sabato 30 aprile 2011
SOURCE CODE (USA, 2011) di Duncan Jones
Due film sono sufficienti per 'consacrare' un autore? Per quanto tempo bisogna aspettare un regista prima di poterlo annoverare tra i cineasti 'cult' ? Le risposte, e il relativo dibattito, le lascio volentieri a voi. Per me il signor Duncan Jones, inglese, classe 1971 nonchè illustre figlio d'arte (è il figlio di David Bowie, ma con grande coraggio ha deciso di non 'adottare' il nome paterno) può essere a buon diritto considerato un regista con i contro-fiocchi: dopo il folgorante esordio di due anni fa con Moon, piccolo film indipendente e 'filosofico', erano in molti ad aspettarlo al 'varco' della seconda prova, con una produzione ad alto budget e le sirene di Hollywood a ronzargli intorno...
Ebbene, dopo aver visto Source Code possiamo dire tranquillamente che un nuovo Autore (con la 'A' maiuscola) è in circolazione. Un grande regista è colui che riesce a far diventare avvincenti le cose più facili, e Jones incarna alla lettera questa teoria: la sua opera seconda è ancora un film di fantascienza, di stampo classicissimo, che attinge a piene mani da due filoni che più classici e inflazionati non si può: il viaggio nel tempo e la 'realtà parallela'. Eppure Source Code riesce ad incollarci alla sedia per almeno 80 dei 93 minuti di pellicola, e sono emozioni forti: dimenticatevi infatti le atmosfere sospese e riflessive di Moon, qui siamo diametralmente all'opposto. Source Code è un robusto film d'azione che non scade mai nella superficialità e nell'overdose di effetti speciali: il segreto è nella portentosa sceneggiatura del romanziere Ben Ripley e nella capacità del regista di tenere sempre alta la tensione, pur in presenza di un meccanismo ripetitivo e rischiosissimo dal punto di vista cinefilo.
Ovviamente non vi dirò molto sulla trama, per non privarvi del gusto della visione: vi basti sapere che il film inizia con il soldato americano Colter Stevens (Jake Gyllenhaal), attaccato ad uno strano marchingegno che gli consente di andare a ritroso nel tempo per soli otto minuti e solo in un momento particolare del passato, che rimane sempre lo stesso. La sua missione è quella di scoprire l'identità di un attentatore che ha fatto esplodere una bomba su un treno di pendolari... La 'macchina' non ha il potere di mutare gli eventi, ma effettuando continui viaggi nel tempo, sempre di soli otto minuti ciascuno, Stevens potrà assicurare alla giustizia un pericoloso terrorista, che per una volta non è... quello che di solito immaginano gli americani.
Il film è bello, teso, adrenalico e spettacolare. Jones lo appesantisce solo un po' verso la conclusione, con qualche finale di troppo e l'abbozzo di una storia d'amore non indispensabile ai fini della vicenda. Ma è il prezzo minimo da pagare per chi si affaccia a Hollywood da novizio. E comunque, avercene di film 'commerciali' fatti in questo modo!
VOTO: * * * *
martedì 26 aprile 2011
L'ALTRA VERITA' (G.B., 2011) di Ken Loach
Ammetto che per il sottoscritto recensire un film di Ken Loach non è mai facile: perchè, di getto, vorrei sempre scrivere tutto il bene possibile di questo regista idealista e coraggioso, forse l'ultimo dei cineasti 'militanti', che utilizza il cinema come strumento di denuncia verso tutte le ingiustizie e le contraddizioni della società contemporanea. Il cinema di Loach è storicamente cinema d'impegno civile, mai rinnegato e sempre coerente con i propri principi, sia quando realizza pellicole più 'leggere' e ironiche (come il precedente Il mio amico Eric) sia quando torna a cimentarsi con temi drammatici e attuali come in questo L'altra verità, pamphlet appassionato e chiaramente schierato contro il conflitto iracheno. Il problema (e il dubbio) per il recensore è sempre lo stesso: fin dove spingersi con la simpatia e il plauso per l'impegno e dove, invece, criticare lo spessore strettamente cinematografico dell'opera, non sempre all'altezza della situazione.
