sabato 7 gennaio 2012

J. EDGAR

(id.) 
di Clint Eastwood (USA, 2011)
con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Judi Dench, Armie Hammer
durata 137'
VOTO :****
'Un vecchio rompicoglioni'. La definizione data da Richard Nixon all'appena defunto John Edgar Hoover, appena prima di andare a 'piangerlo' in diretta tv (ma senza dimenticarsi di perquisire il suo ufficio), la dice lunga sulla qualità della politica e della democrazia americana stile anni '70, in una nazione che aveva già 'perso l'innocenza' pochi anni prima, con gli assassini di John Fitzgerald Kennedy e Martin Luther King. Hoover era stato il fondatore dell' FBI, il custode assoluto di quasi mezzo secolo di segreti a stelle e strisce, l'uomo più temuto e rispettato del mondo, più degli stessi presidenti che gli si alternavano davanti (otto, in tutta la sua carriera).

Hoover era l'immagine della Ragion di Stato, l'emblema del 'fine che giustifica i mezzi', del marciume della politica che si adattava ad ogni compromesso pur di mantenere l'ordine e il potere, a qualsiasi costo. Oggi, a quarant'anni di distanza, George Clooney con le sue Idi di Marzo ci ha appena detto che poco è cambiato,  che il valore della democrazia si basa sempre sui parametri di chi la amministra, giusti o (più spesso) sbagliati che siano. Hoover infatti aveva un concetto del tutto personale di democrazia: odiava i 'comunisti' (anche se non ce n'erano), i 'negri' (anche se erano la fascia più debole), i pacifisti... tutta gente, a suo dire, pericolosa per lo stato e quindi da reprimere, con ogni mezzo.

Hoover era la figura che incarnava le stanze buie del Potere, i panni sporchi che si lavano in famiglia (azione anti-politica per eccellenza): aveva sdoganato le intercettezioni, la violazione della privacy, il principio del parziale mancato rispetto della persona umana in nome di un ideale più grande, in una concezione 'totalitaria' di Stato che, certo, mal si confaceva con la Nazione da sempre 'paladina' delle libertà personali e dei diritti umani. Era la prova vivente di un mondo che cambiava, di un'epoca che volgeva al termine. Logico, quindi, che un cineasta come Clint Eastwood non potesse restare indifferente a questa figura per certi versi 'mitica', simbolo di un Paese via via sempre più malato.

E infatti J.Edgar è un film 'eastwoodiano' al 100%, una dolente parabola (l'ennesima) sulla fine del Sogno Americano, dove il regista californiano riprende il discorso cominciato con Gli Spietati, Mystic River, Million Dollar Baby... tratteggiandolo con i caratteri di sempre: asciuttezza, rigore, onestà intellettuale. Si rimane sempre stupiti, infatti, della grande integrità morale che Eastwood ripone in ogni suo film: anche di fronte a personaggi squallidi e sgradevoli come Hoover, Clint mantiene sempre il suo sguardo imparziale e non preconcetto, limitandosi a descrivere e non a 'giudicare', tenendo sempre in considerazione, prima di ogni altra cosa, il rispetto per la persona umana.

Per questo, alla fine, il personaggio di Hoover appare meritevole quanto meno di pietà. Eastwood tratta lo Hoover 'politico' allo stesso modo di quello 'privato', evidenziandone i tratti basilari del suo carattere e sforzandosi di farcelo apparire il più umano possibile. Ne viene fuori la figura di un uomo incredibilmente solo (e, forse, la sua presunta omosessualità era più una forma di affetto per l'unica persona che gli stava vicino - il suo 'vice' Clyde Tolson - che un'effettiva attrazione sessuale...) e che riversava nel suo lavoro il concetto morboso di 'protezione' dello stato, esattamente come quello che era riservato a lui da una madre onnipresente e soffocante.

J.Edgar si conferma come l'ennesimo film importante di una carriera sterminata come quella di Eastwood. Ma va detto che buona parte della riuscita della pellicola va attribuita al suo protagonista, quel Leonardo DiCaprio che entra di diritto nell'Olimpo dei grandi di Hollywood (ma noi che lo conosciamo bene lo sostenevamo già, almeno, dai tempi di Prova a prendermi - 2002). DiCaprio è straordinario nel tratteggiare il carattere difficile e impenetrabile di un uomo così complesso. E malgrado un trucco assolutamente esagerato (unica nota stonata del film), riesce a rivelarsi sempre credibile ed efficace, fornendo un'interpretazione maiuscola. Vale la pena ricordare, a solo titolo di esempio, la drammatica scena della morte della madre di Hoover, in cui il figlio, straziato dal dolore, si mette ad indossare i vestiti della donna... avrebbe potuto venirne fuori una sequenza grottesca, cadendo nel ridicolo involontario: e invece la bravura di DiCaprio la rende uno dei momenti più toccanti del film.
Vedere per credere.

