Puntualmente, con precisione svizzera, le nominations ai Golden Globes aprono ufficialmente la corsa ai premi cinematografici 2011. Giunti alla 69. edizione, i premi assegnati dalla Hollywood Foreign Press Association (vale a dire i giornalisti della stampa estera che lavorano a Hollywood) costituiscono ancora una volta un ottimo 'antipasto' in attesa degli Oscar. Pur con i loro doverosi distinguo, infatti, da sempre le scelte dei Golden Globes anticipano quelle dell'Academy, e vedrete che molte delle pellicole candidate le ritroveremo anche a contendersi le statuette più importanti sul palco del Kodak Theatre.
Certo, come detto le differenze ci sono: innanzitutto i Globes dividono i film in due categorie (commedia e dramma), a differenza dell'Oscar che è 'unico'. E, soprattutto, i premi della stampa estera sono spesso e volentieri molto più 'elitari' e 'ragionati' del loro contraltare hollywoodiano: liberi (almeno apparentemente) da logiche di mercato e lobbies di categoria, i Golden Globes si distinguono per scelte meno commerciali e sicuramente più coraggiose... fu così che l'anno scorso trionfò, ad esempio, lo splendido The Social Network, che poi fu invece ignorato o quasi in sede di Oscar. Analogo trattamento fu riservato in passato, a puro titolo esemplificativo, a pellicole come Espiazione, I segreti di Brockeback Mountain, Lost in Translation...
Per questo non dobbiamo stupirci se quest'anno la pellicola più nominata è l'ormai notissimo The Artist, il film francese di Michel Hazanavicius muto e in bianco e nero, attualmente nelle sale, zeppo di omaggi e rimandi al 'cinema che fu', tenero e intelligente omaggio alla Settima Arte (ne parleremo prestissimo in maniera più approfondita). L'altro grande protagonista delle nominations è senza ombra di dubbio George Clooney, in gara addirittura con due candidature in due categorie diverse! Nello specifico, come attore in The Descendants e come regista per Le Idi di Marzo. Le due pellicole, inoltre, sono ovviamente candidate anche nella categoria per il miglior film.
A contendergli lo scettro saranno però avversari così agguerriti da fargli tremare i polsi, a cominciare dal suo 'compagno' (ne Le Idi di Marzo) Ryan Gosling (in gara anche con la commedia Crazy, stupid, love), il Brad Pitt protagonista di Moneyball, e naturalmente il Leonardo Di Caprio interprete di J.Edgar, con cui ritenterà ancora una volta la scalata all'Oscar. E poi on abbiamo certo tralasciato Jean Dujardin, 'mattatore' in The Artist e in gara (presumibilmente senza rivali) tra gli attori 'brillanti'
Bella battaglia anche tra le donne, dove nella sezione drammatica l' 'eterna' Meryl Streep dovrà vedersela con un'altra veterana, Glenn Close, e la splendida Tilda Swinton. Tra le commedie, invece, graditissimo il ritorno della grande Jodie Foster, che contenderà il premio alla sua 'dirimpettaia' (in Carnage) Kate Winslet. Ma tre le due litiganti potrebbe anche godere... la guastafeste Michelle Williams, molto convincente in My week with Marilyn.
Nessuna soddisfazione invece per l'Italia (ma ormai ci siamo abituati). Nella cinquina dei film stranieri c'è spazio per Pedro Almodovar (La pelle che abito), i Dardenne (Il ragazzo con la bicicletta) e per il bel lungometraggio iraniano La separazione, che potrebbe essere la vera sorpresa.
In ogni caso, appuntamento al 15 gennaio, giorno della premiazione. Ne riparleremo.
QUI TUTTE LE CANDIDATURE
giovedì 15 dicembre 2011
MONSTERS (GB/MESSICO, 2010) di Gareth Edwards
La schizofrenica distribuzione cinematografica di casa nostra è ormai uno dei misteri più impenetrabili al mondo, e non risparmia nessuno. Non si capisce infatti come un'interessante opera prima come questo Monsters, presentato un anno e mezzo fa (!) al Festival di Locarno e con buon riscontro di critica e pubblico, approdi soltanto adesso nelle nostre sale e, per giunta, nel pieno della 'battaglia' natalizia: come dire, gettato in pasto ai leoni...
Il giovanissimo regista Gareth Edwards ha definito Monsters addirittura come "l'inizio di un nuovo genere: la fantascienza romantica"... Noi, molto più sommessamente, vi diciamo che in realtà il film ha ben poco di originale, se si eccettua un finale azzeccato e decisamente sorprendente, ma va comunque dato atto a Edwards di aver portato sullo schermo una pellicola solida, di genere, girata con pochi mezzi ma con grande professionalità. E, bisogna dirlo, decisamente coinvolgente.