L'altra verità è l'esempio lampante di questo dilemma: film importante, solido, coraggioso, assolutamente lodevole nell'intento ma piuttosto abborracciato in fase di realizzazione. Loach racconta la storia di due amici d'infanzia e di vita che, per sbarcare il lunario, decidono di diventare 'contractors', vale a dire quei soldati appartenenti a società private che vengono assoldati dietro lauto compenso per affiancare in svariati fronti di guerra le truppe 'regolari'. Dei mercenari moderni, insomma, pronti a fare armi e bagagli per sparare addosso ad altra gente esclusivamente per tornaconto personale. La posizione del vecchio Ken è chiara, evidente e, ovviamente, condivisibile: le guerre 'moderne' non vengono combattute con spirito ideologico e patriottico, ma trattate come opportunità commerciali, specchi atroci di una società capitalistica e malata.
Il simbolo di questa deriva sono ovviamente i due ragazzi protagonisti del film: giunti in Iraq per fare soldi facili e scappare in fretta col malloppo, sperimenteranno sulla loro pelle il cinismo e la tragica stupidità di un conflitto portato avanti solo per interessi economici e logiche di potere. E quando 'apriranno gli occhi' e cercheranno di tornare indietro sarà ormai troppo tardi...
L'altra verità è una pellicola che sta a metà tra un documentario e un film d'azione, senza però affondare mai i colpi nè in un senso nè nell'altro: troppo lento e macchinoso per appassionare, troppo ideologico e retorico per indignare davvero. L'intento come detto è lodevole, ma la sceneggiatura firmata dal fido Paul Laverty divide troppo nettamente i 'buoni' dai 'cattivi', e non risulta credibile teorizzando smaccatamente l'Occidente come causa di ogni male.
E' probabile che 'Ken il Rosso', ormai arrivato al traguardo delle 75 primavere, abbia esaurito la 'rabbia' feroce, propulsiva e dirompente dei tempi migliori, per conservare solo uno sguardo cinico e disilluso verso un mondo che non capisce più, trovando però ancora la forza di reagire, come e ben più di tanti altri. Per questo stiamo con lui 'a prescindere', gli vogliamo bene e gli perdoniamo 'quasi' tutto. Anche film imperfetti come questo. Meriterebbe due stelle, ma la terza gliela diamo per quanto appena detto.
VOTO: * * *
sabato 16 aprile 2011
HABEMUS PAPAM
(id.)
di Nanni Moretti (Italia, 2011)
con Michel Piccoli, Nanni Moretti, Margherita Buy
★★★★☆
Habemus Moretti. E teniamocelo stretto, adesso e per molti anni ancora. Non sarà un mostro di simpatia, e nemmeno una persona 'accomodante', ma il suo lavoro lo sa fare eccome. Quello del regista, intendo. E pazienza se ancora qualcuno rifiuta di vedere i suoi film 'a prescindere', solo perchè politicamente schierato. Peggio per lui. Anche perchè il Moretti regista è immensamente più grande del Moretti 'politico', e non vedere Habemus Papam sarebbe davvero... un peccato originale!
Lasciate quindi a casa i pregiudizi e le antipatie personali, e correte al cinema a vedere il più bel lungometraggio del cineasta romano dai tempi di Caro Diario: un film che, restando in tema, è quasi un 'miracolo' per la leggerezza, la leggiadria, il rispetto e la fermezza nel trattare un argomento che, di questi tempi, è quasi rivoluzionario. Habemus Papam è, infatti, un film sull'inadeguatezza, sulla consapevolezza dei propri limiti, sul coraggio di avere paura. E in un mondo dominato dall'arrivismo, dalla competizione spietata, dalla voglia di prevalere sull'altro a qualsiasi costo, questa riflessione schietta, sincera e commovente sulla natura umana strappa applausi a scena aperta.
Ecco, il protagonista di Habemus Papam mi ha ricordato molto Niki Lauda. Il cardinale Matisse viene eletto Papa a dispetto di tutte le previsioni. Ma il pover'uomo non riesce a sopportare il peso dell'investitura: viene assalito da un sacro terrore, dalla paura di non farcela, crolla miseramente prima dell'annuncio alla cristianità, dal balcone su Piazza S.Pietro. Invano si cerca di farlo ragionare: viene 'convocato' lo psicanalista Brezzi ('il più bravo di tutti', come lui stesso si definisce) ma c'è poco da fare. L'ultima chance è quella di accompagnare il neo-pontefice dall'ex-moglie del luminare, sotto il suo stesso consiglio, in quanto donna e fautrice della teoria del 'deficit di accudimento' (vedere il film per capire...). Ma durante il viaggio nel centro storico di Roma, l'uomo riesce a eludere la sorveglianza degli accompagnatori e si getta in mezzo alla folla...