venerdì 6 gennaio 2012

ONORE A LEO

Forse questa volta ce la farà a convincere anche i più scettici: sepolto da chili di lattice, imbruttito, invecchiato, bolso, indisponente... nei panni di John Edgar Hoover, uno dei personaggi più mefistofelici e controversi del nostro tempo, Leonardo Di Caprio si gioca la carta più rischiosa della sua carriera: a 37 anni e con già 25 film sulle spalle, è arrivato per lui il momento di togliersi la 'maschera' da eterno adolescente e cimentarsi in quello che potrebbe essere il suo 'ruolo della vita', con cui mettere a tacere tutti coloro che lo ritengono ricco e famoso solo grazie al suo 'gentile aspetto'.

Solo i più disattenti e malfidati però credono questo. Noi Di Caprio lo conosciamo e lo stimiamo da sempre, e i tre lettori di questo blog lo sanno benissimo: a nostro modesto parere è uno dei migliori attori americani in circolazione, capace di non farsi travolgere da un successo clamoroso, cadutogli tra capo e collo in gioventù (parliamo di Titanic, ovviamente), e rimettersi sempre in discussione con pellicole difficili e controverse, spesso rischiose e di nicchia, alternando anche flop clamorosi (pensiamo a The Beach), ma non rinnegando nulla e tirando dritto per la sua strada. Con ottimi risultati.

Oggi Di Caprio è un attore all'apice della carriera: è diventato l'attore-feticcio di un 'guru' del cinema come Scorsese, ha lavorato per 'mostri sacri' di Hollywood come Steven Spielberg, Woody Allen, Ridley Scott e Clint Eastwood, e per cineasti emergenti e talentuosi come Christopher Nolan, Sam Mendes e Danny Boyle. Cavandosela sempre alla grande. Con J.Edgar darà, per l'ennesima volta, la rincorsa a quell'Oscar che l'Academy gli ha sempre (finora) negato, trattandolo con la spocchia e la sufficienza di un vecchio rancoroso.

Ma se non arriverà neanche stavolta, lui scrollerà le spalle e si ritufferà nel lavoro: per il prossimo anno è atteso ne Il Grande Gatsby di Baz Luhrmann, e state certi che di questo film ne sentiremo parlare a lungo. E la statuetta prima o poi arriverà. E' solo questione di tempo.
Che, beninteso, è tutto dalla sua parte.



TITANIC (1997) di James Cameron
Non è il suo esordio, ma è inevitabile cominciare questa playlist da qui: il film di Cameron è stato un arma a doppio taglio per Di Caprio: travolto da un successo  inaspettato e clamoroso, croce e delizia della sua carriera, poteva uscirne con le ossa rotte... la sua collega Kate Winslet ci ha messo quasi dieci anni per riprendersi. Lui invece ha fatto subito gli anticorpi, cavandosela egregiamente.



BUON COMPLEANNO MR. GRAPE (1994) di Lasse Hallstroem
Al primo ruolo importante della sua carriera (e che ruolo! Difficilissimo: il fratellino ritardato del protagonista) non ci mette molto a rubare la scena a Johnny Depp... non uno qualsiasi. Di questo film tutti si ricordano solo di lui. Ottimo inizio.



ROMEO + GIULIETTA (1996) di Baz Luhrmann
Il film è ormai un piccolo cult, una specie di manifesto per le nuove generazioni. Lui è Romeo: giovane, selvaggio, bello come il sole e icona degli adolescenti. Rilettura postmoderna della più celebre opera shakespeariana. Stralunato, fracassone e riuscitissimo. E delizioso alla vista, ancora oggi.



PROVA A PRENDERMI (2002) di Steven Spielberg
Il più bel ruolo (finora) della sua carriera. In un film tanto bello quanto sottovalutato. Forse l'ultimo vero capolavoro di Steven Spielberg. In pochi capirono all'epoca il messaggio e l'importanza di questa magnifica pellicola, in bilico tra commedia, thriller, giallo e malinconia. Di Caprio interpreta Frank Abagnale, genio della truffa, falsario inafferrabile, inavvicinabile, idolo delle folle eppure drammaticamente solo. Da riscoprire assolutamente, per chi non lo avesse ancora visto.

GANGS OF NEW YORK (2002) di Martin Scorsese
Il film col quale ha inizio la collaborazione con Scorsese (che proseguirà con The Departed e Shutter Island). Forse non uno dei migliori del regista italo-americano, ma nulla da dire sulla performance del 'nostro'.  Sempre notevole.