Il giovanissimo regista Gareth Edwards ha definito Monsters addirittura come "l'inizio di un nuovo genere: la fantascienza romantica"... Noi, molto più sommessamente, vi diciamo che in realtà il film ha ben poco di originale, se si eccettua un finale azzeccato e decisamente sorprendente, ma va comunque dato atto a Edwards di aver portato sullo schermo una pellicola solida, di genere, girata con pochi mezzi ma con grande professionalità. E, bisogna dirlo, decisamente coinvolgente.
La trama: Una navicella della Nasa contenente campioni organici provenienti dallo spazio si schianta nel deserto messicano. I campioni, a contatto con l'atmosfera terrestre, favoriscono la nascita di terrificanti creature aliene che finiscono con l'"infestare" la parte settentrionale del paese, fino al confine con gli Stati Uniti. La zona viene così messa in rigida quarantena dagli eserciti dei due paesi, creando non pochi problemi a chi deve attraversare il confine (ogni riferimento all'attuale situazione politica è, diciamo, non del tutto casuale...). In questo contesto, un uomo d'affari americano incarica un giornalista senza scrupoli di "riportare" a casa la figlia rimasta bloccata in Messico. Durante una notte brava al "nostro" vengono rubati i passaporti, costringendo così la neo-coppia ad attraversare la zona infetta. Inutile dire che il viaggio non sarà agevole...
Monsters è un fanta-horror, come detto, abbastanza convenzionale, e dove la scarsità del budget a disposizione fa sì che gli effetti speciali siano ridotti al minimo, privilegiando il lato "psicologico" della vicenda (e questo certamente non è un difetto). Il terrore viene infatti "percepito" piuttosto che mostrato, non disdegnando inoltre interessanti riflessioni sul rapporto tra noi e gli altri, cercando di convincere lo spettatore che la paura del "diverso" non sempre è giustificata, anzi. Senza parlare troppo del finale (sarebbe un delitto!) vi posso dire che i "mostri" in realtà non sono poi così ostili con gli esseri umani, e che sono quindi i nostri pregiudizi nei confronti di chiunque che meritano di essere messi in "quarantena".
Non male, tutto sommato, per un'opera prima...
VOTO: ***
VOTO: ***
venerdì 9 dicembre 2011
MIDNIGHT IN PARIS (USA, 2011) di Woody Allen
Un tuffo nel passato per sfuggire un presente difficile e che non ci soddisfa. Normale, quando si ha una certa età e inevitabilmente ci troviamo a guardarci indietro, a ripercorrere ciò che si è seminato. Meno normale che il nostro vecchio caro Woody Allen, a 76 anni suonati e dopo 44 film diretti, ci 'sorprenda' avvertendoci che non esiste affatto un 'età dell'oro', ma che ognuno deve fari i conti con la propria vita e impegnarsi per renderla più bella possibile: ogni epoca può essere quella 'giusta', sta a noi imparare a stare al mondo...
Midnight in Paris gira tutto intorno a questo assunto, e va detto che rispetto alle ultime scialbe regie del cineasta newyorchese, questo film è se non altro una boccata d'aria fresca per lo spettatore, che si diverte, sorride e si lascia anche tirar fuori quel pizzico di romanticismo latente che abita dentro di lui. Certo, siamo lontani anni luce dai veri capolavori alleniani, ormai presumibilmente irripetibili, però bisogna ammettere che quest'ultimo film si basa su un'idea molto carina (per quanto non originalissima), e che come al solito i dialoghi brillanti e le ottime caratterizzazioni dei personaggi 'fantastici' finiscono per farcelo piacere.
Allen continua il suo 'tour' attraverso le grandi città europee (la prossima volta toccherà a Roma), girando un qualcosa che sta a metà tra una bella cartolina turistica e un sincero omaggio alla capitale francese. Era scontato e quasi inevitabile ambientare a Parigi, la città più romantica del mondo per eccellenza, una bella storia nostalgica e sentimentale (ma, come detto, con un messaggio sorprendentemente attuale). Certo, la pellicola non è esente da pecche (la coppia Wilson-McAdams è stereotipata e molto convenzionale, molto più bravi gli attori che interpretano i grandi artisti del passato, Adrien Brody su tutti), e il finale risulta decisamente scontato e consolatorio, ma tutto sommato Midnight in Paris è perfetto per questo periodo: un buon film natalizio, che si dimentica in fretta.