Melville non è un pavido, e nemmeno pazzo. E' semplicemente una persona umile che capisce subito di non essere all'altezza del ruolo che deve ricoprire. Ed è costretto a fuggire proprio per l'incapacità del mondo intero a capire una cosa del genere. Un uomo che rifiuta il potere più grande che possa capitargli nella vita è un'assioma impossibile da digerire nella società contemporanea, dove tutti sono disposti a tutto pur di conquistarsi un posto al sole. Ecco perchè Habemus Papam è un film rivoluzionario, perchè 'violenta' lo spettatore obbligandolo a ragionare su un concetto che ormai è andato perduto, e cerca di fargli capire che nella vita, certe volte almeno, anche 'dire no' può essere un atto di grande responsabilità e saggezza, e non necessariamente indice di debolezza.
Habemus Papam è un film 'morettiano' al 100%, di stampo felicemente 'antico', che stilisticamente ci riporta ai primi lavori del regista, permeato di quell'ironia di fondo, grottesca, surreale ed efficace che negli ultimi film di Moretti era stata colpevolmente (a mio modo di vedere) accantonata. Girato sotto forma di commedia, è una pellicola delicata e toccante, sincera e preziosa, profonda eppure divertentissima, interpretata da un Michel Piccoli assolutamente straordinario e da un manipolo di attori tutti bravissimi, anche nei piccoli ruoli: su tutti il regista polacco Jerzy Stuhr, esilarante come 'portavoce' del pontefice. Il film rappresenterà l'Italia a Cannes e, da parte nostra, la Palma d'Oro ha già un autorevolissimo candidato.
di Nanni Moretti (Italia, 2011)
con Michel Piccoli, Nanni Moretti, Margherita Buy
★★★★☆
Habemus Moretti. E teniamocelo stretto, adesso e per molti anni ancora. Non sarà un mostro di simpatia, e nemmeno una persona 'accomodante', ma il suo lavoro lo sa fare eccome. Quello del regista, intendo. E pazienza se ancora qualcuno rifiuta di vedere i suoi film 'a prescindere', solo perchè politicamente schierato. Peggio per lui. Anche perchè il Moretti regista è immensamente più grande del Moretti 'politico', e non vedere Habemus Papam sarebbe davvero... un peccato originale!
Lasciate quindi a casa i pregiudizi e le antipatie personali, e correte al cinema a vedere il più bel lungometraggio del cineasta romano dai tempi di Caro Diario: un film che, restando in tema, è quasi un 'miracolo' per la leggerezza, la leggiadria, il rispetto e la fermezza nel trattare un argomento che, di questi tempi, è quasi rivoluzionario. Habemus Papam è, infatti, un film sull'inadeguatezza, sulla consapevolezza dei propri limiti, sul coraggio di avere paura. E in un mondo dominato dall'arrivismo, dalla competizione spietata, dalla voglia di prevalere sull'altro a qualsiasi costo, questa riflessione schietta, sincera e commovente sulla natura umana strappa applausi a scena aperta.
Questo film mi ha riportato alla memoria un lontanissimo ricordo d'infanzia: era il 1976, il sottoscritto aveva quattro anni e si ricorda ancora di quelle immagini televisive in bianco e nero, sfocate, accompagnate dalle imprecazioni abbastanza colorite di mio babbo, che mostravano lo svolgimento dell'ultima gara del Mondiale di Formula Uno di quell'anno. C'era Niki Lauda, su Ferrari, che a poche settimane dal terribile incidente subìto al Nurburgring (dove aveva visto la morte in faccia, restando quasi carbonizzato), era risalito in macchina e stava viaggiando verso la conquista del titolo: al pilota austriaco sarebbe bastato arrivare in fondo alla corsa per laurearsi campione, e sarebbe stato un miracolo considerato che aveva ancora sul viso le bende che lo proteggevano dalle ustioni ancora fresche. I media già preparavano i titoloni: un'impresa eroica, un risultato straordinario, epico... A un certo punto però sul circuito del Fuji, in Giappone, si abbatte un vero e proprio nubifragio. Tutti i piloti rientrano ai box per cambiare le gomme, anche Lauda. Che però non riparte, si slaccia le cinture e scende dall'auto. La sua dichiarazione è tanto laconica quanto sconvolgente: 'Ho paura'. Lo staff del Cavallino cerca disperatamente di convincerlo a ripartire: gli fanno capire che anche andando alla velocità di un tassista vincerebbe il campionato senza correre alcun rischio... ma il pilota austriaco è irremovibile: 'per me la corsa finisce qui'. Ironia della sorte, dopo pochi minuti sulla pista tornerà il sole. Inutile dire che quel 'gran rifiuto' sconvolse il mondo sportivo...
