sabato 16 luglio 2011

SE VOLETE ASSISTERE DA ACCREDITATI ALLA MOSTRA DI VENEZIA... LEGGETE QUI !


Cari amici,
Perdonatemi se per una volta uso questo blog esclusivamente come 'strumento di servizio', ma credo proprio che ne valga la pena... mi rivolgo ovviamente a tutti i miei lettori cinefili!

Se c'è infatti qualcuno tra voi cui interessa vivere almeno una volta nella vita un'esperienza 'unica', volevo mettervi al corrente che HO A DISPOSIZIONE 2 ACCREDITI 'CINEMA' PER ASSISTERE ALLA PROSSIMA MOSTRA DI VENEZIA (31 agosto - 10 settembre). 

Gli accrediti permettono di assistere a TUTTI i film in programma per TUTTA la durata della manifestazione. Il prezzo è di 60 euro cadauno, che può essere pagato anticipatamente tramite carta di credito oppure in contanti al Lido al momento del ritiro. Tengo a precisare che questo è il prezzo fisso stabilito dalla direzione del Festival (ergo, io non ci guadagno assolutamente nulla... li metto solo a disposizione e, in ogni caso, il versamento lo farete direttamente all'ente-Biennale di Venezia).

Si tratta di un'ottima occasione, primo perchè i prezzi per il pubblico pagante sono decisamente più alti (l'anno scorso partivano da 16 euro per la singola proiezione della sera al PalaBiennale, fino ai 40 euro in Sala Grande, sempre per un solo film), secondo perchè molte proiezioni sono riservate ai soli accreditati.

Torno a ribadire che non lo faccio assolutamente per tornaconto personale... solo che quest'anno la Segreteria della Biennale è stata particolarmente 'munifica' in fatto di accrediti, e in pratica me ne sono 'avanzati' due: e considerato quanto questi accrediti sono 'desiderati' dagli appassionati mi sembrava un vero peccato 'gettarli' nel cestino.

PERCIO' SE QUALCUNO DI VOI FOSSE DAVVERO INTERESSATO, O CONOSCESSE QUALCHE ALTRO SUO AMICO REALMENTE 'APPASSIONATO' DI CINEMA E DESIDEROSO DI PARTECIPARE, VI INVITO A CONTATTARMI NEL PIU' BREVE TEMPO POSSIBILE (LA RICHIESTA VA FATTA ENTRO IL 21 LUGLIO)  al mio indirizzo mail:


PROVVEDERO' IO POI A FORNIRVI (SEMPRE VIA MAIL) IL CODICE DI ACCESSO E IL LINK PER LA REGISTRAZIONE.
OVVIAMENTE RISPETTERO' L'ORDINE TEMPORALE DI CHI MI SCRIVE. ERGO, I PRIMI A 'PRENOTARSI' SARANNO COLORO CHE BENEFICERANNO DEGLI ACCREDITI.


E ora... tocca a voi!

amori cinefili / VALENTINA LODOVINI


E' nata a Umbertide (PG), ma non ditele che è umbra altrimenti si arrabbia ('a Umbertide ci sono stata due giorni in vita mia, in ospedale quando sono nata!'). Valentina Lodovini, classe 1978, ci tiene davvero a sottolineare la sua 'toscanità' (è cresciuta a Sansepolcro, presso Arezzo), anche per farsi scivolare addosso  l'antipatica etichetta di 'anti-Bellucci' che si trascina addosso fin da quando l'abbiamo notata sul grande schermo: esattamente ne La giusta distanza, film del 2007 diretto dal compianto Carlo Mazzacurati: una storia di ordinario razzismo e discriminazione ambientato nel basso polesine. La Lodovini intepretava una giovanissima insegnante appena arrivata in microscopico paesino di provincia, dove ovviamente con la sua avvenenza e spregiudicatezza metteva in subbuglio l'intera comunità...