REVOLUTIONARY ROAD (2008) di Sam Mendes
Di Caprio ritrova Kate Winslet, dopo undici anni si ricompone la 'coppia d'oro' di Titanic. I media sono unanimi nell'esaltare la gran 'prova d'attrice' di lei, vera protagonista del film. Pochi però si accorgono che il personaggio di Di Caprio è difficilissimo e impegnativo. E, soprattutto, molto meno attraente. Il ruolo del marito mediocre, insoddisfatto, ordinario e adultero è senz'altro molto meno 'ad effetto'. Però lui è bravissimo, impeccabile e glaciale. Straordinario.


J. EDGAR (2011) di Clint Eastwood
L'incontro con Clint Eastwood non poteva passare in secondo piano. Ne parleremo a breve. Però già dal trailer s'intuisce il gran lavoro di recitazione e immedesimazione del personaggio. Che, tra l'altro, è di nuovo sgradevole e mentalmente disadattato (un po' come in The Aviator).  Tutto si potrà dire di Di Caprio, ma certo non che sceglie ruoli 'comodi'.
E di questo bisogna dargliene atto.

venerdì 30 dicembre 2011

MOSTRA DEL CINEMA: BARBERA NUOVO DIRETTORE ARTISTICO

Alberto Barbera
La notizia era nell'aria da tempo, e in questi giorni è arrivata la conferma ufficiale: Marco Mueller non sarà più il direttore artistico della Mostra del Cinema di Venezia. Al suo posto arriva (ma sarebbe meglio dire ritorna) il piemontese Alberto Barbera, 61 anni, che aveva già ricoperto il ruolo più di un decennio fa, esattamente dal 1998 al 2002.

Finisce così dopo otto anni e due mandati consecutivi l'era-Mueller, e onestamente la cosa non ci fa piacere. Certo, il tempo passa e le strade si dividono, è fisiologico nella vita di chiunque: non ci sarebbe da sorprendersi, quindi. Solo che... beh, diciamolo chiaro, questo passaggio della guardia sa molto di 'rimozione' nei confronti del curatore italo-svizzero, ormai ai ferri corti col presidente della Biennale Baratta e sempre più corteggiato dalla concorrenza (assurda, direi) del Festival di Roma.

Se ne va Mueller e se ne va con lui un'idea di Mostra che negli anni ci era piaciuta sempre di più: una Mostra aperta verso il mondo, che puntava più sulla qualità che sui nomi, che offriva ad ogni edizione una variegata possibilità di scelta e di confronto tra cinematografie 'alternative' e spesso poco conosciute. Mueller ha sempre selezionato cartelloni più che validi, senza preclusione nè preconcetti per nessuno: certo qualche errore lo ha fatto (soprattutto nella scelta dei film italiani, anche se non sapremo mai quanto in questo abbia influito la classica 'ragion di stato'), ma il livello delle sue 'Mostre' è sempre stato abbastanza alto, spesso ben più alto del quotato Festival di Cannes (come è successo quest'anno, malgrado tutto lasciasse presagire il contrario...)

Intendiamoci, non vogliamo avere pregiudizi su Alberto Barbera, anzi. Da un punto di vista strettamente tecnico garantisce continuità e prestigio internazionale, su questo non c'è dubbio. Però, diciamocela tutta, Barbera si porta dietro l'immagine di 'minestra riscaldata', di un nostalgico ritorno al passato. Starà a lui, naturalmente, smentire tutto e tutti, ma certo la prima impressione è stata piuttosto deludente. Tutta la conferenza stampa del nuovo Direttore è stata infatti incentrata sugli aspetti prettamente 'logistici' della Mostra (riqualificazione urbana, cancellazione del vergognoso 'cratere' d'amianto proprio davanti al Palazzo del Cinema, creazione di attività e strutture permanenti che possano 'invogliare' le grandi produzioni a tornare), senza tralasciare le scontate rivendicazioni economiche nei confronti del Ministero dei Beni Culturali.

Fin qui tutto bene. Quello che 'spaventa' è che Barbera non ha speso UNA sola parola che sia una riguardo gli aspetti più 'artistici' della Mostra, nè ha fornito una benchè minima idea su come intenderà organizzare la prossima rassegna, nè sugli eventuali criteri di selezione. Insomma, per ora Barbera si è mostrato più un geometra che un artista, desideroso (giustamente, ci mancherebbe!) di rimettere a posto le cose dal punto di vista delle infrastrutture, ma (sembrerebbe) per ora poco interessato a quello che è il fulcro della Mostra, vale a dire i film.