VOTO: ***
lunedì 5 dicembre 2011
GUIDA RAGIONATA AL NATALE (PER CINEFILI IN ASTINENZA...)
| 'Le Idi di Marzo' di George Clooney |
E così, tra una vanzinata e una pieraccionata, una miriade di cartoni animati e qualche insulso blockbuster hollywoodiano, diventa difficile trovare qualche titolo decente e meritevole per 'sbarcare le feste', e soprattutto diventa difficile trovare delle sale che si occupino della programmazione alternativa: questo perchè le sale d'essai ormai si stanno estinguendo, mentre i multiplex, per evidenti ragioni, non possono esimersi dalla programmazione iper-commerciale che è la loro ragione di esistere.
| 'Midnight in Paris' di Woody Allen |
Una vera 'chicca' cinefila arriva invece dalla Francia: dal 9 dicembre sarà nelle sale The Artist, il film di Michel Hazanavicius che è già diventato un piccolo 'cult': premiato e salutato da applausi scroscianti all'ultimo Festival di Cannes, è una pellicola muta (!) che si rifà espressamente ai melò stile anni '20, in un bianco e nero avvolgente e con una coppia d'attori che strappa l'applauso: gli straordinari Jean Dujardin e Berenice Bejo (per loro si parla già di Oscar in vista...). Sarà difficile trovarlo, ma di sicuro merita: è quantomeno l'unica pellicola davvero 'diversa' a cui potremo assistere in questi giorni. E complimenti al distributore (la BIM) per aver avuto il coraggio di farlo uscire a Natale. Vedremo se saranno ripagati.
![]() |
| 'The Artist' di Michel Hazanavicius |
| 'Capodanno a New York' di Garry Marshall |
Altro che i botti di Capodanno !!
domenica 4 dicembre 2011
EUROPEAN FILM AWARDS: VINCE MELANCHOLIA
C'è del genio in Danimarca: la notte degli European Film Awards (EFA), vale a dire gli Oscar europei, incorona due registi del piccolo ma vitalissimo paese scandinavo. Certo il prestigio di questi premi non è proprio lo stesso di quelli hollywoodiani (anche perchè va detto che gli organizzatori, forse in nome di uno 'snobismo' di fondo tipicamente europeo, non è che si danno molto da fare per la loro promozione), ma indubbiamente per i danesi è motivo di grande e legittimo orgoglio. Soprattutto per una nazione che, a livello di risorse finanziare e artistiche a disposizione, non può certo paragonarsi con le 'potenze' cinefile del vecchio continente (Italia, Francia, Spagna e Germania su tutte).
A Berlino vince dunque Melancholia di Lars Von Trier, che si aggiudica le statuette per il miglior film, la miglior fotografia e le migliori scene. Premio indubbiamente meritato per una pellicola potente, visionaria, disperata, ma anche rigorosa e struggente, finalmente senza gli eccessi stilistici di molte opere dello stesso regista. Von Trier si conferma anche grandissimo direttore di attrici, in questo caso le bravissime Kirsten Dunst e Charlotte Gainsbourg.
| 'Melancholia', miglior film europeo |
| Susanne Bier, miglior regista |
Italia a bocca asciutta, dunque. E d'altronde non avevamo molte speranze. Moretti era il nostro unico nome in gara, ma si sapeva che non avrebbe incantato i cuori dei giurati: a testimonianza dell'enorme difficoltà dei prodotti di casa nostra ad essere 'venduti' all'estero... Habemus Papam era un degno candidato, ma certo non poteva nulla di fronte ai titoli che abbiamo elencato fin qui, ben più 'strombazzati' dai media. In nome di un provincialismo di fondo tipicamente italiano.
Riconoscimenti anche ai fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne per la sceneggiatura de Il ragazzo con la bicicletta e al compositore Ludovic Bource per le musiche di The Artist, autentica sorpresa della stagione. Ma di questo piccolo film francese, girato in b/n e addirittura muto (!) ne riparleremo prestissimo...
sabato 3 dicembre 2011
FINALMENTE IN COMMERCIO LA VERSIONE INTEGRALE DI 'NOI CREDEVAMO' !
Una bella notizia per tutti gli appassionati di cinema: finalmente, anche se con colpevole ritardo, esce in commercio la versione integrale in dvd di Noi credevamo, il capolavoro di Mario Martone sul Risorgimento italiano. E così, a distanza di oltre un anno dalla 'prima' ufficiale alla Mostra di Venezia 2010, è stata resa giustizia a una pellicola che era stata 'violentata' almeno due volte: la prima al momento del suo debutto in sala, sforbiciata di quasi mezz'ora per mere esigenze commerciali e poi boicottata in sede di distribuzione dalla stessa casa produttrice (nella fattispecie la Rai, vale a dire il 'servizio pubblico'). La seconda quando venne fatta uscire per l'home-video la stessa versione tagliata e perdipiù senza uno straccio di extra.
