domenica 4 settembre 2011

LE IDI DI MARZO (USA, 2011) di George Clooney

La cosa che più stupisce è che ancora qualcuno si stupisca. Il gioco di parole è ovviamente riferito a George Clooney, che ancora qualcuno fatica ad accettare come regista... un destino che accomuna il brizzolato più piacente della terra a quello di Robert Redford, altro cineasta 'schiavo' del suo fascino, che ha dovuto aspettare i 70 anni di età (e un bel po' di rughe sul volto) per convincere critici e spettatori che si può essere registi bravi e 'impegnati' nonostante il bell'aspetto e i paparazzi intorno. Auguriamo quindi al bel George di riuscirci prima, anche se a noi di tutto ciò poco ci importa: quello che conta è che continui a fare film belli e appassionati come Le Idi di Marzo, e se qualcuno storce il naso a priori peggio per lui!

Il paragone con Redford non è affatto casuale: anche Clooney infatti è un convinto e fervente democratico, molto schierato e profondamente 'liberal', esattamente come il protagonista di Tutti gli uomini del Presidente. E questo film incarna pienamente lo spirito, l'amarezza e la disillusione di chi ancora crede nei valori della buona politica e di chi la rappresenta. Ma, come afferma lo stesso regista, sarebbe sbagliato considerare Le Idi di Marzo 'soltanto' un film politico. E' piuttosto una film sulla moralità dell'uomo, sull'ambizione, l'arrivismo e la spregiudicatezza che ognuno di noi arriva a tirare fuori per raggiungere determinati obiettivi. E più l'obiettivo si fa importante, più aumentano il cinismo e le pugnalate alle spalle, anche da chi (sembra) esserti vicino. Questo è il significato del titolo, bellissimo ed evocativo, che ricorda l'assassinio di Giulio Cesare, pugnalato alle spalle proprio dai suoi seguaci più stretti.

Le Idi di Marzo è infatti la storia di un giovane addetto stampa, onesto e idealista, 'vergine' di politica e reclutato dal Partito Democratico per aiutare il candidato alla presidenza a vincere le elezioni. Scoprirà a proprie spese che il mondo in cui si dibatte, e che aveva sempre immaginato come integro, alto e nobile, è in realtà una piscina infestata dagli squali, dove l'uno cerca di azzannare più forte l'altro pur di ottenere il suo scopo. A qualunque costo.
Il film ha uno sviluppo lineare, decisamente classico, molto somigliante ai film di denuncia stile anni '70 (proprio come Tutti gli uomini del Presidente). Clooney dirige con mano sicura e non invasiva, lasciando che lo spettatore si focalizzi sui personaggi e sulle loro inquietanti 'metamorfosi'. E bisogna dire che sia il protagonista Ryan Gosling, che i 'comprimari' Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei e la splendida e inquietante Evan Rachel Wood, gli danno una grossa mano.
Applausi a scena aperta per tutti.

VOTO: **** 

mercoledì 31 agosto 2011

CI VEDIAMO A VENEZIA !!

Per chi volesse seguirmi... anche quest'anno, come sempre, sarò a Venezia a seguire la 68. Mostra. Se anche qualcuno di voi lettori ha intenzione di raggiungere il Lido mi faccia un fischio, ci metteremo in contatto!

amori cinefili / SAOIRSE RONAN

Il suo nome in gaelico significa 'libertà' , e ne va molto fiera: del nome, e delle sue origini irlandesi intendo. Perchè Saoirse Ronan è irlandese purosangue, e nonostante il successo, la nomination all'Oscar e i copioni che le cadono a pioggia sulla testa, continua per scelta a vivere in un minuscolo villaggio della sue terra natìa: un posto dove 'si conoscono tutti' e dove si può sempre camminare per strada senza essere troppo infastiditi dai fan...