E d'altronde basta guardarla per capire come quel ruolo non poteva non esserle congeniale: una bellezza 'accecante', clamorosa, tipicamente mediterranea, che esalta magnificamente un fisico non certo da mannequin (è un complimento!) ma con tutte le curve al punto giusto: e che curve! Proprio come la  Bellucci, insomma... ma evitate di dirglielo se vi capita di incontrarla per strada!
Anche perchè, a volere essere cattivi (e vogliamo esserlo, eh eh), il paragone con la Monica 'nazionale' può essere fatto solo dal punto di vista fisico in quanto, beh... la Lodovini oltre che bellissima è anche molto, molto  brava!
Un'attrice vera, capace di  alternare parti difficili e impegnate (da Fortapàsc di Marco Risi, a Il passato è una terra straniera di Daniele Vicari) a prestazioni più leggere e brillanti (vedi Generazione mille euro di Massimo Venier, o La donna della mia vita di Luca Lucini). D'altronde, e non è un caso, a 'scoprire' Valentina fu nientemeno che il più talentuoso regista italiano contemporaneo: parliamo di Paolo Sorrentino, che le affidò una piccola parte ne L'amico di famiglia (2005), trampolino di lancio per una rapidissima carriera.

Oggi Valentina Lodovini è una delle nostre attrici più stimate e richieste. Soprattutto da quando Luca Miniero l'ha voluta nel suo fortunatissimo Benvenuti al Sud, simpatica commediola nazional-popolare campione d'incassi a sorpresa nel 2010, che l'ha definitivamente consacrata al grande pubblico... ed era l'ora, viene voglia di dire, per una ragazza che ha conosciuto il suo momento di gloria a 32 anni, età in cui molte sue coetanee se vanno in pensione dopo un'effimera carriera da 'veline'. Lei invece va fiera della sua gavetta e della sua professionalità: 'non l'ho mai 'data' a nessuno, e d'altronde nessuno ha avuto il coraggio di chiedermela!', afferma disinvolta e divertita, da buona toscana (d'altronde lo diceva anche Malaparte: 'i toscani hanno il cielo negli occhi e l'inferno in bocca...')

Il futuro, naturalmente, è tutto dalla sua parte: sia al cinema, dove la rivedremo probabilmente a Venezia con Cose dell'altro mondo di Francesco Patierno, che in televisione, impegnata ad interpretare nientemeno che Anna Magnani nella sua biografia: 'Un ruolo che mi spaventa, all'inizio d'istinto ho pensato di rinuciare per rispetto', sostiene con inusitata umiltà e deferenza. Tante facce di una brava attrice, dal carattere sanguigno e difficile come sostiene di essere anche nella vita privata. Dalla quale non lascia trapelare volutamente alcunchè, salvo lasciar trasparire che è tumultuosa e passionale: e del resto come porebbe essere diversamente? 'Diciamo che sono fidanzata con il cinema, ed è un ottimo fidanzato: in fondo gli uomini vanno e vengono, i film rimangono'. Come non essere d'accordo!

domenica 10 luglio 2011

THE CONSPIRATOR (USA, 2011) di Robert Redford

Washington, 15 aprile 1865: il presidente americano Abramo Lincoln viene ucciso a sangue freddo mentre sta assistendo ad uno spettacolo teatrale. L'assassino si chiama John Booth, e anche lui fa l'attore, pure di successo. Il paese, appena uscito dalla sanguinosa Guerra di Secessione, da quel momento entra nel panico, scatenando la prima grande 'caccia all'uomo' della storia americana... alla fine Booth viene ucciso da un cecchino mentre cerca di nascondersi in un fienile, mentre alcuni suoi compagni riescono a darsi alla macchia.

L'ultimo film di Robert Redford comincia da qui, ma non per raccontarci la biografia di Lincoln, come si potrebbe supporre, bensì per far luce su una vicenda 'oscura' e quasi dimenticata dai libri di storia: quella di Mary Surratt, vale a dire la proprietaria della pensione dove Booth e gli altri 'cospiratori' si riunivano per definire i loro piani terroristici. La donna viene arrestata e incarcerata per favoreggiamento, oltre ad essere esposta al pubblico ludibrio in quanto responsabile di aver coperto i fautori dell'attentato. Perfino il difensore d'ufficio, il giovane avvocato Frederick Aiken, è totalmente convinto della sua colpevolezza, tanto da considerare come un'offesa verso la sua persona e la sua carriera il dover prendere le difese di chi si è macchiato di un simile reato.

Succede, però, che interrogando la donna Aiken si convince via via sempre di più che l'imputata era davvero inconsapevole e incolpevole di quello che accadeva dentro il suo albergo, e che il responsabile vero e principale collaboratore di Booth è in realtà il figlio di lei, che adesso è latitante e si nasconde chissaddove. Ogni tentativo di scagionare la sua assistita si rivela però vano: lo Stato, nella persona del Ministro della Giustizia Edwin Stanton, in realtà ha già scritto la sentenza (ovviamente di colpevolezza),  e usa la Surratt come 'ostaggio' per far costituire il figlio. E per far condannare la donna non esita a far promulgare una serie di leggi totalmente antidemocratiche e illiberali al fine di giungere allo scopo.