E nel frattempo il buon Mueller sta per accasarsi nella capitale, dovra avrà carta bianca e l'appoggio incondizionato dei politici romani, desiderosi di veder accresciuto il prestigio del 'balocchino' inventato da Walter Veltroni.
La guerra tra Venezia e Roma è di nuovo ricominciata... ma che tristezza!

sabato 24 dicembre 2011

THE ARTIST (FRANCIA, 2011) di Michel Hazanavicius

Forse sarà un caso, ma certo è singolare che i film più belli di questa stagione abbiano tutti una caratteristica in comune: quella di portare sullo schermo storie universali, assolute, senza tempo, che potrebbero funzionare a qualunque latitudine e in ogni occasione. Si è cominciato con il Faust di Sokurov, opera monumentale e totalizzante sulle debolezze umane, ambientata in un'epoca indefinita e spiaccicata su uno schermo verdastro e anacronistico. Abbiamo visto poi Miracolo a Le Havre di Kaurismaki, gioiellino senza età, virato in colori pastello e capace di circuirci con la disarmante dolcezza dei suoi stralunati protagonisti, veri e propri 'alieni' in un mondo che si ostina a respingere la purezza d'animo...

Jean Dujardin e Bérénice Bejo
E ora è arrivato il momento di The Artist, film che chiude inconsapevolmente questa prima 'trilogia' di capolavori, candidandosi a diventare l'evento cinematografico dell'anno. Ci voleva coraggio infatti a girare OGGI, nell'era del 3D e dell'alta definizione, una pellicola MUTA (!) dichiaratamente omaggiante il cinema degli albori, fotografata in un folgorante bianco e nero 'sporco' d'annata. E' chiaro che il rischio più alto in un film del genere è sempre quello di realizzare un'opera smaccatamente di nicchia, un giochino per cinefili, velleitaria e ruffiana,  per non dire presuntuosa. E invece The Artist, lo diciamo subito, è un film 'meraviglioso', nel senso letterale del termine, che stupisce lo spettatore non tanto per le sue caratteristiche tecniche ma per la capacità di 'colpirlo al cuore' utilizzando le armi primordiali della Settima Arte, vale a dire una regia semplicemente 'perfetta', una sceneggiatura coi fiocchi, due attori (immensi) in stato di grazia e, soprattutto, una bella Storia (con la 'S' maiuscola), capace di toccare le corde sensibili di chi guarda con semplicità e garbo.

Penelope Ann Miller
Storia che, a scanso di equivoci, non è certo originale: The Artist si ispira dichiaratamente alla vita di Charlie Chaplin, il più grande cineasta dell'epoca, 'spiazzato' dalla nascita del cinema sonoro e ostinatamente ancorato al suo passato glorioso. Qui il suo alter ego si chiama George Valentin, divo del cinema muto che si rifiuta orgogliosamente di recitare nei film sonori, finendo per restare travolto dalla nuova tecnologia. Solo l'amore (anch'esso ostinato) di una donna, lo salverà dalla rovina. Una trama semplice ma universale, come si diceva all'inizio. La storia di Valentin è la storia di tante persone, di tutte le stagioni, che non capiscono o si rifiutano di adattarsi al mondo che cambia, e che preferiscono restare se stesse anzichè seguire le mode del momento. Ovviamente pagando un prezzo.

Bérénice Bejo e Malcom McDowell
Ma sarebbe profondamente sbagliato, oltre che ingiusto, classificare The Artist come un film nostalgico e citazionista. Certo, gli omaggi cinefili sono innumerevoli (vedi il post sottostante), ma la pellicola di Michel Hazanavicius prescinde dal linguaggio e dalle tecniche usate per realizzarla, raccontando SEMPLICEMENTE una storia di amore e passione, di orgoglio e dignità, di caduta e rinascita, che funziona e funzionerà per sempre, EMOZIONANDO gli spettatori di qualsiasi età. Questa è la vera 'forza' del cinema, e solo chi non capisce questo potrà 'bollare' The Artist come un mero esercizio di stile, ma sinceramente faccio fatica ad immaginare come non ci si possa commuovere di fronte a certe sequenze di tale bellezza. Cito due scene su tutte: quella dell' 'incubo' di Valentin, in cui gli oggetti fino allora 'muti' cominciano a fare 'rumore', cacciandolo in preda al panico (lui che è l'unico che non riesce a 'parlare'...). Oppure quella, straordinaria, in cui la giovane e (ancora) sconosciuta Peppy Miller si introduce di nascosto nel camerino di Valentin, abbracciandone l'abito... e cos'è questo, se non CINEMA allo stato puro!