Sì, perchè anche se non è ancora maggiorenne (è nata il 12 aprile 1994), la piccola Saoirse ha già fatto breccia a Hollywood, dove è considerata un'attrice di enorme talento, oltre che una stella di prima grandezza: niente male per una ragazzina così giovane eppure già così 'magnetica'. Del resto gli spettatori più attenti se n'erano accorti fin dal 2008, quando la dodicenne (!) irlandese tenne testa brillantemente nientepopodimenoche a Keira Knightley, interpretando il ruolo della sorella minore in Espiazione di Joe Wright, che le fece addirittura sfiorare l'Oscar come miglior attrice non protagonista.

Ma, senza nemmeno andare troppo indietro, tutti la ricorderete certamente nel suo ruolo più bello e complesso: quello della tenerissima e sensibile Suzie Salmon in Amabili resti di Peter Jackson. Grandissima ed emozionante l'intepretazione della Ronan, nella parte di una giovanissima studentessa che viene adescata e uccisa da un maniaco, e che cerca di far scoprire il suo assassino lanciando segnali dall'aldilà. Il film è tutto costruito su di lei, e grande è il merito di Saoirse nel non far scadere nel grottesco una storia terribilmente difficile da portare sul grande schermo.

La ragazzina è brava, decisamente. Ed ha una volontà di ferro, unita a un'intelligenza fuori del comune: ha un proprio manager al seguito ma sceglie i copioni esclusivamente da sola (nemmeno i genitori hanno voce in capitolo!), basandosi su personaggi non convenzionali e anche rischiosi, oltre che diversissimi tra loro. Ne è la prova la sua performance tutta 'muscoli' in Hanna, dove veste i panni di una piccola Nikita biondo platino alle prese con un intrigo internazionale ben più grande di lei. Ma prossimamente la rivedremo anche sul set de Lo Hobbit,  sempre di Peter Jackson, nonchè ne L'Ospite (tratto dall'ultimo bestseller di Stephanie Meyer, quella di Twilight). E in mille altre parti ancora... l'agenda è davvero fittissima!


Capelli biondissimi, corporatura filiforme, due occhi meravigliosi e dolcissimi che hanno già 'stregato' milioni di spettatori. Segnatevi il nome di questo piccolo angelo: questa scheda è 'work in progress' come poche... di Saoirse Ronan ne sentiremo parlare ancora. Eccome!

martedì 16 agosto 2011

IN UN MONDO MIGLIORE (Danimarca, 2010) di Susanne Bier

La Danimarca non è la Norvegia, e sarebbe tremendamente sbagliato generalizzare. Tuttavia non posso negare che la visione di questo film è stata inevitabilmente condizionata dai tragici fatti di Oslo. E confesso anche che, pur non avendo mai messo piede da quelle parti, probabilmente è vero che il 'profondo nord' dell'Europa non è affatto quel paradiso di civiltà che tutti finora avevamo immaginato. E non c'è bisogno di scomodare ulteriormente gli avvenimenti sanguinosi di questi giorni: altri indizi comparsi in tempo recente lo stanno a testimoniare: si pensi all'improvvisa 'invasione' di letteratura giallo-horror proveniente dalla vicina Svezia, a un certo tipo di musica leggera, ai film... di Lars Von Trier e, appunto, della connazionale Susanne Bier!

Nessun posto è un paradiso. E in nessun posto possiamo trovare un mondo migliore di quello che ci siamo costruiti. La sintesi è un po' grossolana ma efficace. Tutta la pellicola della Bier si regge su una metafora abbastanza semplice da capire: sia che ci troviamo nella selvaggia Africa dilaniata dalle guerre intestine, sia nella democraticissima Danimarca, i peggiori istinti umani possono portare a una spirale di violenza senza fine, partendo spesso di episodi tanto banali quanto scatenanti. Noi occidentali, per riprendere una celebre frase di Ermanno Olmi (vedi qualche post più sotto), non siamo migliori di altri e non abbiamo 'patenti' per insegnare a stare al mondo.