Robert Redford, coerente con le sue ormai celeberrime idee 'liberal-democratiche', mette in scena un film dallo stampo splendidamente 'classico', stile cinema d'inchiesta anni '70, forse un po' ingenuo e stereotipato in certe situazioni, ma onesto e 'sanguigno' nella fattura. Ed è fin troppo evidente leggere in questa pellicola una chiara e netta presa di posizione verso il sistema giudiziario americano, paragonandolo a quello attuale. Gli interrogativi che pone Redford sono noti: è giusto, in nome della sicurezza nazionale, sacrificare in parte i propri diritti e la propria libertà? E' giusto che per scongiurare una ribellione la giustizia venga piegata alla 'ragion di stato'? E' normale che chi detiene il Potere si faccia leggi a proprio uso e consumo, senza che nessuno eserciti alcun controllo?

'In guerra, le leggi si fermano' afferma Stanton nella battuta più celebre del film. Già, ma può un attentato essere considerato 'guerra'? E chi lo stabilisce? Ovviamente sempre i potenti, i vincitori, che fanno e disfanno le leggi a proprio piacimento. E ogni riferimento all'attentato delle Torri Gemelle non è certamente casuale, specie a pochi mesi dal decennale della più sanguinosa tragedia americana della storia. Redford vuole metterci in guardia e farci notare, amaramente, che a quasi 150 anni dall'uccisione di Lincoln le cose non sono affatto cambiate, e che in nome della lotta al terrorismo gli Stati uniti, oggi come allora,  non esitano a rinnegare la Carta Costituzionale, e di conseguenza la democrazia.

Il film, come detto, è bello e coinvolgente. Un legal-movie di respiro antico, interpretato da attori stupendi: da Robin Wright, mai così brava, a James McAvoy, Tom Wilkinson, Evan Rachel Wood, e un soprendente Kevin Kline, davvero a suo agio nei panni, per lui insoliti, di 'cattivo'. Bello anche il finale, che non sveliamo, ma dove una didascalia ci avverte che l'avvocato Aiken, dopo la conclusione del caso-Surratt, abbandonerà la toga per diventare giornalista: esattamente il primo cronista del neonato 'Washington Post'... come dire, gli 'Uomini del Presidente' sono avvertiti.

VOTO: * * * *

mercoledì 6 luglio 2011

CIAK SI GIOCA !

'Rounders', di John Dahl
In queste calde serate estive è normale abbandonarsi alla visione riposante di qualche pellicola non troppo   'impegnativa', magari sorseggiando una bella bibita ghiacciata... e allora, rivedendo con grande piacere un film non troppo conosciuto (ma divertentissimo) come Rounders di John Dahl, ecco che mi sovvengono molti altri titoli dedicati a un gioco di carte che, forse, è vecchio quanto il cinema: ma il poker è davvero 'solo' un gioco? O forse è una 'guerra moderna', una spietata metafora della società di oggi? Domanda retorica, perchè gli innumerevoli film ad esso 'dedicati' la dicono davvero lunga...

1. ROUNDERS - IL GIOCATORE (di John Dahl, 1998)
Ben prima di Ocean's eleven, un film che 'sviscera' il vero fascino del poker, con un cast da capogiro (Matt Damon, John Malkovich, Ed Norton) e una regia virtuosa e adeguata al tavolo verde. Gran ritmo e gran divertimento. Da riscoprire.

2. LA STANGATA (di George R. Hill, 1974)
Memorabile la partita a poker, col 'pollo' che viene 'spennato' da una coppia di giganti: Paul Newman e Robert Redford.  Battuta leggendaria: 'Non potevo mica dire che bara meglio di me...'

3. REGALO DI NATALE  (di Pupi Avati, 1996)
Altro presunto 'pollo', altra immensa interpretazione, stavolta tutta italiana: Carlo Delle Piane si supera nel ruolo della sua vita, ma anche Abatantuono & co. non sono da meno. Amarissimo ritratto della provincia italiana, oggetto perfino di un remake nel 2003 ('La rivincita di Natale', non proprio indimenticabile).