Adesso, invece, dal 14 dicembre prossimo la 01 Distribution metterà in commercio uno splendido cofanetto in due dischi, che già si propone come un'imperdibile strenna natalizia: oltre alla versione integrale del film, infatti, coloro che lo acquisteranno potranno godersi anche l'intera colonna sonora del film, alcune scene tagliate e tutte le interviste ai protagonisti. Il tutto ovviamente sia in dvd che in blue-ray.
Buona visione!
Adesso, invece, dal 14 dicembre prossimo la 01 Distribution metterà in commercio uno splendido cofanetto in due dischi, che già si propone come un'imperdibile strenna natalizia: oltre alla versione integrale del film, infatti, coloro che lo acquisteranno potranno godersi anche l'intera colonna sonora del film, alcune scene tagliate e tutte le interviste ai protagonisti. Il tutto ovviamente sia in dvd che in blue-ray.
Buona visione!
domenica 27 novembre 2011
MIRACOLO A LE HAVRE (Finlandia, 2011) di Aki Kaurismaki
Per una volta, forse involontariamente, i titolisti italiani hanno fatto centro: l'ultimo film di Aki Kaurismaki si chiama in tutto il mondo semplicemente Le Havre. Da noi invece è stata aggiunta la parola 'miracolo', e mai come in questo caso non poteva essere più appropriata... a dire la verità il paragone con De Sica c'entra poco: qui il vero miracolo è il film stesso, un gioiellino di inestimabile bellezza, tenerissimo, disarmante nella sua semplicità e nella capacità di arrivare immediatamente al cuore di noi spettatori, nel più classico stile del regista scandinavo.
Kaurismaki stavolta va in trasferta: abbandona la sua amata Finlandia per trasferirsi momentaneamente a Le Havre, cittadina francese nota al mondo solo per il suo porto e per il fatto di essere il principale snodo marittimo verso le coste britanniche. Qui vive placidamente Marcel Marx (interpretato da un superlativo Andrè Wilms): ex scrittore, ex bohemièn, ex alcolista, ora ridottosi a praticare con garbo e dignità il mestiere di lustrascarpe. La sua esistenza, da tempo immutabile, viene improvvisamente sconvolta da due eventi imprevedibili: la grave malattia della moglie (apparentemente incurabile) e l'incontro con un piccolo clandestino, Idrissa, che Marcel prenderà con sè e cercherà in tutti i modi, anche sfidando le assurde leggi anti-immigrazione, di aiutarlo a raggiungere Londra per ricongiungersi con la mamma.
Miracolo a Le Havre è una storia senza tempo, fuori dal mondo, universale, che come dice lo stesso Kaurismaki 'potrebbe svolgersi ovunque': solo lo stile del grande regista è inconfondibile, fatto al solito di comicità surreale, personaggi silenziosi e stralunati, fotografia amabilmente 'd'epoca', infiniti rimandi cinefili e, soprattutto, del consueto registro leggero e sensibile, capace di far commuovere semplicemente con poche inquadrature, in dettagli apparentemente insignificanti (ad esempio l'albero in fiore, simboleggiare il ritorno alla vita...)
E' una bellissima favola questo film, capace di passare in pochi momenti dalla commedia al dramma, dal divertimento alla rabbia, alla preoccupazione. Il tono è lieve, ma si toccano temi importanti come l'immigrazione, l'umanità, la solidarietà, la malattia, il viaggio... E l'inevitabile lieto fine non può certo farci dimenticare il mondo in cui viviamo, con le sue assurde logiche e le leggi ingiuste.
Miracolo a Le Havre esce nelle sale questo weekend, ma noi ci auguriamo che possa rimanerci a lungo. Magari per tutte le feste. E sarebbe bello se quegli spettatori che vanno al cinema una volta l'anno scegliessero questo come loro 'film di Natale'. Sarebbe, anzi, assolutamente perfetto.
VOTO: *****
Kaurismaki stavolta va in trasferta: abbandona la sua amata Finlandia per trasferirsi momentaneamente a Le Havre, cittadina francese nota al mondo solo per il suo porto e per il fatto di essere il principale snodo marittimo verso le coste britanniche. Qui vive placidamente Marcel Marx (interpretato da un superlativo Andrè Wilms): ex scrittore, ex bohemièn, ex alcolista, ora ridottosi a praticare con garbo e dignità il mestiere di lustrascarpe. La sua esistenza, da tempo immutabile, viene improvvisamente sconvolta da due eventi imprevedibili: la grave malattia della moglie (apparentemente incurabile) e l'incontro con un piccolo clandestino, Idrissa, che Marcel prenderà con sè e cercherà in tutti i modi, anche sfidando le assurde leggi anti-immigrazione, di aiutarlo a raggiungere Londra per ricongiungersi con la mamma.