                                                                                                                                                                                    I protagonisti di In un mondo migliore sono due bimbi: uno, Elias, è timido e introverso, continuamente vessato dai compagni di classe. Poi c'è Cristian, appena rientrato in Danimarca dopo la morte della mamma a causa di un tumore. Entrambi hanno due padri estremamente problematici: quello di Elias si sta separando dalla moglie, che non vede mai a causa della sua professione (è medico-missionario in Africa). L'altro invece non riesce a elaborare il lutto e, soprattutto, non comunica più con il figlioletto, che cresce carico di odio e risentimento verso il padre assente e, di riflesso, verso il mondo che lo circonda. Cristian conosce Elias durante un litigio tra quest'ultimo e i 'bulli' della scuola: lo difende e lo salva dall'ennesima umiliazione. I due ragazzi cominciano a frequentarsi, ma il carattere rancoroso e arrabbiato di Cristian condizionerà anche il più mite compagno di giochi, introducendolo a un'escalation di piccoli dispetti e violenze che via via si faranno sempre più pesanti...

Susanne Bier
Il film, pur risentendo di un certo didascalismo e di certi 'virtuosismi' non richiesti (vedi l'insistito e, secondo me, inutile uso della camera a spalla: si vede che è un marchio di fabbrica in Danimarca - Von Trier docet) regge molto bene la tensione e lo spaesamento che intende instaurare nello spettatore. Molto inquietante soprattutto nel descrivere il rapporto quasi morboso che si crea tra i due ragazzi, costringendo abilmente chi guarda a interrogarsi sull'uso irrazionale della violenza, spesso causata dal comportamento di altri, nella fattispecie dal lassismo dei due padri inetti. Inevitabile a questo punto l'accostamento con Il nastro bianco di Michael Haneke, premiato a Cannes un paio di stagioni fa e dal quale, a mio modesto parere, il film della Bier attinge a piene mani.

Peccato però che In un mondo migliore non mantenga fino in fondo la glacialità e la compattezza del capolavoro di Haneke, complice l'uso spesso ridondante della musica (completamente assente e spiazzante nel film austriaco), e di un finale troppo 'telefonato' e buonista che stride non poco con quanto mostrato prima.

VOTO: * * *

martedì 9 agosto 2011

TIRANDO LE SOMME: I 'TOP' DELLA STAGIONE 2010/2011 (cliccare sul titolo per la recensione completa)


1. THE SOCIAL NETWORK (D. Fincher)

L'abbiamo detto e lo ripetiamo: questo sottovalutatissimo film di David Fincher è il primo, vero capolavoro di inizio millennio. Lo specchio più fedele del mondo in cui viviamo, dominato dall'apparenza e dalla superficialità. Una pellicola di una tristezza infinita, sul disperato bisogno di accettazione nell'era del web 2.0. Splendidamente classico, drammaticamente imperdibile.




2. NOI CREDEVAMO (M. Martone)

Una distribuzione miope e dissennata non ha reso giustizia a questo (ennesimo) gran film di Mario Martone: un maestoso pamphlet sulla storia del Risorgimento, che si rivela anche un affresco imponente, beffardo, tragico e calzante sul nostro assurdo presente. Speriamo che prima o poi il tempo gli renda giustizia.

3. CORPO CELESTE (A. Rohrwacher)

Una folgorante opera prima di una regista giovanissima, eppure classicamente matura: Corpo Celeste sembra quasi un film di Ermanno Olmi per rigore e moralità. Si parla di spiritualità, religione e adolescenza, con garbo e poesia. Quasi un piccolo miracolo.






4. HABEMUS PAPAM (N. Moretti)

Il ritorno di Nanni Moretti è quello dei tempi migliori: con freschezza, ironia e molto mestiere il regista romano offre al suo pubblico una grandissima riflessione sull'umiltà e la consapevolezza dei propri limiti, costringendo lo spettatore a farsi un proprio esame di coscienza, in una società dove si guarda sempre e solo alla propria ambizione. Bello e necessario.

5SORELLE MAI (M. Bellocchio)

Un film di Bellocchio non è mai un film 'minore', anche se girato nei ritagli di tempo, in assoluta libertà, con il cast formato da famigliari e parenti e una sceneggiatura scritta work-in-progress, quasi per gioco.
Il risultato è un piccolo grande film, un gioiellino di rara freschezza e poesia.
Assolutamente da vedere.