'Lo scopone scientifico' di L. Comencini
4. CINCINNATI KID (di Norman Jewison, 1965)
In una sempre magica New Orleans, la sfida a carte più famosa della storia del cinema: Steve McQueen contro Edward Robinson, scontro fra titani...

5. LO SCOPONE SCIENTIFICO (di Luigi Comencini, 1972)
Altra pellicola vista decine di volte, niente di originale ma... a vedere Bette Davis, Alberto Sordi e Silvana Mangano davanti al tavolo verde vengono le lacrime agli occhi. Dalla gioia!

6.  CASINO' ROYALE (di Martin Campbell, 2006)
Di solito non amo i film di 007, ma questo titolo è importante perchè si assiste alla prima partita del texas hold'em, la nuova 'frontiera' del poker: più veloce, più moderno, più 'televisivo'. Inaugurerà una moda.

'Maverick', di R. Donner


7. MAVERICK (di Richard Donner, 1994)
La 'prima volta' di Jodie Foster in una commedia: per un fan come me, un titolo imperdibile... Donner le concede abilmente la ribalta, Mel Gibson la asseconda: non sarà un capolavoro, ma non mi stanco mai di rivederlo!

giovedì 30 giugno 2011

TRANSFORMERS 3 (USA, 2011) di Michael Bay


Se non fosse che il vecchio detto 'al peggio non c'è mai fine' è, putroppo, drammaticamente vero (e solo per questo non mi sbilancio troppo), non avrei problemi a incoronare Michael Bay come il peggior regista vivente. Certo, lui non sa nemmeno che esisto, e se anche lo sapesse si farebbe sicuramente delle grasse risate a fronte dei quasi 800 milioni di dollari incassati con la sola trilogia dei Transformers, ai quali poi vanno aggiunti gli introiti altrettanto clamorosi di Armageddon, Pearl Harbor, The Rock e compagnia. Insomma, un vera e propria miniera d'oro per Hollywood che, ovviamente, se lo tiene ben stretto consentendogli di propinarci ogni anno i film più insulsi e fracassoni che il genere umano ricordi...

Ovviamente il mio è un discorso puramente qualitativo: in realtà Michael Bay il suo lavoro lo sa fare, eccome. E lo testimoniano i dati che vi ho appena riferito. Il problema è un altro: come è possibile che così tanta gente corra a vedere questi film? Che cosa ci trova di interessante? Come è possibile, soprattutto, che RITORNI a vedere un altro film del genere dopo avere già assistito ad altre 'opere' dello stesso tipo? La risposta che tutti mi danno è sempre la stessa: 'sono film spettacolari, poco impegnati, giocattoloni adatti ad un popolo di adolescenti che ama disconnettere il cervello e passare due ore in totale svago'. Il classico 'pubblico da multisala', dunque, con bibita in mano, popcorn nell'altra e rutto libero...

Ma ora dico... è possibile che gli adolescenti siano davvero tutti così? Io non credo, così come non mi passa assolutamente per la testa pensare che chi va a vedere Transformers 3 sia automaticamente un decerebrato. Credo invece che ci sia un grosso equivoco di fondo, che forse non tutti gli appassionati di cinema hanno ben chiaro: noi 'cinefili' doc consideriamo (e ci mancherebbe altro!) il CINEMA, quello vero, come ARTE a tutti gli effetti. E che cosa si intende per 'arte', nel senso più letterale del termine? Basta andare su Wikipedia per scoprirlo: 'viene detta 'arte' ogni attività umana che, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall'esperienza, porta a forme creative di espressione estetica'.

Ecco svelato l'arcano! L'arte può considerarsi tale solo se alla base c'è uno sforzo creativo! E secondo voi in Transformers 3 c'è forse una minima traccia di creatività? Può esserci creatività in una fracassona produzione mangiasoldi? I film di Bay sono spettacolari, esagerati, elettrizzanti, divertenti... tutto quello che volete, ma sono prodotti costruiti in laboratorio che non possono definirsi film. Senza offendere nessuno e senza avere pretese di giudicare chicchessia, nè tantomeno sentirsi critici con la puzza sotto il naso. Transformers 3 è un 'oggetto' di tutto rispetto, che arriva al sodo e assolve perfettamente alla sua funzione, che è quella di attrarre pubblico grazie al 3D e ai mirabolanti effetti speciali e, logica conseguenza, incassare tanti soldi.
Ma, per favore, non chiamiamolo cinema.