Miracolo a Le Havre è una storia senza tempo, fuori dal mondo, universale, che come dice lo stesso Kaurismaki 'potrebbe svolgersi ovunque': solo lo stile del grande regista è inconfondibile, fatto al solito di comicità surreale, personaggi silenziosi e stralunati, fotografia amabilmente 'd'epoca', infiniti rimandi cinefili e, soprattutto, del consueto registro leggero e sensibile, capace di far commuovere semplicemente con poche inquadrature, in dettagli apparentemente insignificanti (ad esempio l'albero in fiore, simboleggiare il ritorno alla vita...)
E' una bellissima favola questo film, capace di passare in pochi momenti dalla commedia al dramma, dal divertimento alla rabbia, alla preoccupazione. Il tono è lieve, ma si toccano temi importanti come l'immigrazione, l'umanità, la solidarietà, la malattia, il viaggio... E l'inevitabile lieto fine non può certo farci dimenticare il mondo in cui viviamo, con le sue assurde logiche e le leggi ingiuste.
Miracolo a Le Havre esce nelle sale questo weekend, ma noi ci auguriamo che possa rimanerci a lungo. Magari per tutte le feste. E sarebbe bello se quegli spettatori che vanno al cinema una volta l'anno scegliessero questo come loro 'film di Natale'. Sarebbe, anzi, assolutamente perfetto.
VOTO: *****
ANONYMOUS (Germania, 2011) di Roland Emmerich
Metti che un vecchio amico ti invita una sera al cinema, una scusa per rivedersi. Metti che, a conti fatti, quella sera non hai davvero niente di meglio da fare. Metti che una volta tanto sei anche disposto ad assistere a una caz**** per trascorrere una serata in compagnia... persino a un film di Roland Emmerich!
Insomma, non si può certo dire che da Anonymous mi aspettassi chissà che cosa. Ero anzi piuttosto rassegnato e preparato al peggio: d'altronde è piuttosto facile essere prevenuti nei confronti del 'creatore' di Independence Day e Godzilla... Sarà per questo, allora, che tutto sommato il film non mi è nemmeno dispiaciuto. Certo, prendere sul serio dal punto di vista storico e letterario questo spettacolare polpettone in costume è oggettivamente impossibile, però va detto che il risultato finale non è poi così terribile: se facciamo finta di non sapere chi è stato Shakespeare e immaginiamo di assistere a una costosa fiction in salsa cinquecentesca, bisogna riconoscere che la pellicola nonostante la lunghezza (due ore e venti) regge bene il ritmo e mantiene sufficientemente alta la tensione. Di più non era lecito chiedere.
Anonymous deve il suo interesse principalmente allo spunto che è alla base del film: la teoria, intrigante ma mai provata, che William Shakespeare non fosse affatto l'autore dei suoi grandi capolavori, ma solo un misero prestanome alle dipendenze del Conte di Oxford, tale Edward De Vere, vero artefice di tutte le opere e impossibilitato ad apparire per ragioni di decoro (ai tempi il teatro era considerato un'attività disdicevole per un nobile), e tuttavia ben deciso a vederle rappresentate in scena. Insomma, il Bardo visto come il più grande impostore della storia: roba da far tremare i polsi!
Naturalmente il film di Emmerich non aggiunge alcun elemento utile a suffragare questa fantasiosa ipotesi, così come è chiaro sin dal primo momento che al regista interessa ben altro che un'accurata ricostruzione storica su un qualcosa che è poco più di 'leggenda metropolitana': la pellicola è un buon thriller storico, pieno di colpi di scena, intrighi di palazzo, molta azione e, ovviamente (come poteva mancare?) anche un bel po' di sesso. Un qualcosa a metà strada tra Il Codice Da Vinci e i racconti di Valerio Massimo Manfredi, tanto per capirci. Ma fortunatamente molto meno pretenzioso!
D'altronde non è nemmeno la prima volta che il grande drammaturgo inglese è oggetto di rivisitazioni storiche afferenti la sua produzione letteraria: già nel 1998 l'americano John Madden aveva diretto il suo Shakespeare in Love, delicata, patinatissima e accurata commedia in costume, in cui si cercava di far credere al pubblico che il 'motore' della produzione shakespeariana fosse l'amore dello scrittore verso una bella fanciulla: la 'fantomatica' Viola De Lesseps. Teoria anche questa mai dimostrata, ma che valse ben sette Oscar alla pellicola in questione.