6. NON LASCIARMI (M. Romanek)

Tratto da un romanzo di Kazuo Ishiguro, un film bello e toccante, di grande impatto emotivo e recitato splendidamente da un trio di giovani e affermati attori.  Cupo, glaciale, apparentemente senza speranza, Non lasciarmi è un film dolce e delicato, che fa riflettere sulla bellezza e la vacuità della vita, e sull'obbligo di godersela fino alla fine.

7. MR. BEAVER (J. Foster)

La vera sorpresa dell'anno: un film grottesco, disturbante e disturbato, divertente e agghiacciante insieme, coraggiosissimo nell'affrontare temi pesanti e difficilmente 'filmabili' come la depressione e il male di vivere. La Foster dirige con maestria un attore controverso e discusso come Mel Gibson, qui davvero straordinario.

... E I FLOP !


1. IL CIGNO NERO (D. Aronofsky)

La delusione più cocente: non basta l'immensa interpretazione della sempre splendida Natalie Portman per salvare un film mediocre e sbagliato, di una banalità sconcertante e pieno di effettacci 'gore' che scadono nel ridicolo involontario. Vorrebbe essere inquietante e disturbante, invece riesce solo ad aumentare il rimpianto: che ne avrebbe fatto il grande Hitchcock di un soggetto così?

2. LA FINE E' IL MIO INIZIO (J. Baier)

Una specie di bignami del Terzani-pensiero, dove non si capisce assolutamente nulla sullo spessore del protagonista e dove i richiami new-age appesantiscono a dismisura un film di un'ora e mezza, che risulta lo stesso di una noia mortale. Pretenzioso e inutile.





3. SILVIO FOREVER (R. Faenza - F. Macelloni)

Non si capisce davvero il senso di questa accozzaglia di immagini trite e ritrite di Sua Emittenza, che indagano (per finta) sul suo presunto 'lato umano' e che lasciano accuratamente fuori tutti gli scandali che hanno colpito il Cavaliere in questi anni. Operazione vuota e inutile, che piacerà solo a chi vuole vedere e sentire quello che già sa. Continuiamo così, facciamoci del male.




4. AMICI MIEI, COME TUTTO EBBE INIZIO (N. Parenti)

Il flop dei flop. Costato 15 milioni di euro e accompagnato da un battage pubblicitario colossale, alla fine ne ha portati a casa meno di 4. Ad essere onesti non sarebbe neanche orrendo, ma un remake così piatto e timoroso di confrontarsi con l'originale non serviva proprio a niente. E gli spettatori lo hanno capito.




5. BURLESQUE (S. Antin)

Musical noiosissimo, patinato e superficiale. Una pietosa scusa per assecondare il presunto lato artistico di una presunta cantante (la Aguilera), che non si risparmia nel mettersi a nudo (nel senso letterale del termine). Ma aldilà di ballerine sculettanti e dive siliconate (Cher), non c'è davvero altro. Vorrebbe ispirarsi a Cabaret, ma è blasfemo solo pensarlo.




6. THE TOURIST (F. Donnesmarck)


Donnesmarck passa alla cassa e ringrazia. Come sputtanarsi al secondo film sulla strada di Hollywood. Dopo il capolavoro (premiato con l'Oscar) de Le vite degli altri, fa davvero tanta rabbia vedere un regista giovane e talentuoso svendersi così, realizzando un prodotto talmente kitsch da far accapponare la pelle.


