mercoledì 15 settembre 2010

Venezia 67 / BARNEY'S VERSION (USA, 2010) di Richard J. Lewis


Tanto tuonò che piovve! Qui al Lido da una settimana non si parlava d’altro: tutti in fila per aspettare Barney’s version, additato dai soliti ‘bene informati’ come il film-evento della Mostra, quello che doveva dare lo ‘scossone’ al Concorso, e che avrebbe dovuto scombinare le carte per il Leone d’Oro (non a caso era stato programmato nell’ultimo giorno). Di conseguenza biglietti esauriti da giorni, file chilometriche degli accreditati per ottenere il ‘visto’ di entrata in Sala Grande, attesa oltre ogni misura. Risultato… una delusione tremenda!
Premetto, a scanso di equivoci, che non ho letto il famoso romanzo omonimo di Mordecai Richler da cui è tratto il film (che mi dicono essere un libro di culto, anche se in sala quelli che l’avevano letto si contavano sulle dita una mano…). E spero proprio che la versione letteraria sia effettivamente graffiante, brillante, ‘cattiva’, irriverente e non-convenzionale: lo dico perché se il registro del libro è uguale a quello del film si tratterebbe di un bluff clamoroso! Altro che cult-book!
Barney’s version è una semplice e convenzionalissima commedia romantica americana, ben fatta ma tremendamente scontata e prevedibile: è la storia di un ebreo benestante e donnaiolo, dalla vita sentimentale tumultuosa,a cui il destino riserva una vita fatta di innumerevoli alti e bassi a livello umano e professionale... Niente da dire sull'interpretazione degli attori: Paul Giamatti è perfettamente credibile e 'in parte', Dustin Hoffman è esilarante nel ruolo dell'anziano padre di Barney, così come Rosamund Pike in quello dell'amante-futura moglie.
Il problema però, come detto, è che tutto si risolve in una commediola all'acqua di rose, dalla regia piatta e dal registro che non sfora mai i limiti del 'politically correct'.
Sinceramente ci aspettavamo molto, molto di più.

VOTO : * *

venerdì 10 settembre 2010

Venezia 67 \ LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI (Italia, 2010) di Saverio Costanzo


I numeri primi sono quelli divisibili solo per se stessi e per l’unità. Sono unici. Non hanno simili, sono diversi e, soprattutto, sono pochi. Pochi in confronto agli altri, all’universo della ‘normalità’.
Alice e Mattia sono due ‘numeri primi’, due persone complesse ma ‘speciali’. Hanno subito traumi infantili che hanno segnato la loro esistenza e ora portano dentro di sé tutto l’orrore e il peso dei ricordi. Hanno problemi a relazionarsi col mondo esterno, con le persone ‘normali’, e vivono una realtà fatta di complessi e paure, che frena le le loro ambizioni e le loro qualità: Alice potrebbe essere un’ottima fotografa se non avesse così timore di chi le sta intorno, Mattia è un genio dei numeri e valente matematico, ma non riesce nemmeno ad uscire di casa. I due si incontrano a una festa di scuola, alla quale sono quasi ‘costretti’ a partecipare. Si conoscono, si trovano, e da quel momento cercheranno sempre di aiutarsi: perché due numeri primi sono difficili da trovare, di solito non si incontrano mai…
Il film di Saverio Costanzo è un gioco degli equivoci: NON è ‘l’ennesimo film sul disagio giovanile’, come molti hanno sentenziato (Alice e Mattia sono e saranno UNICI per tutta la vita, non perderanno mai le loro caratteristiche). NON è assolutamente una storia d’amore (i due si cercano perché sono SOLI, non perché sono innamorati). E soprattutto NON è un film scontato e facilmente inquadrabile come molta critica cinica e prevenuta ha fatto. La solitudine dei numeri primi è un film che parla di sofferenza, di infelicità, di sentimenti repressi, di orrore trattenuto e mai elaborato. E’ la storia di due persone belle ma speciali, coraggiose, che cercano di sopravvivere in un mondo che le ignora e le ghettizza semplicemente in quanto ‘non omologate’, senza che abbiano la possibilità di rendersi conto di quanto questa possa essere una fortuna…
Tratto da un romanzo best-seller di Paolo Giordano, la pellicola di Costanzo ha oggettivamente un grosso difetto: è troppo ‘commerciale’ e troppo manieristica per ciò che racconta. Una storia così complessa e delicata avrebbe forse meritato un tono più intimista e più dimesso, sussurrato, più in linea con i personaggi. Il regista invece ne ha ricavato un thriller psicologico, sincopato, con personaggi sopra le righe, sequenze quasi horror e musiche tanto accattivanti quanto ‘ruffiane’. Ma il risultato, è giusto dirlo, non è comunque da disprezzare: alla fine la storia e i personaggi rimangono, restano loro stessi. E ci fanno capire che i ‘numeri primi’ esistono davvero, e meritano amore e rispetto.

