martedì 24 marzo 2026

BOTTEGHINI PIENI, MA "ZERU TITULI": IL GRANDE EQUIVOCO DEL CINEMA ITALIANO



Incassi in ripresa, titoli-evento che trascinano il botteghino e una narrazione trionfalistica da parte degli organi di stampa, che parlano in continuazione di "rinascita". Ma è davvero così? Dietro i numeri si nasconde invece una preoccupante verità: il cinema italiano scompare dai radar, fatica a imporsi ai festival e viene ormai sistematicamente ignorato agli Oscar, perdendo progressivamente peso nel panorama internazionale. Tra commedie insulse, stereotipate, e sempre più rare eccezioni autoriali, il nostro sistema-cinema mostra ormai tutte le sue crepe, mostrando un livello qualitativo di una bassezza preoccupante.



Non basta un exploit al botteghino, per quanto clamoroso (indovinate quale?), per raccontarsi che va tutto bene. Non basta un titolo che sfonda, anzi tracìma (spesso per ragioni che hanno più a che fare con il marketing che con il cinema) per nascondere la polvere sotto il tappeto. Perchè se allarghiamo lo sguardo oltre i numeri, il quadro qualitativo sulla salute del cinema italiano è, senza troppi giri di parole, desolante.

"Buen Camino", di Checco Zalone
Sì, gli incassi respirano. Ma è un respiro corto, affannoso, quasi drogato. Lo dicono, nemmeno troppo tra le righe, anche i più quotati analisti nonchè le principali testate del settore: il sistema-cinema italiano si regge su pochi titoli-evento, mentre tutto il resto scivola nell'irrilevanza. E quando si passa dal botteghino all'università, ovvero ai festival, il castello crolla. Venezia, Cannes, Berlino: il cinema italiano non esiste più, non pesa, non incide, non lascia traccia. Sulla Croisette non vinciamo dai tempi de La stanza del figlio di Nanni Moretti (2001), mentre dobbiamo erigere un monumento a Gianfranco Rosi, ultimo italiano a vincere sia a Venezia (2013) che a Berlino (2016), grazie a due documentari, Sacro GRA e Fuocoammare. Altrimenti per ritrovare le ultime vittorie italiane con film di finzione bisogna tornare ai tempi della lira...

"Oi vita mia", di Pio e Amedeo
E poi c'è il dato più imbarazzante, quello che non si può ignorare: gli ultimi Oscar, quelli di quest'anno, dove in mezzo a tantissima qualità (il livello dei candidati di quest'anno al miglior film internazionale era strepitoso, basti pensare che è rimasto fuori uno come Park Chan-wook) il nostro cinema è scomparso. E mentre altri paesi si giocano premi, visibilità e mercato, l'Italia resta malinconicamente fuori dai giochi. Non è una sconfitta episodica: è una sparizione sistemica...

Il problema non è solo quantitativo, ma soprattutto qualitativo, strutturale. Il famoso "prodotto medio" italiano è diventato una zona morta creativa: ormai si fanno perlopiù banalissime commedie, intercambiabili, stanche, che sembrano scritte con il pilota automatico, dirette senza visione. Film che sembrano già vecchi mentre scorrono, film che non "graffiano", che non creano dibattito nè spunti di discussione. Il confronto con le altre cinematografie è impietoso: filmografie come la Corea del Sud, che fino a vent'anni fa non era certo una superpotenza culturale mondiale, o perfino paesi emergenti come Romania e Iran, che dispongono di mezzi infinitamente inferiori, hanno saputo costruire un sistema capace di produrre cinema autoriale e popolare insieme, esportabile e riconoscibile. Non parliamo poi dei nostri partner europei, Francia su tutti, dove il confronto tra cultura cinematografica, numero di biglietti staccati, finanziamenti pubblici e capacità di penetrazione sul mercato è perfino imbarazzante.

"La Grazia", di Paolo Sorrentino
E mentre altrove si sperimenta, tra generi, piattaforme e nuovi linguaggi, il cinema italiano resta fermo, intrappolato in modelli produttivi vecchi, in una specie di "circoletto" elitario che premia la sicurezza invece del talento, la ripetizione invece dell'innovazione. Un cinema che non dialoga più con il mondo, e infatti il mondo ha smesso di ascoltarci. E poi c'è il nodo più scomodo, il pubblico. O, meglio, l'idea che il sistema-Italia ha del pubblico: si continua a produrre come se lo spettatore italiano fosse stupido, o quantomeno incapace di affrontare qualcosa di nuovo e più complesso, più ambizioso. E così facendo il menù, già scadente, rimane sempre lo stesso, senza mai evolvere.

"Le città di pianura", di Francesco Sossai
In questo panorama, ci sono eccezioni che per forza di cose brillano di più (pensiamo a La Grazia di Sorrentino, o Le città di pianura di Sossai, fino a La valle dei sorrisi di Strippoli) e che ci fanno ancora più male, perchè dimostrano che un'alternativa a Zalone, Muccino e Pio e Amedeo può esistere davvero. Che anche in Italia è possibile fare un cinema capace di essere notato, discusso, premiato. Ma sono casi isolati, quasi anomalie statistiche piuttosto che il segno di una tendenza. Il "grosso" invece è sotto gli occhi di tutti: quella che una volta pareva una semplice battuta (portare i nostri film oltre la dogana di Chiasso) oggi suona come una condanna. Fuori dai festival, fuori dagli Oscar, fuori (meritatamente) dal discorso culturale internazionale.

La verità è che è il problema non è la mancanza di talento. Quello c'è, eccome. Il problema è un sistema che non sa più riconoscerlo, sostenerlo, rischiarlo. E allora, certo, potremo anche festeggiare talvolta qualche exploit al botteghino, ma finchè non innalzeremo la qualità media, finchè non tornerà il coraggio, finchè non si smetterà di fare cinema per tirare a campare, resterà solo una magra consolazione. E soprattutto un terribile provincialismo.


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