Ecco, il protagonista di Habemus Papam mi ha ricordato molto Niki Lauda. Il cardinale Matisse viene eletto Papa a dispetto di tutte le previsioni. Ma il pover'uomo non riesce a sopportare il peso dell'investitura: viene assalito da un sacro terrore, dalla paura di non farcela, crolla miseramente prima dell'annuncio alla cristianità, dal balcone su Piazza S.Pietro. Invano si cerca di farlo ragionare: viene 'convocato' lo psicanalista Brezzi ('il più bravo di tutti', come lui stesso si definisce) ma c'è poco da fare. L'ultima chance è quella di accompagnare il neo-pontefice dall'ex-moglie del luminare, sotto il suo stesso consiglio, in quanto donna e fautrice della teoria del 'deficit di accudimento' (vedere il film per capire...). Ma durante il viaggio nel centro storico di Roma, l'uomo riesce a eludere la sorveglianza degli accompagnatori e si getta in mezzo alla folla...
Melville non è un pavido, e nemmeno pazzo. E' semplicemente una persona umile che capisce subito di non essere all'altezza del ruolo che deve ricoprire. Ed è costretto a fuggire proprio per l'incapacità del mondo intero a capire una cosa del genere. Un uomo che rifiuta il potere più grande che possa capitargli nella vita è un'assioma impossibile da digerire nella società contemporanea, dove tutti sono disposti a tutto pur di conquistarsi un posto al sole. Ecco perchè Habemus Papam è un film rivoluzionario, perchè 'violenta' lo spettatore obbligandolo a ragionare su un concetto che ormai è andato perduto, e cerca di fargli capire che nella vita, certe volte almeno, anche 'dire no' può essere un atto di grande responsabilità e saggezza, e non necessariamente indice di debolezza.
Habemus Papam è un film 'morettiano' al 100%, di stampo felicemente 'antico', che stilisticamente ci riporta ai primi lavori del regista, permeato di quell'ironia di fondo, grottesca, surreale ed efficace che negli ultimi film di Moretti era stata colpevolmente (a mio modo di vedere) accantonata. Girato sotto forma di commedia, è una pellicola delicata e toccante, sincera e preziosa, profonda eppure divertentissima, interpretata da un Michel Piccoli assolutamente straordinario e da un manipolo di attori tutti bravissimi, anche nei piccoli ruoli: su tutti il regista polacco Jerzy Stuhr, esilarante come 'portavoce' del pontefice. Il film rappresenterà l'Italia a Cannes e, da parte nostra, la Palma d'Oro ha già un autorevolissimo candidato.
domenica 10 aprile 2011
LA FINE E' IL MIO INIZIO (Germania, 2011) di Jo Baier
Una scommessa persa in partenza, e non poteva che essere così. Trasformare in un film un libro inclassificabile, intimo e personale come La fine è il mio inizio era una 'missione impossibile' a priori, e destinata a rimanere tale. Ci sono libri che si prestano molto a un adattamento cinematografico, che sembrano scritti apposta (e a volte lo sono per davvero), e ce ne sono altri invece, come questo, la cui trasposizione risulta ardua non solo dal punto di vista 'tecnico' , ma soprattutto per l'impossibilità di rappresentare degnamente e concretamente attraverso le immagini lo spirito e l'anima del grande reporter toscano.