Anonymous invece vola più basso, ma il risultato come detto è godibile. Merito anche dei due interpreti principali, i navigati Rhys Ifans e Vanessa Redgrave, che danno all'opera quel valore aggiunto tale da renderla accettabile anche agli occhi dello spettatore più esigente. E che confermano, se mai ce ne fosse bisogno, che il cinema è fatto di uomini più che di effetti speciali...
VOTO: ***
Insomma, non si può certo dire che da Anonymous mi aspettassi chissà che cosa. Ero anzi piuttosto rassegnato e preparato al peggio: d'altronde è piuttosto facile essere prevenuti nei confronti del 'creatore' di Independence Day e Godzilla... Sarà per questo, allora, che tutto sommato il film non mi è nemmeno dispiaciuto. Certo, prendere sul serio dal punto di vista storico e letterario questo spettacolare polpettone in costume è oggettivamente impossibile, però va detto che il risultato finale non è poi così terribile: se facciamo finta di non sapere chi è stato Shakespeare e immaginiamo di assistere a una costosa fiction in salsa cinquecentesca, bisogna riconoscere che la pellicola nonostante la lunghezza (due ore e venti) regge bene il ritmo e mantiene sufficientemente alta la tensione. Di più non era lecito chiedere.
Anonymous deve il suo interesse principalmente allo spunto che è alla base del film: la teoria, intrigante ma mai provata, che William Shakespeare non fosse affatto l'autore dei suoi grandi capolavori, ma solo un misero prestanome alle dipendenze del Conte di Oxford, tale Edward De Vere, vero artefice di tutte le opere e impossibilitato ad apparire per ragioni di decoro (ai tempi il teatro era considerato un'attività disdicevole per un nobile), e tuttavia ben deciso a vederle rappresentate in scena. Insomma, il Bardo visto come il più grande impostore della storia: roba da far tremare i polsi!
Naturalmente il film di Emmerich non aggiunge alcun elemento utile a suffragare questa fantasiosa ipotesi, così come è chiaro sin dal primo momento che al regista interessa ben altro che un'accurata ricostruzione storica su un qualcosa che è poco più di 'leggenda metropolitana': la pellicola è un buon thriller storico, pieno di colpi di scena, intrighi di palazzo, molta azione e, ovviamente (come poteva mancare?) anche un bel po' di sesso. Un qualcosa a metà strada tra Il Codice Da Vinci e i racconti di Valerio Massimo Manfredi, tanto per capirci. Ma fortunatamente molto meno pretenzioso!
D'altronde non è nemmeno la prima volta che il grande drammaturgo inglese è oggetto di rivisitazioni storiche afferenti la sua produzione letteraria: già nel 1998 l'americano John Madden aveva diretto il suo Shakespeare in Love, delicata, patinatissima e accurata commedia in costume, in cui si cercava di far credere al pubblico che il 'motore' della produzione shakespeariana fosse l'amore dello scrittore verso una bella fanciulla: la 'fantomatica' Viola De Lesseps. Teoria anche questa mai dimostrata, ma che valse ben sette Oscar alla pellicola in questione.
Anonymous invece vola più basso, ma il risultato come detto è godibile. Merito anche dei due interpreti principali, i navigati Rhys Ifans e Vanessa Redgrave, che danno all'opera quel valore aggiunto tale da renderla accettabile anche agli occhi dello spettatore più esigente. E che confermano, se mai ce ne fosse bisogno, che il cinema è fatto di uomini più che di effetti speciali...
VOTO: ***
martedì 22 novembre 2011
amori cinefili / CAREY MULLIGAN
Durante le riprese di Non lasciarmi veniva scambiata (come lei stessa ammette, divertita) per 'l'assistente di scena di Keira Knightley'. E certo non si può dire che Carey Mulligan sia una tipa che buca lo schermo: biondina minuta, trucco acqua e sapone, carattere non certo esuberante... insomma, una che se la incontri per strada difficilmente ti giri a guardarla. Eppure questa giovanissima inglesina (è nata a Londra nel 1985) sul grande schermo ci sa fare eccome: e se scorrete la sua filmografia vi accorgerete che è stata eccellente interprete di pellicole tutt'altro che commerciali e decisamente non facili.
Ma andiamo con ordine: Carey Mulligan debutta artisticamente nel 2005 in Orgoglio e pregiudizio di Joe Wright, non disdegnando (senza puzza sotto il naso) diverse apparizioni in serial televisivi britannici. Nel frattempo studia recitazione sperando nella 'chiamata della vita' da parte della grande Hollywood. Chiamata che arriva (quasi) puntualmente quattro anni dopo, nientemeno che da un 'gigante' come Michael Mann che la scrittura per il suo Nemico Pubblico. E' l'occasione che potrebbe valere una carriera, eppure accade quello che non ti aspetti: la ragazza appare disorientata nella 'mecca del cinema', e decide coraggiosamente di ripiegare sui circuiti alternativi delle produzioni indipendenti: ed ecco che arrivano allora i ruoli in Brothers di Jim Sheridan e nel già citato Non Lasciarmi di Mark Romanek.