John Goodman
Ma un grande film è fatto anche di grandi interpreti. E la coppia formata da Jean Dujardin e Bérénice Bejo si candida di diritto ad entrare nella lista delle 'indimenticabili', fin da adesso. Ma sarebbe ingiusto non menzionare anche James Cromwell (l'autista Clifton), John Goodman (il produttore), Penelope Ann Miller (Doris, la moglie di Valentin) e anche il 'mitico' Malcom McDowell (il maggiordomo). Mai come in questo caso è valido il detto 'non esistono piccoli ruoli, ma solo piccoli attori'...

Insomma, cercate The Artist nelle sale più vicine a voi e andatelo a vedere. ADESSO. Se necessario, prendete la macchina e fate anche qualche chilometro in più: putroppo, nell'Italia dei multiplex, questa pellicola è stata fortemente penalizzata dalla distribuzione, ma vi garantisco che ne varrà assolutamente la pena. Anche per il piccolo piacere di vederlo 'prima degli altri': se infatti, come mi auguro, The Artist sarà protagonista ai Golden Globe e anche agli Oscar, vedrete che tra un paio di mesi la miopia dei nostri distributori svanirà... e anche il pubblico meno 'cinefilo' accorrerà nelle sale.
E allora voi, con giusta soddisfazione, potrete dire... ve l'avevo detto!

VOTO: *****
   

LE CITAZIONI DI 'THE ARTIST', OMAGGIO AL CINEMA

Quando le citazioni sono davvero tali, e non pure e semplici 'scopazzature', è sempre un piacere 'riconoscerle' e commentarle. The Artist è pieno di sinceri omaggi al cinema del passato, una vera gioia per gli occhi e un paradiso per cinefili. Ma non è affatto citazionismo di maniera, piuttosto un'appassionata e convinta dichiarazione d'amore verso la Settima Arte e la magìa che essa sprigiona, in qualunque epoca e con qualunque mezzo.


CANTANDO SOTTO LA PIOGGIA (di Stanley Donen, 1952)
La citazione più evidente, alla quale si ispira tutto il film, oltre che alla vicenda personale di Charlie Chaplin.  Il passaggio dal cinema muto a quello sonoro visto come la fine di un'epoca e l'inizio di una nuova storia, in cui bisogna farsi trovare preparati, pena l'oblìo. Il tip-tap finale tra Dujardin e la Bejo strappa l'applauso.



VIALE DEL TRAMONTO (di Billy Wilder, 1950)
La 'prigione dorata' in cui si rinchiude Valentin, ormai abbandonato da tutti e soffocato dai debiti, non può non ricordarci la Norma Desmond del celebre film di Wilder. La fugacità della gloria e l'orgoglio della vecchia star in declino sono i punti salienti della pellicola.

GIORNI PERDUTI (di Billy Wilder, 1945)
La perdita della fama, della gloria, della ribalta. La discesa agli inferi, la povertà, il tunnel cieco dell'alcolismo. E poi la risalita, favorita dall'ostinato amore di una donna. Impossibile non tornare indietro con la mente a questo film, sempre del grande Wilder.


VIA COL VENTO (di Victor Fleming, 1939)
Il personaggio di George Valentin, mirabilmente interpretato da Jean Dujardin, è chiaramente ispirato alla figura di Clark Gable: non solo per i 'baffetti' e la corporatura, ma anche per presenza scenica e magnetismo, oltre che per la capacità di 'reggere il palcoscenico' con fisicità e movenze, esattamente come i grandi divi del muto (e qui potremmo citare anche Rodolfo Valentino - il cognome del personaggio non è certo casuale - ed Errol Flynn...)


E' NATA UNA STELLA (di William A. Wellman, 1937)
Per una star in declino, eccone una in folle ascesa. Specchio dei tempi e del vorticoso mondo dello spettacolo. Bérénice Bejo dà vita al bellissimo ritratto di Peppy Miller, volto fresco, genuino, seducente, catapultata (NON inconsapevolmente) alla ribalta hollywoodiana. Se la caverà alla grande.



UMBERTO D (di Vittorio de Sica, 1952)
Ci piace pensare che il cagnolino che salva la vita a Valentin debba più di qualcosa a questo celebre film del neo-realismo italiano. Così come pensiamo che Michel Hazanavicius, il regista di The Artist, abbia voluto rendere un esplicito omaggio ad un cinema che ha fatto scuola.