La fine è il mio inizio è un film debole e irrisolto, di una noia mortale. E anche totalmente inutile: chi conosce, apprezza e condivide la filosofia di vita e la visione del mondo di Tiziano Terzani, troverà in questa pellicola un confuso e trito collage di citazioni e rimandi al testo letterario, che nulla aggiungono a quanto già sa. Chi invece cercherà di avvicinarsi attraverso il film alla figura di Terzani in realtà ne capirà ben poco, in quanto nei 90 minuti di girato non si capisce praticamente nulla del personaggio, colpa anche di una regia miope e pretestuosa che trasforma il grande giornalista in una specie di predicatore new-age capace di raccontare solo ovvietà trite e sconcertanti, ignorando totalmente l'aspetto 'spirituale', filosofico, divulgativo e avventuroso della sua persona.
Il regista Jo Baier compie infatti una scelta stilistica coraggiosa, ma assolutamente controproducente: rinuncia del tutto ai flashback (e, di conseguenza, a mostrarci immagini e testimonianze di viaggio del protagonista) per concentrarsi esclusivamente sul potere evocativo della parola, puntando tutto sulla sceneggiatura e sull'interpretazione di un attore carismatico e di lungo corso come il 70enne Bruno Ganz. Peccato però che la partitura scritta dal figlio di Terzani, Folco (interpretata sullo schermo da un dimesso Elio Germano) e dal tedesco Ulrich Limmer si riduca a una lunga e piatta chiacchierata che non rispecchia nemmeno lontanamente lo stile ammaliante, impetuoso e coinvolgente del libro. Lo stesso Ganz, inoltre, evidentemente a disagio, gigioneggia in modo stucchevole e vuoto in una recitazione fin troppo teatrale e sopra le righe (alla quale, va detto, non giova nemmeno il brutto doppiaggio italiano, che fa parlare Terzani con un ruvido e irreale accento toscano, assolutamente non credibile).
Il film si riduce così ad una lunga e noiosa intervista, inframezzata da inutili dettagli intimi, a metà strada tra documentario e fiction, che finisce per scontentare tutti. Ma quello che più risulta difficile da capire è il senso stesso di questo lungometraggio, che pare avere come unico scopo quello di offrire a spettatori distratti e sprovveduti una specie di 'bignami' del Terzani-pensiero, quasi a volerli sollevare dalla 'fatica' di leggere i suoi libri. Un prodotto piatto e monocorde, fatto più per platee televisive che per i veri estimatori del giornalista e scrittore toscano. Più che un'occasione sprecata, uno spreco di pellicola.
VOTO: * *
sabato 9 aprile 2011
DAVID: Martone in pole position, nonostante tutto...
Con l'annuncio delle candidature entra nel vivo la corsa per i David di Donatello, ribattezzati in pompa magna 'gli Oscar italiani', anche se in verità hanno ben poco da spartire con il dorato mondo hollywoodiano: le cerimonie sgangherate, raffazzonate e cialtrone degli ultimi anni, infatti, non hanno certo contribuito a promuovere il nostro cinema (perfino la Rai, proprio per manifesta sciatteria, ha soppresso la diretta della premiazione 'relegandola' sul digitale terrestre). Ma aldilà di questo, quello che a noi interessa sono i film in gara, e allora vediamo di parlare un po' di queste candidature che, mai come quest'anno, sembrano avere un vincitore già scritto.
Il vincitore, annunciato, è ovviamente Mario Martone e il suo magnifico film Noi Credevamo. Nell'anno dei 'festeggiamenti' per i 150 anni dell'Unità d'Italia sarebbe davvero clamoroso se la grandiosa epopea sul Risorgimento firmata dal regista napoletano non dovesse trionfare: innanzitutto perchè è un capolavoro assoluto (come questo blog ha sempre sostenuto, fin dalla proiezione 'veneziana'), un po' perchè è 'opportuno' che vinca (per le celebrazioni di cui sopra), un po' perchè... diciamo la verità, non c'è proprio gara: mi rifiuto di credere che una commediola provincialotta e nazional-popolare (seppur divertentissima, non lo nego) come Benvenuti al Sud possa venire premiata come miglior film italiano dell'anno... c'è un limite a tutto!