A volte il coraggio paga. La Mulligan è brava, molto brava, e diventa subito una piccola 'icona' del cinema indipendente. Ma per trovare la parte più bella (finora) della carriera deve rientrare in patria e affidarsi a una regista danese, Lone Scherfig, che la scrittura per il suo An education, costruendole un ruolo che sembra scritto apposta per lei: quello di una giovane studentessa di provincia che si invaghisce, ricambiata, di un fascinoso 'dandy' della Londra-bene che la fa crescere... molto in fretta, mettendo in subbuglio la benpensante società britannica degli anni '60. E' il ruolo che le vale svariati premi in patria e fuori, coronati dalla prestigiosa nomination all'oscar.
Logico che lasciare fuori Hollywood dalla propria vita adesso è parecchio più difficile. Però la Mulligan resta con la testa ben salda sulle spalle, selezionando copioni adatti alle sue corde e senza svendersi allo star-system. Arrivano così film come il cupo (ma affascinante) Drive di Winding Refn e, soprattutto, Wall Street-Il denaro non dorme mai di Oliver Stone. Il film in realtà fa schifo, ma sul set nasce la dirompente passione con il protagonista Shia LaBeouf: la storia d'amore durerà poco ma, sempre con parole sue, 'varrà molto la pena di essere vissuta'.
Oggi Carey Mulligan è considerata una delle dieci migliori attrici under-30 del mondo. Il suo nome è sinonimo di professionalità, bravura, fascino e competenza. E' inutile dire che ne sentiremo parlare ancora tanto, tantissimo. A cominciare proprio dal suo prossimo film, che viene già annunciato come l'evento assoluto della prossima stagione cinematografica: interpreterà infatti Daisy Fay nel remake de Il Grande Gatsby, diretto da Baz Luhrmann e con a fianco uno come Leonardo Di Caprio... volete vedere che dopo nessuno la scambierà per un'assistente?
Ma andiamo con ordine: Carey Mulligan debutta artisticamente nel 2005 in Orgoglio e pregiudizio di Joe Wright, non disdegnando (senza puzza sotto il naso) diverse apparizioni in serial televisivi britannici. Nel frattempo studia recitazione sperando nella 'chiamata della vita' da parte della grande Hollywood. Chiamata che arriva (quasi) puntualmente quattro anni dopo, nientemeno che da un 'gigante' come Michael Mann che la scrittura per il suo Nemico Pubblico. E' l'occasione che potrebbe valere una carriera, eppure accade quello che non ti aspetti: la ragazza appare disorientata nella 'mecca del cinema', e decide coraggiosamente di ripiegare sui circuiti alternativi delle produzioni indipendenti: ed ecco che arrivano allora i ruoli in Brothers di Jim Sheridan e nel già citato Non Lasciarmi di Mark Romanek.
A volte il coraggio paga. La Mulligan è brava, molto brava, e diventa subito una piccola 'icona' del cinema indipendente. Ma per trovare la parte più bella (finora) della carriera deve rientrare in patria e affidarsi a una regista danese, Lone Scherfig, che la scrittura per il suo An education, costruendole un ruolo che sembra scritto apposta per lei: quello di una giovane studentessa di provincia che si invaghisce, ricambiata, di un fascinoso 'dandy' della Londra-bene che la fa crescere... molto in fretta, mettendo in subbuglio la benpensante società britannica degli anni '60. E' il ruolo che le vale svariati premi in patria e fuori, coronati dalla prestigiosa nomination all'oscar.
Logico che lasciare fuori Hollywood dalla propria vita adesso è parecchio più difficile. Però la Mulligan resta con la testa ben salda sulle spalle, selezionando copioni adatti alle sue corde e senza svendersi allo star-system. Arrivano così film come il cupo (ma affascinante) Drive di Winding Refn e, soprattutto, Wall Street-Il denaro non dorme mai di Oliver Stone. Il film in realtà fa schifo, ma sul set nasce la dirompente passione con il protagonista Shia LaBeouf: la storia d'amore durerà poco ma, sempre con parole sue, 'varrà molto la pena di essere vissuta'.