QUARTO POTERE (di Orson Welles, 1941)
L'ormai famosa 'scena della colazione' è l'omaggio più 'ardito' e raffinato di The Artist. Ma non è un peccato di lesa maestà omaggiare il 'film dei film', se la citazione è esplicita e circostanziata. Crediamo che sarebbe piaciuta anche al grande Orson. Anzi, ne siamo sicuri.

venerdì 16 dicembre 2011

LE IDI DI MARZO (USA, 2011) di George Clooney


Avevamo già parlato diffusamente de Le Idi di Marzo in occasione della Mostra del Cinema di Venezia. Ma dal momento che il bel film di George Clooney arriva soltanto adesso nelle sale italiane, vi ripropongo il link dell'articolo pubblicato in settembre:

LE IDI DI MARZO - IL NOSTRO COMMENTO

Raccomandandovi e consigliandovi, ovviamente, di correre al cinema per vedere uno dei pochi film non necessariamente 'natalizi' di questo periodo, e del quale non resterete delusi.

giovedì 15 dicembre 2011

NOMINATIONS GOLDEN GLOBES: THE ARTIST E CLOONEY FANNO IL PIENO

Puntualmente, con precisione svizzera, le nominations ai Golden Globes aprono ufficialmente la corsa ai premi cinematografici 2011. Giunti alla 69. edizione, i premi assegnati dalla Hollywood Foreign Press Association (vale a dire i giornalisti della stampa estera che lavorano a Hollywood) costituiscono ancora una volta un ottimo 'antipasto' in attesa degli Oscar. Pur con i loro doverosi distinguo, infatti, da sempre le scelte dei Golden Globes anticipano quelle dell'Academy, e vedrete che molte delle pellicole candidate le ritroveremo anche a contendersi le statuette più importanti sul palco del Kodak Theatre.

Certo, come detto le differenze ci sono: innanzitutto i Globes dividono i film in due categorie (commedia e dramma), a differenza dell'Oscar che è 'unico'. E, soprattutto, i premi della stampa estera sono spesso e volentieri molto più 'elitari' e 'ragionati' del loro contraltare hollywoodiano: liberi (almeno apparentemente) da logiche di mercato e lobbies di categoria, i Golden Globes si distinguono per scelte meno commerciali e sicuramente più coraggiose... fu così che l'anno scorso trionfò, ad esempio, lo splendido The Social Network, che poi fu invece ignorato o quasi in sede di Oscar. Analogo trattamento fu riservato in passato, a puro titolo esemplificativo, a pellicole come Espiazione, I segreti di Brockeback Mountain, Lost in Translation...

Per questo non dobbiamo stupirci se quest'anno la pellicola più nominata è l'ormai notissimo The Artist, il film francese di Michel Hazanavicius muto e in bianco e nero, attualmente nelle sale, zeppo di omaggi e rimandi al 'cinema che fu', tenero e intelligente omaggio alla Settima Arte (ne parleremo prestissimo in maniera più approfondita). L'altro grande protagonista delle nominations è senza ombra di dubbio George Clooney, in gara addirittura con due candidature in due categorie diverse! Nello specifico, come attore in The Descendants e come regista per Le Idi di Marzo. Le due pellicole, inoltre, sono ovviamente candidate anche nella categoria per il miglior film.

A contendergli lo scettro saranno però avversari così agguerriti da fargli tremare i polsi, a cominciare dal suo 'compagno' (ne Le Idi di Marzo) Ryan Gosling (in gara anche con la commedia Crazy, stupid, love), il Brad Pitt protagonista di Moneyball, e naturalmente il Leonardo Di Caprio interprete di J.Edgar, con cui ritenterà ancora una volta la scalata all'Oscar. E poi on abbiamo certo tralasciato Jean Dujardin, 'mattatore' in The Artist e in gara (presumibilmente senza rivali) tra gli attori 'brillanti'

Bella battaglia anche tra le donne, dove nella sezione drammatica  l' 'eterna' Meryl Streep dovrà vedersela con un'altra veterana, Glenn Close, e la  splendida Tilda Swinton. Tra le commedie, invece, graditissimo il ritorno della grande Jodie Foster, che contenderà il premio alla sua 'dirimpettaia' (in Carnage) Kate Winslet. Ma tre le due litiganti potrebbe anche godere... la guastafeste Michelle Williams, molto convincente in My week with Marilyn.

Nessuna soddisfazione invece per l'Italia (ma ormai ci siamo abituati). Nella cinquina dei film stranieri c'è spazio per Pedro Almodovar (La pelle che abito), i Dardenne (Il ragazzo con la bicicletta) e per il bel lungometraggio iraniano La separazione, che potrebbe essere la vera sorpresa.
In ogni caso, appuntamento al 15 gennaio, giorno della premiazione. Ne riparleremo.