VOTO: * * *

Venezia 67 \ 13 ASSASSINS (Giappone, 2010) di Takashi Miike

Certe volte ai critici cinematografici bisognerebbe proprio dare delle bastonate in testa! Non si capisce, infatti, come gli stessi critici che poche ore prima avevano sonoramente stroncato (con tanto di fischi e ululati) la proiezione di un film impefetto ma dignitoso come La solitudine dei numeri primi, si siano poi spellati le mani dagli applausi per questo fumettone iper-violento e stupidotto firmato da Takashi Miike.
Intendiamoci: il regista giapponese ha frotte di estimatori in tutto il mondo e merita rispetto, ma oggettivamente ci chiediamo che cosa possa portare in un concorso come quello veneziano un film come questo, se non il gusto della provocazione… ma bisognerebbe chiederlo a Muller.
Noi limitiamoci a parlare di 13 Assassins, anche se in verità c’è molto poco da dire. Il cinema di Takashi Miike ormai lo conoscono anche i sassi: storie di cappa e spada in costume, piene di samurai nobili e cattivissimi tiranni, con i primi che cercano di abbattere i secondi e far trionfare la pace: in questo caso c’è un signorotto deposto che assolda 13 valenti samurai per sterminare l’esercito del despota di turno e fermare la sua scalata al potere. La scena iniziale, appena dopo i titoli di testa, mostra senza problemi un guerriero che fa harakiri. Nella scena successiva vediamo il tiranno cattivo che con la spada stacca la testa di netto ad un servo. Passano altri cinque minuti e lo stesso cattivone si accanisce con archi e frecce sui corpi di una famiglia intera condannata a morte per chissà cosa… si va avanti così per due ore al ritmo di un morto ogni trenta secondi circa. Nelle scene di battaglia (interminabili) sembra di avere tra le mani un joystick e divertirsi a giocare a un videogame per vedere chi abbatte più nemici.
Si ha un bel dire che la violenza mostrata in modo così ingenuo e surreale non fa del male a nessuno, e che solo uno stupido (o in malafede) possa ritenerla dannosa e pericolosa, ma anche in questo caso ci si continua a chiedere quale sia il senso di certe produzioni.
Col massimo rispetto, solo ed esclusivamente per appassionati.