Il discorso che bisogna fare semmai è un altro: com'è possibile che un film come Noi Credevamo, meritevole di ben 13 candidature, accolto entusiasticamente dalla critica 'seria' e non militante, unico vero kolossal italiano di inizio millennio, abbia avuto un riscontro al botteghino così modesto? I numeri apparentemente sono impietosi: nemmeno 2 milioni di euro incassati a fronte dei 30 di Benvenuti al Sud! E qui dobbiamo fare un discorso politico, che a molti magari non piacerà ma che è l'unica spiegazione possibile. Semplicemente, il film di Martone è una dura presa di posizione contro il retorico trionfalismo di questi giorni, e getta uno sguardo spietato, ipercritico e fortemente polemico sulla nostra nazione: basta vedere il finale, con lo sguardo sconsolato e attonito di Luigi LoCascio sul Parlamento vuoto per capire il pensiero del regista. L'Italia è stata fatta, ma non ancora gli italiani. Siamo rimasti un popolo diviso, egoista, classista, mercenario, oggi come 150 anni fa. Questo è il 'rischio' che si corre, da parte di certi governi, a 'commissionare' certi film a registi capaci e 'non allineati' come Martone, che magari ti regalano perle di grande valore ma non utilizzabili come strumento propagandistico...
Ed ecco che allora si scopre che i pessimi incassi del film sono tutti da attribuirsi alla scarsa distribuzione, e non certo al gradimento del pubblico: la media incassi/schermi di Noi Credevamo è, infatti, superiore al 90% delle pellicole fin qui proiettate in tutto il 2011. A riprova che il film è stato 'scientificamente' boicottato, e perfino disconosciuto dagli stessi produttori: la 01 Distribution (vale a dire mamma Rai) lo ha distribuito in tutto in una trentina di sale (quasi tutte piene), senza uno straccio di pubblicità e tagliato di mezz'ora. Perfino nell'edizione in dvd il film è stato massacrato: uno scarno cofanetto contenente la versione 'tagliata' passata al cinema, senza extra e senza sottotitoli. Cose tipicamente italiane.
Diamo ora uno sguardo veloce alle nominations: dando per scontata la vittoria di Martone per film, regia e produzione, i pronostici sono per Elio Germano (La nostra vita) come miglior attore, pur con la forte concorrenza di Kim Rossi Stuart (Vallanzasca), e Alba Rohrwacher (La solitudine dei numeri primi) tra le attrici. Stupisce la clamorosa assenza di Toni Servillo, pur con ben tre film interpretati (Una vita tranquilla, Gorbaciof e lo stesso Noi Credevamo). Forse per manifesta superiorità? Tra i non protagonisti, lotta tra Battiston, Bova e Siani tra gli uomini, mentre la bellissima Valentina Lodovini dovrà guardarsi bene dalla 94enne Valeria DeFranciscis Bendoni, 'star' di Gianni e le donne. Ottimi, comunque, i risultati di Una vita tranquilla, 20 sigarette, il divertentissimo e surreale Basilicata coast to coast, nonchè lo stupendo (e invisibile, ahimè) Le quattro volte di Michelangelo Frammartino.
Appuntamento al 6 maggio.
QUI tutte le candidature.
mercoledì 6 aprile 2011
BORIS - IL FILM (Italia, 2011) di Luca Vendruscolo, Mattia Torre, Giacomo Ciarrapico
Premessa doverosa: non ho mai seguito la serie televisiva e perciò il mio giudizio riguarda esclusivamente la versione cinematografica. Visuale ristretta dunque, e non ho problemi ad ammettere la mia limitata conoscenza della 'materia', che senz'altro pesa in sede di commento. Accetto dunque qualsiasi critica o integrazione da parte di chi ne sa più di me e voglia 'erudirmi' riguardo il fenomeno-Boris. Che, lo dico subito, non mi ha colpito più di tanto.
Intendiamoci: non stiamo parlando di un cattivo prodotto, tutt'altro. Anzi, Boris è una commedia che fa ridere davvero, e non è un'affermazione alla Catalano... si ride con gusto, in maniera non sguaiata, divertendoci con una comicità pungente e mai volgare, sicuramente al di sopra della media degli ultimi prodotti 'made in Italy'. Il problema è che il livello attuale delle nostre commedie è, appunto, talmente infimo da far apparire come 'geniale' qualsiasi cosa appena appena superiore. E di questi tempi bisogna accontentarsi.