7. WALL STREET - IL DENARO NON DORME MAI (O. Stone)

Il denaro non dorme mai, ma fa campare. Ne sa qualcosa Oliver Stone, un tempo regista militante e incazzato, oggi caricatura di se stesso. Già il primo Wall Street non era un capolavoro, ma almeno si fece apprezzare per aver colto bene il momento e la fine di un'epoca, quella della grande speculazione degli anni '80. Questo pallido sequel arriva fuori tempo massimo su tutto, con il povero Michael Douglas, vecchio e malato, semplicemente inguardabile.

domenica 7 agosto 2011

TIRANDO LE SOMME: LE CIFRE DI UN'ANNATA


Un anno di cinema sotto il segno del tricolore: questo sembra dirci la classifica degli incassi della stagione appena conclusasi, e puntualmente pubblicata dal mensile Ciak. Se si guardano le cifre, assolutamente incontestabili, davvero non sembrano esserci dubbi: tre film italiani ai primi tre posti in classifica, e addirittura sette nella top-ten, peraltro con incassi da capogiro: e se gli exploit di Checco Zalone, Aldo Giovanni e Giacomo e la premiata ditta Neri Parenti-Christian De Sica erano in qualche modo attesi, autentiche sorprese si sono rivelate Qualunquemente  e, soprattutto, Benvenuti al Sud di Luca Miniero, remake intelligente e furbetto di una pellicola francese di scarso successo, capace di piazzarsi addirittura al secondo posto assoluto.

Stagione da incorniciare dunque per il made in Italy? Beh, dal punto di vista degli incassi sicuramente. Ed è già tanto, considerando le ultime, asfittiche, annate. Una boccata d'ossigeno per tutto il sistema, mai così 'benedetta' dagli addetti ai lavori.

Il discorso però cambia (parecchio) se parliamo del rapporto qualità-incassi. E qui vengono le dolenti note... niente di nuovo sotto il sole, certo, ma è piuttosto triste dare per scontato quanto già si sa: che, cioè, i grandi numeri sono fatti solo da certe commedie il cui livello artistico di sicuro non è eccelso. E, cosa ancora peggiore, che queste commedie premiano tutte personaggi di stampo prettamente televisivo: sembra, insomma, che oggi per avere successo ai botteghini nostrani bisogna prima imperversare in tv e poi trasferirne il linguaggio (non certo 'oxfordiano') sul grande schermo. Non è una prospettiva incoraggiante.

Inoltre, ricollegandoci a questo, dalle cifre dell'annata appena trascorsa emerge anche un altro dato piuttosto preoccupante: un calo clamoroso delle pellicole d'essai, o comunque geneticamente diverse dai blockbuster hollywoodiani. Basti pensare che il primo film oggettivamente 'di qualita' presente in classifica è Inception di Christopher Nolan, che si piazza appena al 15. posto. E addirittura nei primi venti troviamo soltanto un altro titolo: l'oscarizzato Il discorso del re, diciannovesimo. Seguono poi Hereafter (22.), Il cigno nero (31.), Habemus papam (32.), La solitudine dei numeri primi (50.). Altre pellicole belle e importanti come The Social Network, La versione di Barney, Il Grinta, Somewhere e perfino l'ultimo cult-movie malickiano, The Tree of Life, sono abbondantenente oltre il cinquantesimo posto.

Le cause? Almeno due quelle evidenti, e che vanno di pari passo: la prima è che ormai il livello culturale dello spettatore cinematografico medio si sta paurosamente abbassando sempre di più. Il 'popolo' vuole solo commedie e cartoni, si rifiuta di 'impegnarsi', e quando va al cinema vuole solo divertirsi e disconnettere il cervello. La seconda è che, oggettivamente, le sale d'essai vanno ormai scomparendo dai centri storici delle città a vantaggio delle multisale, la cui programmazione certamente non va in questa direzione. Il pubblico dei multiplex è costituito principalmente da giovani e giovanissimi, con internet e i videogiochi nel cuore e nella testa,  in cerca di kolossal spettacolari e farciti di effetti speciali. A farne le spese sono quindi i 'cinefili' doc, a cui viene a mancare proprio la 'materia prima', e che spesso, per indole, cultura e vocazione, rifuggono la 'mercificazione del prodotto' che si celebra nelle grandi strutture. Discorso diverso per gli anziani, la cui principale difficoltà spesso è di natura prettamente 'logistica': le multisale sorgono quasi sempre nelle periferie, e sono difficilmente raggiungibili per chi non può più permettersi di andare in macchina.