VOTO: *

mercoledì 8 settembre 2010

Venezia 67 \ NOI CREDEVAMO (Italia, 2010) di Mario Martone


“Noi credevamo che il sangue versato dai nostri patrioti avrebbe fatto nascere il paese che sognavamo”. “Noi credevamo che questo paese sarebbe potuto diventare una Nazione vera”. Sono due frasi pronunciate a 150 anni l’una dall’altra, ma che potrebbero tranquillamente interscambiarsi tra le due epoche. In queste due frasi si racchiude il film di Mario Martone, un affresco imponente, tragico, beffardo e meravigliosamente calzante sul Risorgimento e sul nostro assurdo presente, cosa che fa incazzare molti ‘benpensanti’ di oggi. Un ritratto amarissimo e “rivoluzionario” dell’Italia e del suo non-popolo, visto dagli occhi di chi cercò, rischiando la pelle, di costruirlo e plasmarlo.
Questo, e molto, molto di più è lo straordinario film di Martone: un’opera la cui importanza va ben oltre il semplice aspetto cinematografico, e che ci costringe a ragionare e riflettere sulla fragile democrazia che stiamo vivendo. E tutto questo, provocatoriamente, proprio nell’anniversario di quell’Unità d’Italia che, guarda caso, è un tema che dà ancora fastidio a molti e rinfocola polemiche che credevamo appartenere al secolo scorso…
Noi credevamo racconta la nascita di una Nazione vista dagli occhi di tre giovani rivoluzionari, idealisti e coraggiosi, che si iscrivono alla ‘Giovine Italia’ mazziniana convinti di poter cambiare le cose e costruire un paese migliore. Faranno tutti una brutta fine, rendendosi conto, amaramente, che al di sopra delle loro teste ci sono spietate logiche di potere che da sempre contraddistinguono la gente italica, generate da enormi disparità sociali, insanabili differenze di lingua, cultura, razza e soprattutto portafoglio. L’Italia di oggi, come quella di ieri, è fatta da gente che pensa solo al proprio tornaconto personale, infischiandosene cinicamente di tutto il resto. Martone è spietato nel mostrare come i trasformismi politici (vedi la figura di Crispi, ma anche dello stesso Mazzini), l’avidità e l’ignoranza dei potenti, gli enormi condizionamenti dei ‘poteri forti esterni’ (Vaticano in primis), abbiano creato sconforto e disillusione nella gente ‘normale’ che, oggi come allora, è diffidente, pavida e rancorosa verso la propria classe dirigente. Noi credevamo, in quasi quattro ore di grande cinema, mette a nudo tutte le grandi contraddizioni di un piccolo Paese, regalandoci un manifesto impietoso e avvincente, commovente e doloroso, provocatorio e necessario. Era dai tempi de Il mestiere delle armi di Olmi che non si vedeva al cinema un film ‘così’ incredibilmente epocale , di una potenza e un’importanza di cui appaiono ben consapevoli per primi gli attori protagonisti (tutti meravigliosamente ‘ispirati’ e in parte), convinti di partecipare ad un qualcosa che ‘resterà’ e (forse) smuoverà le coscienze.
Noi CI crediamo.
VOTO: * * * * *

Venezia 67 \ BALADA TRISTE DE TROMPETA (Spagna, 2010) di Alex De La Iglesia


Eccolo qui il vero candidato al Leone d’Oro. Vedrete che se non vincerà ci andrà molto vicino. Lo diciamo perché il Tarantino presidente di Giuria non potrà non amare questo film (e infatti vi garantisco – ero in sala a pochi metri da lui – che alla comparsa dei titoli di coda il prode Quentin era in brodo di giuggiole…). L’ultima opera di Alex De La Iglesia è infatti un ‘concentrato’ di tutto quello che è la ‘summa’ del cinema tarantini ano: azione, violenza, sesso, orrore, morte, humor nero…
Balada triste de trompeta è una pellicola a tinte fortissime, volutamente macabra, sempre costantemente sopra le righe e sempre eccessiva, un autentico ‘delirio’ visivo di indiscutibile potenza e temerarietà. E ha avuto coraggio anche Marco Muller a portare in Concorso un titolo così particolare, a metà strada tra il fumetto e l’horror, sicuramente non per tutti (si allontanino coloro che sono ‘di bocca buona’ e amanti del cinema iper-autoriale… insomma, astenersi perditempo!).
Un avvertimento, però, anche ai fan di Tarantino: non aspettatevi di vedere un videogame pieno di morti e sangue a ritmo di musica come un ‘Kill Bill’ o un ‘Machete’ qualsiasi: qui la violenza, seppure in quantità industriale, non è gratuita e non è fine a se stessa. E, soprattutto, il film è inserito in un contesto storico particolare, che ha un’importanza e una morale fondamentale per la sua comprensione.
La storia è quella di due artisti circensi che, nella Spagna franchista (attenzione a questo ‘piccolo’ dettaglio…), si contendono l’amore di una bella trapezista. I due sono totalmente diversi per carattere e idee: Sergio, capo-clown, è sanguigno, tirannico, ubriacone e donnaiolo. Javier, pagliaccio triste, è timido e compassato, ma dentro di sè ha un insaziabile desiderio di vendetta verso il regime e i despoti in generale, e questo in seguito alla morte violenta del padre, ucciso dalle truppe governative. I due si trovano ben presto in conflitto tra di loro, reclamando entrambi il cuore della donna: una gelosia che li farà impazzire, massacrandosi a vicenda in modo così cruento da far rivoltare lo stomaco anche degli spettatori più smaliziati, e riducendosi a due penosi ‘freaks’ che faranno inorridire anche la persona amata.
La morale è evidente, ma non banale: le dittature e i regimi totalitari possono trasformare e far impazzire chiunque, anche la gente ‘normale’, forse la più incapace di comprendere i motivi di tanta rabbia, odio e orrore, e quindi più vulnerabile di altri…
E’ curioso notare che a questa Mostra del Cinema è presente anche un’altra pellicola (da noi recensita) che ha moltissime similitudini con questa, pur essendo stilisticamente ben diversa: si tratta di Post Mortem di Pablo Larrain: anch’essa infatti ‘parla’ spagnolo, ha una rivoluzione sullo sfondo (quella cilena, e anche l’anno è lo stesso: il 1973!) , e tratta di una persona apparentemente ‘normale’ che gli eventi trasformano tragicamente. Due modi diversi di fare cinema, ma che conducono allo stesso fine.
Anche questo è il bello dei Festival.