Boris è una commedia che vorrebbe parodiare e far riflettere sullo stato pietoso del cinema italiano, attraverso una sceneggiatura che prende di mira tutti gli storici 'vizi italici', applicati al mondo della settima arte: lo spunto è dato da un'immaginaria casa di produzione che acquisisce i diritti del libro La casta (anch'esso un cult), e cerca un regista che, con poca spesa e molta rapidità d'esecuzione, giri il film prima della scadenza dei diritti d'autore. Le riprese iniziano, sotto la direzione di un ex-regista di soap opera, ma gli innumerevoli contrattempi che di volta in volta si presentano rischiano di far saltare tutto: sceneggiatori snob e fannulloni, attori raccomandati, imposizioni da parte dei finanziatori, compromessi con la produzione, lungaggini burocratiche...
Il risultato, come detto, non è da disprezzare. Ma da qui a dire che Boris sia un film innovativo, caustico, irriverente e 'alternativo' ce ne corre. Di pellicole volte a mettere in evidenza le brutte abitudini e le malefatte degli italiani ne sono state fatte tante, e molte con esiti enormemente superiori. Perchè, senza voler mancare di rispetto a nessuno, i tre registi di Boris non valgono un'unghia di gente come Monicelli, Risi, Zampa, Comencini o Steno. E Pannofino, ottimo doppiatore e anche discreto comico, non è certo il nuovo Alberto Sordi. Non scherziamo.
Accontentiamoci, quindi. E facciamoci pure due sane risate. Ma Boris è uno di quei film che, una volta usciti dalla sala, non puoi che commentare col più classico e inutile degli aggettivi: 'carino'!
VOTO: * * *
domenica 3 aprile 2011
NON LASCIARMI (G.B., 2011) di Mark Romanek
Quanto vale una vita umana? E quanta percezione abbiamo del dolore e della sofferenza che vediamo intorno a noi, che i media cinicamente ci propinano a ogni ora del giorno e della notte? Vediamo dappertutto scene di disperati che fuggono da teatri di guerra, persone che lottano contro la furia selvaggia della natura, gente semplice che vede il loro futuro minacciato da catastrofi ambientali provocate proprio dagli uomini stessi. Siamo così abituati a vedere la morte intorno a noi che ormai non ci facciamo più caso, assistiamo a queste stragi pasteggiando davanti alla tv, ascoltando distrattamente il freddo rumore di fondo della cronaca. Siamo assuefatti e passivi, e quello che abbiamo irrimediabilmente perso è la consapevolezza della tragedia, che ci rende insensibili e innegabilmente dis-umani.
E proprio la consapevolezza è la chiave di lettura di Non lasciarmi: quella stessa consapevolezza che regola l'esistenza di tre ragazzi con un destino segnato, e che tanto fa più male a noi spettatori proprio per la nostra disabitudine alla sofferenza e all'ineluttabilità, ingenuamente inconsapevoli dell'effimera consistenza delle nostre vite.
Tratto da un romanzo di Kazuo Ishiguro, sceneggiato da Alex Garland (quello di 28 giorni dopo) e portato sullo schermo da Mark Romanek, Non lasciarmi è la storia di una profonda amicizia fra tre giovani cresciuti in un austero collegio della campagna britannica, isolato dal mondo, e dove alcuni alunni 'speciali' vengono 'indirizzati' verso un misterioso, inconsapevole e tragico futuro, che sarà loro furtivamente svelato da un'insegnante anticonformista e coraggiosa.
Da quel momento in poi, per tutto il film il nostro desiderio, il nostro istinto è quello di urlare con rabbia ai protagonisti di ribellarsi al loro destino, di convincerli a fuggire, di spronarli a gettare via il braccialetto di riconoscimento e sospingerli alla ricerca di un qualsiasi posto dove poter costruirsi una vita vera, da persone 'normali'. Ma non succederà. Perchè forse quella 'terra promessa' non esiste, o forse perchè è davvero impossibile scappare e rifiutare una sorte che altri hanno già stabilito e 'pianificato' passo passo, e di cui i ragazzi stessi sono, appunto, 'consapevoli' di non poter modificare.