Appuntamento tra 365 giorni, nella speranza di un'analisi diversa.
Anche se, onestamente, non sono molto ottimista.

Premete QUI per vedere la classifica del box-office 2010/2011. 
(Attenzione: dati aggiornati in tempo reale e quindi in continua variazione)

domenica 31 luglio 2011

CORPO CELESTE (ITALIA, 2011) di Alice Rohrwacher

Se non sapessimo che questo film è un'opera prima e che è diretto da una 'sorella d'arte' nemmeno trentenne, saremmo pronti a giurare che Corpo Celeste è stato girato da un Ermanno Olmi in stato di grazia. E invece il 'grande vecchio' del cinema italiano si appresta a sbarcare al Lido con un nuovo lavoro (vedi sotto), e questa pellicola è davvero un folgorante debutto di una nuova regista: tale Alice Rohrwacher che, potete scommetterci, da adesso non sarà più etichettata soltanto come 'la sorella di Alba' ma brillerà giustamente di luce propria.

Sì, perchè Corpo Celeste è senza dubbio la più bella opera prima italiana che ci sia capitato di vedere negli ultimi anni, e l'accostamento alla cinematografia di Olmi è ovviamente un complimento: il film infatti sorprende per la maturità, il rigore e la delicatezza con le quali viene raccontata una storia che parla di emigrazione e integrazione, di religione e laicità, di un 'profondo sud' terribilmente disastrato e ancorato al passato, con toni nient'affatto da cartolina.

In Corpo Celeste si parla di Marta (una straordinaria Yle Vianello), ragazzina tredicenne che dopo aver vissuto per dieci anni in Svizzera torna con la madre e la sorella maggiore nella natìa Calabria per ricevere la Cresima. Il film descrive con l'inquietudine e lo spaesamento tipici della pubertà l'autentico choc che la piccola è costretta a subire a causa del trasferimento in una terra così lontana e, ahimè, così retrograda rispetto a quella dove è cresciuta. Attraverso lo sguardo disincantato (e spietato) della pre-adolescenza, le immagini ci mostrano l'allucinante realtà ignorante e 'trash' di una terra (e della sua gente) ancora ancorata a rituali antichi e obsoleti, dove la figura del 'prete' è sempre ritenuta centrale e determinante per tutta la comunità: e poco importa se il parroco locale (Salvatore Cantalupo, anche lui bravissimo) è in realtà un essere meschino, che ambisce solo al trasferimento in un altra città e si occupa soprattutto di far vincere le elezioni al candidato locale, gestendo il voto di scambio.

Va subito detto che la Chiesa e le istituzioni ecclesiastiche qui non fanno proprio una bella figura. Ma sarebbe davvero sbagliato e superficiale etichettare Corpo Celeste come un film 'anticlericale'. Perchè non lo è: ad essere messo sotto accusa nella è soprattutto il 'sistema Sud', un insieme di tradizioni, usi, costumi, modi di essere e ragionare che, inevitabilmente, girano tutti attorno alla parrocchia e al mondo cattolico: solo che si tratta di un mondo terribilmente antico, totalmente scollegato dalla realtà e assolutamente incapace di recepire lo scollamento tra i fedeli e la religione. Nelle stanze dove si insegna il catechismo, o meglio, dove si dovrebbe insegnarlo, vige solo il festival del cattivo gusto: la dottrina di Cristo impartita come un quiz televisivo, canzoncine religiose 'moderne' fatte imparare a suon di karaoke, e soprattutto la dis-umanità di una comunità dove l'oratorio è l'unico luogo per socializzare e farsi nuovi amici.

Ma quando la piccola Marta, per cause che non vi stiamo a dire, viene trascinata dal parroco in un paese abbandonato per 'rubare' un crocifisso, l'incontro con il suo unico abitante, un prete matto e 'resistente', le farà finalmente aprire gli occhi e restituire dignità e speranza a quel Sacramento che si appresta a ricevere.

VOTO: * * * *

domenica 24 luglio 2011

TANTI AUGURI, MESSER ERMANNO !