QUI TUTTE LE CANDIDATURE

MONSTERS (GB/MESSICO, 2010) di Gareth Edwards

La schizofrenica distribuzione cinematografica di casa nostra è ormai uno dei misteri più impenetrabili al mondo, e non risparmia nessuno. Non si capisce infatti come un'interessante opera prima come questo Monsters, presentato un anno e mezzo fa (!) al Festival di Locarno e con buon riscontro di critica e pubblico, approdi soltanto adesso nelle nostre sale e, per giunta, nel pieno della 'battaglia' natalizia: come dire, gettato in pasto ai leoni...

Il giovanissimo regista Gareth Edwards ha definito Monsters  addirittura come "l'inizio di un nuovo genere: la fantascienza romantica"... Noi, molto più sommessamente, vi diciamo che in realtà il film ha ben poco di originale, se si eccettua un finale azzeccato e decisamente sorprendente, ma va comunque dato atto a Edwards di aver portato sullo schermo una pellicola solida, di genere, girata con pochi mezzi ma con grande professionalità. E, bisogna dirlo, decisamente coinvolgente.

La trama: Una navicella della Nasa contenente campioni organici provenienti dallo spazio si schianta nel deserto messicano. I campioni, a contatto con l'atmosfera terrestre, favoriscono la nascita di terrificanti creature aliene che finiscono con l'"infestare" la parte settentrionale del paese, fino al confine con gli Stati Uniti. La zona viene così messa in rigida quarantena dagli eserciti dei due paesi, creando non pochi problemi a chi deve attraversare il confine (ogni riferimento all'attuale situazione politica è, diciamo, non del tutto casuale...). In questo contesto, un uomo d'affari americano incarica un giornalista senza scrupoli di "riportare" a casa la figlia rimasta bloccata in Messico. Durante una notte brava al "nostro" vengono rubati i passaporti, costringendo così la neo-coppia ad attraversare la zona infetta. Inutile dire che il viaggio non sarà agevole...


Monsters è un fanta-horror, come detto, abbastanza convenzionale, e dove la scarsità del budget a disposizione fa sì che gli effetti speciali siano ridotti al minimo, privilegiando il lato "psicologico" della vicenda (e questo certamente non è un difetto). Il terrore viene infatti "percepito" piuttosto che mostrato, non disdegnando inoltre interessanti riflessioni sul rapporto tra noi e gli altri, cercando di convincere lo spettatore che la paura del "diverso" non sempre è giustificata, anzi. Senza parlare troppo del finale (sarebbe un delitto!) vi posso dire che i "mostri" in realtà non sono poi così ostili con gli esseri umani, e che sono quindi i nostri pregiudizi nei confronti di chiunque che meritano di essere messi in "quarantena".

Non male, tutto sommato, per un'opera prima...

VOTO: ***

venerdì 9 dicembre 2011

MIDNIGHT IN PARIS (USA, 2011) di Woody Allen


Un tuffo nel passato per sfuggire un presente difficile e che non ci soddisfa. Normale, quando si ha una certa età e inevitabilmente ci troviamo a guardarci indietro, a ripercorrere ciò che si è seminato. Meno normale che il nostro vecchio caro Woody Allen, a 76 anni suonati e dopo 44 film diretti, ci 'sorprenda' avvertendoci che non esiste affatto un 'età dell'oro', ma che ognuno deve fari i conti con la propria vita e impegnarsi per renderla più bella possibile: ogni epoca può essere quella 'giusta', sta a noi imparare a stare al mondo...

Midnight in Paris gira tutto intorno a questo assunto, e va detto che rispetto alle ultime scialbe regie del cineasta newyorchese, questo film è se non altro una boccata d'aria fresca per lo spettatore, che si diverte, sorride e si lascia anche tirar fuori quel pizzico di romanticismo latente che abita dentro di lui. Certo, siamo lontani anni luce dai veri capolavori alleniani, ormai presumibilmente irripetibili, però bisogna ammettere che quest'ultimo film si basa su un'idea molto carina (per quanto non originalissima), e che come al solito i dialoghi brillanti e le ottime caratterizzazioni dei personaggi 'fantastici' finiscono per farcelo piacere.

Allen continua il suo 'tour' attraverso le grandi città europee (la prossima volta toccherà a Roma), girando un qualcosa che sta a metà tra una bella cartolina turistica e un sincero omaggio alla capitale francese. Era scontato e quasi inevitabile ambientare a Parigi, la città più romantica del mondo per eccellenza, una bella storia nostalgica e sentimentale (ma, come detto, con un messaggio sorprendentemente attuale). Certo, la pellicola non è esente da pecche (la coppia Wilson-McAdams è stereotipata e molto convenzionale, molto più bravi gli attori che interpretano i grandi artisti del passato, Adrien Brody su tutti), e il finale risulta decisamente scontato e consolatorio, ma tutto sommato Midnight in Paris è perfetto per questo periodo: un buon film natalizio, che si dimentica in fretta.