VOTO: * * * *

martedì 7 settembre 2010

Venezia 67 \ VALLANZASCA, GLI ANGELI DEL MALE (Italia, 2010) di Michele Placido

Se fossi in Michele Placido, non darei assolutamente peso alle polemiche che hanno accompagnato la creazione e la distribuzione del suo Vallanzasca-Gli angeli del male, che approda (finalmente) fuori concorso alla Mostra del Cinema. Intanto, perchè è tutta pubblicità gratuita (e credo che Placido, cineasta ormai navigato, sotto sotto se la rida sotto i baffi). E poi perché non ha davvero nulla da rimproverare alla sua coscienza, in quanto sarebbe assurdo crocifiggere un regista per aver girato una fiction su un bandito. Come se film di gangster non ne fossero mai stati girati. Come se non si sapesse che, da quando esiste il cinema, i personaggi ‘belli e dannati’ hanno sempre affascinato le platee, senza per questo essere emulati o glorificati dal pubblico. E come se gli americani, tanto per fare u e finirla qui, accusassero Michael Mann per aver diretto Nemico Pubblico, il film che racconta le ‘gesta’ di John Dillinger… via, siamo seri!
L’unica preoccupazione, per noi cinefili, era semmai cosa aspettarsi da questo film, in quanto il Placido regista è un personaggio più double-face del dottor Jekyll, capacissimo di alternare pellicole belle e di spessore (Del Perduto Amore, Un Eroe Borghese, Romanzo Criminale) a indicibili pasticci (vedi il tremendo Ovunque Sei o l’irrisolto Il Grande Sogno). Nessun problema, invece. Vi dico subito che Vallanzasca è un buon film. Una pellicola di genere che ricorda i film ‘poliziotteschi’ italiani degli anni ’70, pieni di ritmo, sparatorie, azione e sgommate. E prima che possiate obiettare qualcosa… sappiate che in questo caso tutto ciò non è un difetto: non siamo di fronte, infatti, né a un trattato sugli anni di piombo, né a un’apologia del gangster come temevano i familiari delle vittime, ma ad un onestissimo prodotto medio che ricostruisce molto bene sia la figura del bandito che il clima dell’epoca senza perdersi in meandri storico-sociologici. Non aspettatevi, insomma, un altro Romanzo Criminale: questa è, semplicemente, la storia di un uomo che ha scelto (pur non avendone la necessità, come da lui stesso dichiarato) di stare dalla parte sbagliata.
Inutile dire che buona parte della riuscita del film va attribuita a Kim Rossi Stuart, che è grandioso nella sua intepretazione del ‘bandito più bello d’Italia’ (come Vallanzasca veniva definito all’epoca): lo ricalca perfettamente, in maniera impressionante per portamento, sguardo, fisionomia e parlata… peccato che il film sia fuori concorso, altrimenti la Coppa Volpi avrebbe già un padrone.

