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Tre film diretti da donne, tre uscite quasi simultanee, tre film diversissimi tra loro ma accomunati dallo stesso (amaro) destino al botteghino, ovvero tre flop clamorosi. La Sposa!, Il Testamento di Ann Lee e La mattina scrivo raccontano, a modo loro, un inequivocabile corto circuito tra ambizioni autoriali e mercato. La Sposa! di Maggie Gyllenhaal è il caso più eclatante: budget enorme, identità confusa, risultato catastrofico per un film sgangherato e indifendibile, oltre che sciaguratamente "ibrido": troppo costoso per essere un film di nicchia, troppo particolare (diciamo così) per il grande pubblico. Il Testamento di Ann Lee di Mona Fastvold, invece, più che un film sbagliato è un film inutile, in primis per l'argomento e poi anche per il taglio: un musical mistico, indigesto, freddo e poco accessibile. Infine, La mattina scrivo della brava Valérie Donzelli è di gran lunga il migliore dei tre (ci voleva poco), ma la distribuzione pessima e il tema difficile del film hanno fatto il resto (non sia mai che in questo paese si lanci come si deve un film sul mondo del lavoro). Tre flop, tre errori diversi. Colpa, certo, di un mercato che non ha saputo o non ha voluto accompagnare queste opere... il punto non dovrebbe riguardare che sono film girati da donne, eppure resto dell'idea che, seppur nell'anno 2026, questa peculiarità crei ancora diffidenza e sufficienza in un "sistema" ancora, anacronisticamente, quasi del tutto maschile.
LA SPOSA!
(di Maggie Gyllenhaal, USA 2026)
Formalmente, avrebbe dovuto essere il remake de La moglie di Frankenstein di James Whale (1935). In pratica, è l'ennesima scopiazzatura (ma sarebbe meglio dire fotocopia) di Gangster Story di Arthur Penn (1967), infarcito da una buona dose di femminismo tanto al chilo. La Sposa! è l'esempio perfetto di quando l'ambizione tracìma nel manierismo: un oggetto ipertrofico, sconclusionato, assurdamente compiaciuto e narrativamente stravisto (pensiamo, giusto per fare degli esempi, a La rabbia giovane di Terrence Malick, Assassini nati di Oliver Stone, Bones and all di Luca Guadagnino... la differenza è che Malick, Stone e Guadagnino sono registi veri, la Gyllenhaal vorrebe diventarlo). Film sovraccarico a casaccio, che spinge ogni scelta fino allo sfinimento ma senza mai trovare un vero centro emotivo. Quello che dovrebbe risultare disturbante e sovversivo finisce per essere freddo, studiato, quasi sterile, noiosissimo. La neo-premio Oscar Jessie Buckley sparisce sotto un trucco improbabile (è stato già detto che somiglia a Joker? - scherzo). Christian Bale, che dovrebbe interpretare il "mostro", in realtà non perde un grammo del suo fascino (ma in questo caso non è decisamente l'effetto voluto)
giudizio: ★☆☆☆☆
IL TESTAMENTO DI ANN LEE
(di Mona Fastvold, USA 2025)
Un musical torvo e cruento, con venature horror, ambientato nell'Inghilterra del tardo '700 e narrante la storia di Ann Lee (Amanda Seyfried), giovane sposa di un rude fabbro ferraio (Lewis Pullman) che dopo quattro aborti spontanei decide di fondare una setta religiosa cattolico-oltranzista basata sulla castità (sic!). Non trovando adepti in patria fuggirà in America per cercare maggior fortuna. Non trovando nessuno disposto a seguirla nemmeno lì morirà in manicomio a cinquant'anni, sola e abbandonata da tutti. La regista Mona Fastvold è la moglie di Brady Corbet e insieme a lui ha scritto la sceneggiatura di The Brutalist, e per questo le vogliamo bene a prescindere. Ma resta l'interrogativo: perchè questo film???
giudizio: ★☆☆☆☆
La storia (vera) di un fotografo di successo (Bastien Bouillon) che di punto in bianco decide di mollare tutto per inseguire il suo sogno, quello di diventare scrittore, anche a costo di affrontare l'indigenza, il ludibrio e l'incomprensione di chi gli sta accanto. Non è però il "solito" film sul sogno impossibile che diventa realtà, bensì uno spaccato allucinante sulla globalizzazione e la precarizzazione del mondo del lavoro, senza alcuna retorica e pure con un pizzico di ironia. Un bel film che parla di lavoro, sfruttamento, diritti negati, nonchè una bella riflessione sul prezzo della libertà. La regista Valérie Donzelli è abile nel mantenere il tono sempre equidistante tra dramma e commedia, evitando ogni volta di scivolare nella melensaggine. Dura appena 92 densissimi minuti, ed è quasi un miracolo di questi tempi. Chapeau.
giudizio: ★★★★☆


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