VOTO: ***

lunedì 5 dicembre 2011

GUIDA RAGIONATA AL NATALE (PER CINEFILI IN ASTINENZA...)

'Le Idi di Marzo' di George Clooney
Il Natale si avvicina, e ancora una volta il cinema sparisce. Ne avevamo parlato già un anno fa (vedi qui) e la situazione non è migliorata, anzi... Questo è un pardosso tutto italiano: nel mese in cui le sale cinematografiche fanno registrare gli incassi maggiori, la qualità dei film in circolazione cala paurosamente. Solo da noi infatti esiste il famigerato 'pubblico natalizio', quelle persone cioè che vanno al cinema solo una-volta-una all'anno e solo per godersi il 'cinepanettone' d'ordinanza.

E così, tra una vanzinata e una pieraccionata, una miriade di cartoni animati e qualche insulso blockbuster hollywoodiano, diventa difficile trovare qualche titolo decente e meritevole per 'sbarcare le feste', e soprattutto diventa difficile trovare delle sale che si occupino della programmazione alternativa: questo perchè le sale d'essai ormai si stanno estinguendo, mentre i multiplex, per evidenti ragioni, non possono esimersi dalla programmazione iper-commerciale che è la loro ragione di esistere.

'Midnight in Paris' di Woody Allen
Cosa vedere dunque in questo 'mese di passione' ? Cinematograficamente parlando, s'intende! Beh, intanto si dice un gran bene del nuovo Woody Allen: il suo Midnight in Paris sta ottenendo recensioni entusiastiche, nonchè un buon riscontro di pubblico. Sarà il fascino della capitale francese, sarà la curiosità per il cameo di Carla Bruni, sarà la ritrovata 'verve' del regista newyorchese ogni volta che si allontana dagli States... per quanto mi riguarda sono un po' scettico: Allen sono lustri ormai che non dirige film all'altezza della sua fama, ma certo meglio questo che Vacanze a Cortina! Di questi tempi bisogna accontentarsi.

Una vera 'chicca' cinefila arriva invece dalla Francia: dal 9 dicembre sarà nelle sale The Artist, il film di Michel Hazanavicius che è già diventato un piccolo 'cult': premiato e salutato da applausi scroscianti all'ultimo Festival di Cannes, è una pellicola muta (!) che si rifà espressamente ai melò stile anni '20, in un bianco e nero avvolgente e con una coppia d'attori che strappa l'applauso: gli straordinari Jean Dujardin e Berenice Bejo (per loro si parla già di Oscar in vista...). Sarà difficile trovarlo, ma di sicuro merita: è quantomeno l'unica pellicola davvero 'diversa' a cui potremo assistere in questi giorni. E complimenti al distributore (la BIM) per aver avuto il coraggio di farlo uscire a Natale. Vedremo se saranno ripagati.

'The Artist' di Michel Hazanavicius
E così, non sapendo se consigliarvi o no il mieloso Capodanno a New York (che non è di Neri Parenti, ma una produzione hollywoodiana: diretto da Garry Marshall - quello di Pretty woman - con un cast da capogiro: Bob DeNiro, Jessica Biel, Halle Berry, Hilary Swank, Michelle Pfeiffer, Zac Efron...), va a finire che l'unico vero titolo su cui posso garantirvi che andrete sul sicuro (anche perchè l'ho già visto) è l'ultimo film di George Clooney: le sue Idi di Marzo saranno in sala del 16 dicembre, e sarà interessante vedere se il pubblico nazional-popolare e dal palato facile, tipico delle feste comandate, premieranno questo appassionato e disilluso pamphlet politico, che sta al Natale come il cavolo a merenda. Ve lo raccomando: non perdetelo! E' una pellicola forte, complessa, appassionata, splendidamente classica e recitata magnificamente. Ne abbiamo parlato già al momento della sua presentazione a Venezia (vedi qui) e adesso è (finalmente) arrivato il momento vederla tutti insieme.

'Capodanno a New York' di Garry Marshall
Stop. Il manuale di sopravvivenza termina qui. Tre titoli e mezzo in mese, dunque... c'è poco da stare allegri. Ma se sarete capaci di sopportare l'astinenza, vi dò subito l'appuntamento al nuovo anno: appena il tempo di smaltire il cenone ed ecco, dal 4 gennaio, arrivare prepotentemente il vecchio Clint Eastwood e il suo J.Edgar, con un grande Leo DiCaprio nel ruolo del 'mitico' direttore dell' FBI.
Altro che i botti di Capodanno !!