VOTO: * * *

Venezia 67 \ LA PASSIONE (Italia, 2010) di Carlo Mazzacurati

Carlo Mazzacurati è uno di quei registi italiani che appartengono alla categoria degli ‘impalpabili’, nel senso che, nonostante una più che onesta carriera cinematografica, non vengono mai notati né incensati come dovrebbero. Forse perché i suoi film sono sempre così ‘piccoli’, ‘esili’, ‘carini’, un po’ ‘timidi’ (come lui stesso, del resto) che non arrivano mai al grande pubblico. Ma questo non è necessariamente un difetto…anzi! Noi che conosciamo il buon Carlo fin dal suo bell’esordio (Il Toro, era il 1994) siamo contenti così, e ben vengano altre pellicole come La Passione, che ci riconciliano con la commedia all’italiana e non smettono di farci sorridere una volta usciti dalla sala. E scusate se è poco.
La Passione è un filmino agile e godibilissimo, intepretato da attori tutti bravi e in stato di grazia (non solo il ‘solito’ Silvio Orlando, ma anche il simpaticissimo Giuseppe Battiston, esilarante nel ruolo di un Cristo ‘appesantito’ e un po’ blasfemo) che riesce ad ottenere due risultati niente affatto scontati: costruire una storia e una sceneggiatura capaci di far ridere senza volgarità e doppi sensi, e di scadere nella banalità. Avercene di commedie così!
VOTO: * * *

Venezia 67 / ESSENTIAL KILLING (Polonia, 2010) di Jerzy Skolimowski


Homo homini lupus. Essential Killing è, fondamentalmente, un film sulla sopravvivenza, sulla natura animalesca e primordiale dell’essere umano, capace di spingersi oltre i propri limiti più estremi pur di restare attaccato alla vita. E’ un film sul ritorno alle origini, volto a dimostrarci come anche l’”essere più progredito dell’universo” può, se costretto, tornare ad essere belva feroce, sadica e spietata. Forse l’autore (un redivivo Jerzy Skolimowski) vuole svelarci una propria personalissima spiegazione all’apparente insensatezza della guerra, vista come un virus latente della bestialità umana.
Forse. Certo è che Essential Killing non è un film che lascia indifferenti: negli 83 minuti di pellicola si assiste ad una snervante caccia all’uomo che, metaforicamente, diventa una riflessione sulla malvagità e la paura del ‘diverso’, e sul valore decisamente relativo della vita, così preziosa eppure così vacua e insignificante al cospetto dell’immensità della natura.
La storia è quella di Mohamed (Vincent Gallo), talebano catturato dagli americani, deportato in Nord Europa come prigioniero, che riesce a sfuggire ai propri carcerieri grazie ad un colpo di fortuna: la macchina che lo trasporta in prigione ha un incidente e lui si ritrova solo, ferito, stanco e affamato in mezzo alla foresta gelida e coperta di neve, un ambiente decisamente diverso rispetto a quello cui era abituato. Da qui comincia la sua fuga, disperata e senza speranza, che lo porterà necessariamente a “rimuovere” (capirete come) tutti gli ostacoli che gli si presentano lungo il cammino, nella speranza di una salvezza impossibile.
Forse non piacerà a chi si aspettava un film ‘politico’, una presa di posizione sul conflitto afgano. Il regista si mantiene piltatescamente equidistante, concentrando la vicenda esclusivamente sulla fuga. Ne viene fuori un film d’azione avvincente e disperato, forse un po’ improbabile in alcune scene-madri, ma decisamente insolito. Vincent Gallo offre un’interpretazione ‘fisica’ e coraggiosa, prestando il proprio corpo alla sofferenza estrema quasi come un Messia ‘eretico’ e allucinato. Non tutto funziona, ma è decisamente da vedere.