La prima volta che vidi L'albero degli zoccoli avrò fatto la prima o la seconda media. Fu un trauma: far vedere a un ragazzino toscano di 13-14 anni un film di tre ore parlato in bergamasco stretto, sottotitolato, perdipiù di mattina presto, non contribuisce a promuovere l'arte cinematografica... fortuna che già mi ero già fatto gli anticorpi! E infatti quando dopo svariati lustri ho rivisto quel film sul grande schermo, non ho potuto far altro che constatare e ammirare l'incredibile potenza di quelle immagini: una potenza che nasce da un cinema umile, semplice, diretto, popolare ma certo non per questo meno nobile, come ci insegna il suo regista.

A causa di questo 'trauma infantile', mi sono avvicinato molto tardi al cinema di Ermanno Olmi. Esattamente dieci anni fa, quando mi convinsi ad andare a vedere Il mestiere delle armi. E anche quello fu un trauma, ma stavolta ben più salutare: di solito ci metto un po' per rendermi conto della grandezza di un film, ci devo riflettere, magari necessito perfino di una seconda visione. Invece quella volta fui colpito al cuore e al cervello da quel capolavoro assoluto, un film che andrebbe fatto vedere a tutti gli abitanti del mondo, obbligatorio come le vaccinazioni. Un film che parla di un episodio piccolo, oscuro, ma che cambiò irreversibilmente il destino dell'umanità: quando Joanni de' Medici fu colpito alla gamba dalla prima arma da fuoco della storia, morendo dopo giorni di indicibili sofferenze, il mondo capì che le guerre non avevano più nulla di eroico, e che il valore della vita era tragicamente diminuito. Era quello l'inizio dell'età moderna.
Il mestiere delle armi (2000)

Ecco, nel dvd de Il mestiere delle armi c'è un'intervista a Ermanno Olmi. Dura all'incirca dieci minuti, forse meno. Ed è senza alcun dubbio la più bella lezione di storia che abbia mai ascoltato:


"Le guerre non nascono, come si potrebbe pensare, dal solo interesse economico. Non è sufficiente. Quello che scatena le guerre è la presunzione da parte di alcuni essere umani di essere migliori di altri. Di voler insegnare agli altri come si sta al mondo".


Quanta saggezza e quanta infinita sofferenza in queste parole! E soprattutto quanta umanità! Non avrei mai immaginato che io, da sempre sinistrorso e molto diffidente nei confronti delle religioni e della fede, avessi potuto eleggere quasi come mia 'guida morale' un uomo così profondamente cattolico e  devoto.

L'albero degli zoccoli (1978)
Eppure, chi meglio di Olmi in tutti questi anni  ha predicato l'importanza di vivere nel rispetto degli altri, nell'umiltà, nella consapevolezza che la salvezza del mondo dipende dalla bontà delle azioni quotidiane, nei piccoli gesti che regalano sorrisi: non è forse questa una grande lezione di vita?
Con La leggenda del santo bevitore ci ha convinto a non perdere mai la speranza, aiutandoci a voler bene alla vita.  In Cantando dietro i paraventi ci ha spiegato l'importanza del perdono, come un gesto di riconoscenza e non di debolezza (è molto più facile odiare che perdonare). Ne Il posto ci ha parlato della dignità del lavoro e del valore dell'amicizia, in Lunga vita alla Signora ha rivendicato per ciascuno di noi il diritto all'infanzia e a una giovinezza serena.

E, infine, con Centochiodi ha firmato quello che doveva essere il suo testamento spirituale e artistico, specchio di un uomo puro, integro, coerente con se stesso e deluso (e disilluso) dal mondo. Quel Messia moderno che getta nel fiume i simboli dell'agiatezza e dell'insensibilità dell'uomo moderno è il ritratto fedele dell'aridità della società contemporanea, totalmente basata sull'apparenza e sul denaro.  E anche (anzi, soprattutto!) una ferma presa di posizione verso il Cristianesimo di oggi, retto da una Chiesa ormai totalmente scollegata e distante dai fedeli, ripiegata su rituali antichi e tagliata fuori dalla Storia ("Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico...").
Centochiodi (2007)