VOTO: *

domenica 19 giugno 2011

LONDON BOULEVARD (GB, 2011) di William Monahan

E' il momento degli sceneggiatori che decidono di compiere il 'grande passo' verso la regia: dopo George Nolfi che ha diretto I guardiani del destino, tratto da un racconto di P.K. Dick (vedi post sotto), tocca adesso a William Monahan ('writer' prediletto da Scorsese e vincitore dell'Oscar per The Departed) debuttare dietro la macchina da presa con questo London Boulevard, opera tanto ambiziosa quanto imperfetta, degna tuttavia di rispetto e meritevole di essere vista, se non altro per l'accuratezza dei particolari e la 'confezione' di gran classe.


Tratto dal romanzo omonimo di Ken Bruen, London Boulevard racconta il tentativo di ritorno alla vita normale dell'ex-galeotto Mitchell (Colin Farrell), appena uscito dal carcere e deciso a tagliare i conti col passato malavitoso. Cercherà di guadagnarsi da vivere facendosi assumere come bodyguard di una nevrotica star del cinema (Keira Knightley) letteralmente 'assediata' dai paparazzi e da tempo inattiva sul fronte lavorativo. E' fin troppo ovvio svelarvi che nessuna delle due cose sarà semplice da realizzare...

Monahan sceglie come film d'esordio un noir di stampo abbastanza classico, riversandovi il bagaglio stilistico acquisito con The Departed e orchestrando una trama ben oliata ma anche abbastanza prevedibile: le atmosfere sono infatti quelle 'canoniche' del genere, non prive di una buona dose di violenza e di personaggi tipicamente stereotipati (boss mafiosi, usurai, vittime inermi, ragazzini adolescenti già in procinto di diventare killer spietati). Tutti elementi che però non nuociono in una pellicola tutto sommato godibile e ben orchestrata.

Dove però il film delude è proprio nella parte che avrebbe dovuto essere il vero punto di forza, l'elemento di novità in un contesto tradizionale, vale a dire il rapporto creatosi tra la vulnerabile diva e il suo aspirante 'protettore', che avrebbe meritato un approfondimento ben diverso. Keira Knightley è bravissima nell'interpretare una celebrità ansiosa, insicura e tormentata, ormai fuori dal giro e dalla vita privata impossibile. Il suo profilo scavato, appuntito, l'aspetto quasi sciatto e dimesso la rendono magnificamente credibile. Peccato però che è proprio questa parte ad essere 'trascurata' dal regista, trattata con grande superficialità e ridotta quasi ad un 'cameo' nell'economia del film. Peccato davvero perchè c'erano tutti i presupposti (non solo nel titolo) per 'rendere omaggio' al capolavoro di Billy Wilder: i raffronti con Sunset Boulevard sono evidenti e chiaramente voluti, a cominciare dal ruolo del bravissimo David Thewlis, maggiordomo-aiutante-confidente della diva, che non può non ricordare l'Erich Von Stroheim del film appena citato.

Un debutto, insomma, con luci e ombre. E dove i riferimenti cinematografici fanno soprattutto aumentare il rimpianto per ciò che doveva essere e invece non è stato, lasciandoci in bocca una costante sensazione di 'già visto'. Almeno fino alla prossima occasione.

VOTO: * * *

sabato 18 giugno 2011

I GUARDIANI DEL DESTINO (USA, 2011) di George Nolfi

Philip K. Dick si conferma lo scrittore più 'saccheggiato' dal mondo del cinema, e ormai credo che siano  ben pochi i suoi racconti o romanzi non ancora trasferiti sul grande schermo: forse sono rimasti solo quelli più 'ostici' da tradurre in immagini, e non è un caso che questo I guardiani del destino (in originale 'The adjustement bureau', vale a dire 'L'ufficio aggiustamenti') abbia impiegato così tanto prima che qualcuno decidesse di farne un film. Tratto da un racconto breve, questo debutto dietro la macchina da presa dello sceneggiatore George Nolfi è un classico esempio di fantascienza 'distopica' (ovvero ambientato in un presente ben diverso da quello attuale), dove il regista deve cimentarsi con concetti piuttosto impegnativi e assoluti quali il libero arbitrio, l'ineluttabilità del destino, la capacità dell'uomo di autocontrollarsi e tutelare la propria esistenza. Tesi che funzionano bene sulla pagina scritta, ma indubbiamente complicati da rappresentare al cinema. E il risultato, va detto subito, convince solo a metà.