VOTO: * * *

Venezia 67 / Meek's Cutoff (USA, 2010) di Kelly Reichardt

L’attesa c’era, inutile negarlo. E il menù era sfizioso: un western diretto da una donna non capita tutti i giorni, e per giunta nel concorso principale! Oltretutto se la regista è Kelly Reichart, cineasta super-indipendente che si è fatta le ossa nella produzione ‘indie’ con ottimi risultati.
Attesa però, diciamolo subito, immediatamente delusa. Delusione cocente.
Tanta era, infatti, la curiosità di vedere come una donna avrebbe affrontato il genere cinematografico americano per eccellenza, per giunta il più ‘macho’ di tutti (anche se non maschilista): ci si aspettava un tocco di originalità, un approccio diverso al genere, diciamo un altro ‘punto di vista’.
Invece niente di tutto questo. Meek’s Cutoff è l’ennesimo e stanco tentativo di ‘demistificare’ il western, sulla falsariga di tutti i titoli ‘revisionisti’ che si sono succeduti a Unforgiven di Eastwood (1992), pietra miliare del filone. Ma il film della Reichardt più che altro annoia, trattandosi di una pellicola praticamente senza trama, senza slanci, senza spessore e incredibilmente soporifera. Viene il sospetto che la regista si sia talmente premurata di voler togliere il ‘respiro epico’ dalla sua opera, da ottenere esattamente l’effetto opposto: una noiosissima e scialba istantanea di viaggio che non emoziona mai, non coinvolge e non si sa bene dove vada a parare, ammesso che davvero voglia andare a parere da qualche parte…
Non bastano i paesaggi mozzafiato, la fotografia scintillante, i costumi ricercati a fare un western. Perché il western non è una moda, né tantomeno un filone: è IL genere americano per eccellenza, e ha precisi canovacci da seguire, che non consistono nel mettere in scena un prodotto esteriormente appetitoso ma dai contenuti pressoché inesistenti. Peccato.

VOTO: * *

Venezia 67 / POST MORTEM (Cile, 2010) di Pablo Larrain


Mario Cornejo è un umile impiegato alle dipendenze del dottor Castillo, medico luminare specializzato in analisi autoptiche: in pratica, il compito di Mario è quello di redigere i verbali delle autopsie praticate dal proprio insigne superiore. Un lavoro insignificante e sgradevole, imbarazzante da descrivere, specialmente quando il protagonista s’innamora di Nancy, ballerina non eccelsa e ormai da tempo senza più i riflettori addosso, prigioniera della solitudine.
Siamo nel Cile del 1973 e una sera, all’improvviso, i cadaveri da esaminare aumentano a dismisura, il piccolo obitorio dell’ospedale viene invaso da centinaia di corpi di morti ammazzati, addirittura si vocifera che sotto uno di quei lenzuoli possa esserci nientemeno che la salma di Salvador Allende. E’ il caos, il Cile si consegna nelle mani di Pinochet, e con la morte della democrazia si disintegra anche l’effimera storia d’amore di Mario…
Post Mortem è un film duro, violento, sgradevole, eppure incredibilmente poetico: è l’ideale prosecuzione del precedente Tony Manero, con lo stesso regista e lo stesso protagonista maschile (uno straordinario Alfredo Castro). E’ il compimento di un percorso volto a buttare giù una volta per tutte ogni muro sul colpo di stato più cruento che la storia sudamericana ricordi. Una rabbiosa, disperata, sconcertante escalation di violenza e orrore che lascia sgomenti tanto gli spettatori quanto i personaggi della pellicola, a loro volta travolti dalla follia di una sanguinosa guerra civile. E la scena dell’autopsia di Allende è quanto di più terrificante e emotivamente disturbante possa offrire il film: eppure è un modo assolutamente originale, intimo e pertinente per mostrarci la Storia.
Commovente e agghiacciante insieme è il modo in cui Mario e i suoi colleghi cerchino di rendere ‘normale’ e professionalmente impeccabile la situazione di quelle drammatiche ore, anche a costo di rimetterci la vita. Ma quando, ormai, tutto ciò che sta ‘fuori’ è privo di senso, anche la dignità e la carità cristiana vengono meno: la dittatura rende tutti crudeli e tutti colpevoli, questo è il messaggio amaro che il regista intende comunicare. E lo fa con un’opera di indicibile durezza, ma che a conti fatti ti fa ammettere che ‘questa storia’ non potesse essere raccontata nient’altro che così.
Post Mortem è un film coraggioso, appassionante, disperato e terribilmente bello. Il primo autorevole candidato al Leone d’Oro.
VOTO: * * * *