Un giudizio duro, senza appello, ancora più netto proprio per il fatto che viene pronunciato da una persona  nata, cresciuta e invecchiata con ideali cattolici e liberali. Ma, proprio per questo, ammirevole per onestà intellettuale e grande statura morale. Dopo Centochiodi Olmi affermò convinto che non avrebbe girato più film di finzione, ma solo documentari. Ma a noi piace immaginarlo lassù, nel suo 'buen ritiro' di Asiago (dove vive da molti anni) ad osservare arrabbiato e triste la società che abbiamo costruito. E decidere che è decisamente troppo presto per andare in pensione ("Siamo un paese che ha perduto l'anima, che ha barattato i sogni col benessere. Abbiamo perduto il senso della realtà perchè non la frequentiamo più.").

Ermanno Olmi, che oggi compie 80 anni, sarà a Venezia con un nuovo film: Il villaggio di cartone. Parlerà di immigrazione e tolleranza, di speranza e amicizia, di una nuova redenzione.
Tanti auguri, messer Ermanno.

sabato 16 luglio 2011

SE VOLETE ASSISTERE DA ACCREDITATI ALLA MOSTRA DI VENEZIA... LEGGETE QUI !


Cari amici,
Perdonatemi se per una volta uso questo blog esclusivamente come 'strumento di servizio', ma credo proprio che ne valga la pena... mi rivolgo ovviamente a tutti i miei lettori cinefili!

Se c'è infatti qualcuno tra voi cui interessa vivere almeno una volta nella vita un'esperienza 'unica', volevo mettervi al corrente che HO A DISPOSIZIONE 2 ACCREDITI 'CINEMA' PER ASSISTERE ALLA PROSSIMA MOSTRA DI VENEZIA (31 agosto - 10 settembre). 

Gli accrediti permettono di assistere a TUTTI i film in programma per TUTTA la durata della manifestazione. Il prezzo è di 60 euro cadauno, che può essere pagato anticipatamente tramite carta di credito oppure in contanti al Lido al momento del ritiro. Tengo a precisare che questo è il prezzo fisso stabilito dalla direzione del Festival (ergo, io non ci guadagno assolutamente nulla... li metto solo a disposizione e, in ogni caso, il versamento lo farete direttamente all'ente-Biennale di Venezia).

Si tratta di un'ottima occasione, primo perchè i prezzi per il pubblico pagante sono decisamente più alti (l'anno scorso partivano da 16 euro per la singola proiezione della sera al PalaBiennale, fino ai 40 euro in Sala Grande, sempre per un solo film), secondo perchè molte proiezioni sono riservate ai soli accreditati.

Torno a ribadire che non lo faccio assolutamente per tornaconto personale... solo che quest'anno la Segreteria della Biennale è stata particolarmente 'munifica' in fatto di accrediti, e in pratica me ne sono 'avanzati' due: e considerato quanto questi accrediti sono 'desiderati' dagli appassionati mi sembrava un vero peccato 'gettarli' nel cestino.

PERCIO' SE QUALCUNO DI VOI FOSSE DAVVERO INTERESSATO, O CONOSCESSE QUALCHE ALTRO SUO AMICO REALMENTE 'APPASSIONATO' DI CINEMA E DESIDEROSO DI PARTECIPARE, VI INVITO A CONTATTARMI NEL PIU' BREVE TEMPO POSSIBILE (LA RICHIESTA VA FATTA ENTRO IL 21 LUGLIO)  al mio indirizzo mail:


PROVVEDERO' IO POI A FORNIRVI (SEMPRE VIA MAIL) IL CODICE DI ACCESSO E IL LINK PER LA REGISTRAZIONE.
OVVIAMENTE RISPETTERO' L'ORDINE TEMPORALE DI CHI MI SCRIVE. ERGO, I PRIMI A 'PRENOTARSI' SARANNO COLORO CHE BENEFICERANNO DEGLI ACCREDITI.


E ora... tocca a voi!