante tutto, ben venga Netflix.

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    1. Esatto, non è l'unico. Netflix si sta proponendo come l'unica, vera alternativa al cinema hollywoodiano (e non è certo un caso che abbia voluto produrre questo film, pur non essendo certo un titolo commerciale e per il grande pubblico). Netflix è un mare-magnum dove puoi trovarci dentro qualsiasi cosa, dalla robaccia ultratrash (che serve però a finanziare proprio questo tipo di film) fino al grande cinema d'autore. E i titoli distribuiti nell'ultimo anno ("The Irishman", "Il processo ai Chicago 7", "Elegia Americana", e appunto "Mank") stanno lì a dimostrarlo.

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  8. Film di gran classe ma un pochino troppo "freddo" per i miei gusti, però Fincher è così. Bello comunque, ci mancherebbe. Avercene!

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    1. Spesso tendiamo a confondere la "freddezza" con il sentimentalismo, che è molto diverso. Fincher non fa film sentimentali, ma le emozioni (quasi sempre dolorose) secondo me ci sono eccome: c'erano, strazianti, in "The Social Network", e ci sono anche in questo (la scena, già citata, del boss della MGM che si mette "in ginocchio" davanti alle maestranze, e anche quella della disperazione del regista autore del corto "contro" Sinclair)

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    2. Si sono d'accordo, a volte si abusa di questo termine.
      Forse anche per 'giustificarsi' quando un film (un grande film) non ci è piaciuto e non si riesce trovare argomenti credibili.
      Un saluto

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