Matt Damon
Il film è concepito sotto forma di 'thriller romantico': un politico 'trombato' alle elezioni e una ballerina in carriera (Matt Damon e Emily Blunt, più che discreti) si incontrano per caso (ma sarà vero?) nel bagno di un albergo. Ovviamente è amore a prima vista, ma i due finiscono per perdersi quasi subito, salvo poi incontrarsi di nuovo dopo diversi anni, in tempo per scoprire che il loro amore è contrastato da un 'commando' di energumeni in giacca, cravatta e cappello, incaricati da un fantomatico 'Presidente' di far sì che il destino del mondo compia regolarmente il proprio corso. La ragione per cui due individui apparentemente insignificanti siano così importanti per le sorti del pianeta non ve la sveliamo, così come non vi diciamo come mai la loro storia d'amore non s'ha da fare: sappiate solo che questa 'task-force' di oscuri funzionari ha il compito, appunto, di sorvegliare il corretto andamento del 'Piano' e, se la situazione lo richiede, di intervenire e operare opportuni interventi (gli 'aggiustamenti' del titolo originale) affinchè tutto proceda secondo quanto stabilito.

Ma stabilito da chi? Ognuno può sbizzarrirsi come vuole nell'individuare la figura del Presidente: gli appassionati di fantascienza non potranno non intravedere somiglianze letterarie con Asimov e la sua 'psicostoria'  (con il 'mitico' Hari Seldon e l'immortale robot Daneel Olivaw nel ruolo di guardiani del tempo), oppure, restando in ambito cinefilo, con THX1138 di George Lucas o, molto più 'dozzinalmente', anche con Men in Black di Sonnenfeld.

Emily Blunt
Un giochino divertente di rimandi e citazioni più o meno esplicite, quindi. Purtroppo però bisogna dire che la resa filmica non è altrettanto autoriale: anzi, a dirla tutta si vola piuttosto bassi riguardo dialoghi e situazioni, spesso molto elementari e carichi di umorismo involontario, mentre la sceneggiatura troppe volte si arrampica sugli specchi per reggere una storia che, comunque, si difende abbastanza bene fino all'ultimo quarto d'ora di pellicola, per poi naufragare in un finale assolutamente semplicistico e 'telefonato', che certo non fa onore all'inventiva e alla visione pessimistica e disillusa di Dick verso il destino dell'umanità.
In conclusione, un'occasione perduta. O, se preferite, un discreto filmetto estivo da vedere senza troppe pretese e per trascorrere una serata distensiva e scacciapensieri. Probabilmente l'esatto contrario di quello che avrebbe desiderato l'autore del racconto...

VOTO: * * *

venerdì 17 giugno 2011

Venezia 67 \ VENERE NERA (Algeria, 2010) di Abdellatif Kechiche

Vi ricordate di Abdel Kechiche? Avevamo lasciato il talentuoso regista algerino tre anni fa, proprio alla Mostra del Cinema di Venezia, come autore del tenero e divertente Cous Cous. Pareva un Leone d'Oro scontato, e invece una giuria miope presieduta dal cinese Zhang Ymou assegnò la vittoria al connazionale (nonchè amico...) Ang Lee, vincitore per la seconda volta in tre anni. Ci furono polemiche a non finire e Kechiche, amareggiatissimo, tuonò che non avrebbe più messo piede in laguna. Però si sa, il tempo (e i soldi) leniscono tutte le ferite, e infatti rieccolo presentarsi, lo scorso settembre, di nuovo in concorso al Lido... anche se è forte il sospetto che in realtà l'autore di Venere Nera sia il suo fratello gemello, considerata l'enorme differenza di argomento, stile e toni tra le due pellicole.