Oggi Carey Mulligan è considerata una delle dieci migliori attrici under-30 del mondo. Il suo nome è sinonimo di professionalità, bravura, fascino e competenza. E' inutile dire che ne sentiremo parlare ancora tanto, tantissimo. A cominciare proprio dal suo prossimo film, che viene già annunciato come l'evento assoluto della prossima stagione cinematografica: interpreterà infatti Daisy Fay nel remake de Il Grande Gatsby, diretto da Baz Luhrmann e con a fianco uno come Leonardo Di Caprio... volete vedere che dopo nessuno la scambierà per un'assistente?
domenica 20 novembre 2011
SCIALLA! (Italia, 2011) di Francesco Bruni
Diciamolo subito: Scialla! non è affatto un brutto film, tuttaltro. E' l'opera prima di un noto sceneggiatore che, come tanti suoi colleghi, decide di fare il grande salto dietro la macchina da presa. E Francesco Bruni è stato parecchio furbo, o se volete più accorto di tanti altri: anzichè, infatti, tentare di realizzare subito il 'film della vita', ha preferito giocare sul sicuro con una commedia di stampo molto (troppo) classico, che ha immediatamente fatto gridare al 'miracolo' buona parte della critica italiana, finendo addirittura per essere premiato alla Mostra di Venezia nella sezione 'Controcampo Italiano'.
Ecco, Scialla! è il tipico esempio della pochezza di idee e della mancanza di coraggio del cineasta italiano 'medio'. Ci dispiace dirlo ma è così: tolti i soliti Sorrentino, Garrone, Giordana, Martone e pochi, pochissimi altri, il 'mare magnum' del 'ggiovane' cinema italiano sta tutto in questa commediola ben fatta, ben scritta (e vorrei vedere!), ben recitata, 'carina' quanto vuoi ma emozionante quanto una tazza di camomilla. Scialla! è il classico prodotto di consumo per gli spettatori senza pretese e col palato buono (purtroppo la maggioranza nelle nostre sale, e Bruni è stato scaltro anche in questo), che diverte, fa sorridere, ma che una volta usciti dalla sala evapora come neve al sole, non ti resta veramente niente che valga la pena di essere ricordato.
La trama è abusatissima: un giovane studentello problematico, coatto, inconcludente ma brillante, viene parcheggiato in casa del solito professore disilluso ma 'alternativo' , che è anche (ma guarda un pò!) il padre segreto del ragazzo. Ovviamente la convivenza all'inizio andrà di pari passo con i risultati scolastici (chiaramente disastrosi) ma poi, come in ogni commedia che si rispetti, i due riusciranno a capirsi e a recuperare il rapporto. E tutti vivranno felici e contenti...
Stop. Scialla! è tutto qui. Inutile aspettarsi altro, qualsiasi barlume di originalità. Certo, si fanno apprezzare le prove di Fabrizio Bentivoglio (il professore sciroccato venuto dal nord), Barbora Bobulova (la pornostar cresciuta che cerca di 'ripulirsi' la fedina morale) e soprattutto del quindicenne Filippo Scicchitano (lo studente) al suo debutto cinematografico. Bravissimo. Bruni dirige con mano sicura, il film fila via tranquillamente, si fa persino qualche risata. Ma, aldilà di questo, tutto il resto è veramente noia.
VOTO: **
Ecco, Scialla! è il tipico esempio della pochezza di idee e della mancanza di coraggio del cineasta italiano 'medio'. Ci dispiace dirlo ma è così: tolti i soliti Sorrentino, Garrone, Giordana, Martone e pochi, pochissimi altri, il 'mare magnum' del 'ggiovane' cinema italiano sta tutto in questa commediola ben fatta, ben scritta (e vorrei vedere!), ben recitata, 'carina' quanto vuoi ma emozionante quanto una tazza di camomilla. Scialla! è il classico prodotto di consumo per gli spettatori senza pretese e col palato buono (purtroppo la maggioranza nelle nostre sale, e Bruni è stato scaltro anche in questo), che diverte, fa sorridere, ma che una volta usciti dalla sala evapora come neve al sole, non ti resta veramente niente che valga la pena di essere ricordato.
| l'esordiente Filippo Scicchitano |
Stop. Scialla! è tutto qui. Inutile aspettarsi altro, qualsiasi barlume di originalità. Certo, si fanno apprezzare le prove di Fabrizio Bentivoglio (il professore sciroccato venuto dal nord), Barbora Bobulova (la pornostar cresciuta che cerca di 'ripulirsi' la fedina morale) e soprattutto del quindicenne Filippo Scicchitano (lo studente) al suo debutto cinematografico. Bravissimo. Bruni dirige con mano sicura, il film fila via tranquillamente, si fa persino qualche risata. Ma, aldilà di questo, tutto il resto è veramente noia.
VOTO: **
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