Ma finiamola qui. Perchè in realtà c'è poco da scherzare: Venere Nera è un film angosciante, terribile, che non risparmia niente allo spettatore e fa riaffiorare una ferita ancora aperta nella cultura europea dell' 800.
Il film è la tragica biografia di Saartje Baartman, detta la 'Venere ottentotta', una donna nera sudamericana che divenne tristemente famosa per la forma del suo corpo, a suo modo da Guinness dei Primati: aveva, infatti, fianchi e sedere iper-sviluppati e un'apparato genitale di enormi dimensioni. tanto enormi che la poveretta, schiava nel suo paese d'origine, venne trascinata con la forza in Europa e costretta a esibirsi nei luna-park come fenomeno da baraccone. La donna non cercò mai di ribellarsi alle continue violenze, e la sua vita fu un vero inferno: prima processata  e poi venduta a un impresario senza scrupoli, poi costretta a prostituirsi in una casa d'appuntamenti parigina, morì di sifilide a soli 25 anni. Il suo corpo fu poi comprato dal Museo della Scienza Umana di Parigi a scopo di studio: gli scienziati le asportarono i genitali e li destinarono in esposizione per gli studenti di  medicina.

Le pellicola di Kechiche si rifà esplicitamente a The Elephant Man, cercando di colpire lo spettatore con scene forti, crudeli, efferate, senza fermarsi di fronte a nulla e mostrando quando occorre immagini raccapriccianti, al limite del disgusto e forse oltre. L'intento è, ovviamente, quello di far riflettere sugli orrori del razzismo, della schiavitù e della 'diversità' in generale. Ma lo stile utilizzato dal regista, inopinatamente rozzo, morboso e ricattaorio, finisce più per schifare e impietosire piuttosto che generare una presa di coscienza in chi lo guarda. Alla fine il film risulta essere toccante più per la vicenda che racconta piuttosto che per la sua realizzazione. Grande interpretazione per l'attrice Yahima Torres, clamorosamente dimenticata in sede di palmarès dalla Giuria presieduta da Tarantino.

VOTO: * *  

giovedì 9 giugno 2011

SENZA ATOMICA

Il fatto che questo sia un blog di cinema non significa che qui sopra non si debbano trattare argomenti di attualità o politica. Anche perchè il cinema ha spesso anticipato e prevenuto molti temi 'politici' per definizione, oppure ha prodotto opere capace di generare discussioni e smuovere le coscienze.
Siamo alla vigilia di una consultazione referendaria dalla quale dipenderà molto del nostro futuro... senza esagerare. Perchè convertire il nostro paese all'energia nucleare potrebbe avviare un processo irreversibile che interesserà direttamente le nostre vite nonchè le generazioni future.

Per questo ritengo doveroso 'schierarmi' in prima persona, senza alcuna difficoltà: il 12 e 13 giugno si vota per scongiurare la minaccia atomica nel nostro paese, ed è perfino superfluo pregarvi di recarvi alle urne e dare una spallata convinta a chi vuole addensare nubi 'radioattive' sulle nostre teste, al solo scopo di lucro.
Riflettete.

1. MINACCIA ATOMICA (1950) 
In seguito a un'esplosione atomica Londra viene evacuata. Fa effetto vedere la metropoli spopolata... più di cinquant'anni dopo Danny Boyle farà la stessa cosa con 28 giorni dopo.

2. IL DOTTOR STRANAMORE (1963)
Il capolavoro più amaro di Stanley Kubrick. Si ride sull'imbecillità umana, ma alla fine la bomba scoppia sul serio. Sulle note di 'We'll meet again'... strepitoso.

3. A PROVA DI ERRORE (1964)
La versione 'seria' del film di Kubrick. Uscì quasi in contemporanea e ne fu 'schiacciato', ma questa pellicola di Sidney Lumet è tutt'altro che da disprezzare. Anzi.

4. INTERCEPTOR, IL GUERRIERO DELLA STRADA (1981)
Mel Gibson è già una star, e questo film inaugurò un genere: quello del 'pianeta post-catastrofe atomica'. A suo modo, un piccolo cult.

5. PIOGGIA NERA (1989)
Una coppia di coniugi viene 'incaricata' di trovare un marito alla giovane nipote sfigurata dalle radiazioni di Hiroshima. Un viaggio allucinante negli orrori della guerra nucleare, diretto con rispetto e asciuttezza dal 'maestro' Shoei Imamura.

6. RAPSODIA IN AGOSTO (1991)
Un'anziana donna racconta ai nipotini l'olocausto nucleare. Forse non il miglior Kurosawa, ma comunque un film toccante e mai lacrimevole. Un bell'affresco sull'importanza della memoria e del ricordo.

7. GOMORRA (2008)
Garrone ci mostra senza pietà quella che sarebbe l'Italia 'convertita' all'energia nucleare: una fogna di scorie radioattive, inevitabilmente terreno fertile per la criminalità organizzata. profetico.