Non lasciarmi è tecnicamente un film di fantascienza, ma è ambientato nel ventennio che va dagli anni '70 agli anni '90, immaginando perciò un presente 'alternativo', sulla falsariga di Fahrenheit 451. Come dire: quello che accade sullo schermo sta GIA' succedendo, e la mancanza di ribellione, di lacrime, di totale opposizione al destino sta a volerci avvertire che dietro i colori grigi, asettici, impersonali, plumbei del countryside inglese si nasconde l'ultima possibilità per l'essere umano di essere padrone di se stesso. Il film è bello, toccante, recitato magistralmente da tre giovani e bravissimi attori: Carey Mulligan (già vista in An education), Andrew Garfield (lo ricordate in The Social Network?) e la 'star' Keira Knightley. Un film senz'altro da vedere, ma che non vorrete rivedere per molto tempo. Perchè in questo film c'è tutta la sofferenza del mondo moderno.
VOTO: * * * *
domenica 27 marzo 2011
SILVIO FOREVER (Italia, 2011) di Roberto Faenza e Filippo Macelloni
Forse sarò ingenuo, e forse anche ottuso, ma in tutta onestà vi confesso che non sono riuscito a capire il senso di questo film. Per quale motivo, secondo voi, Faenza & co. hanno deciso di portare nelle sale questo documentario (ma sarebbe meglio parlare di 'montaggio' animato) sulla vita del 'più grande piazzista del secolo' , detta alla Montanelli?
E' una domanda seria, e vi chiedo seriamente di aiutarmi perchè io sono in evidente difficoltà nel darmi una risposta... insomma, che cosa vuole essere Silvio Forever? Una biografia? Uno spot? Un film 'contro'? Una pernacchia? Una caricatura? Un'involontaria apologia? Ve lo chiedo perchè, onestamente, vi sfido a trovare una sola immagine contenuta in questo film che la gente non conosca già... anche perchè stiamo parlando dell'individuo più mediaticamente esposto del nostro paese, e quindi non è che ci volesse una gran fatica nel montare questi 85 minuti scarsi di girato. Faenza non è Michael Moore: questo documentario non graffia, non 'scalda le coscienze', non sa dove va a parare e soprattutto (insisto) non si capisce che cosa dovremmo aspettarci da un'accozzaglia di immagini che non dicono assolutamente niente di nuovo sulla vita del premier, e che soprattutto non producono più alcun effetto su una platea 'anestetizzata' e assuefatta a tutto come quella italiana.
Vorrebbe essere un documentario 'anti'-Berlusconi? Se questa era l'idea, beh, allora temo che sortirà esattamente l'effetto contrario: i fan del Cavaliere avranno vita facile nel sostenere che questo film è 'l'ennesimo spot di un'intellighenzia di sinistra che non si rende conto di quanto siano snobistiche e auto-referenziali iniziative di questo tipo'. E come dargli torto? Dal film non esce alcuna novità sulle 'malefatte' berlusconiane: non si parla affatto del bunga-bunga, della P2, dei presunti rapporti con la mafia, dei processi in corso... tutto rimane sfumato, nel contesto di una patetica ironia di fondo che non fa ridere proprio nessuno.
Silvio Forever è un film fondamentalmente inutile, perchè opere come questa non ottengono alcuno scopo: lo andranno a vedere escluisivamente gli elettori di centro-sinistra, i quali vi troveranno solo scontate conferme di quello che già sanno, mentre gli elettori di centro-destra lo considereranno nient'altro che la riprova della 'persecuzione' mediatica verso il premier, e lo diserteranno in massa. Un'inutile e noiosissimo spreco di pellicola e di energie, raccontato dalla premiata coppia di demagoghi e pseudo-paladini della Dignità che risponde al nome di Rizzo & Stella. Questo film è un po' come i loro libri: la scoperta dell'acqua calda.
Lasciate perdere.
VOTO: *
sabato 26 marzo 2011
Sulle sparate di Galan, sull'ipocrisia di un paese a-normale, su Venezia, Roma e (poco) altro. Cronache da una piccola Italia
Si fa presto a dire Unità. Non sono passati nemmeno dieci giorni dalla 'giornata dell'orgoglio nazionale' che l'Italietta più risibile e sgangherata (quella della politica) torna puntualmente a dare il peggio di sè. Lo avrete certamente letto nelle agenzie: il neo-ministro dei Beni Culturali Giancarlo Galan, successore del Gran Ciambellano (di Arcore) Sandro Bondi, appena sedutosi alla scrivania del predecessore si è immediatamente contraddistinto in una polemica tanto assurda quanto ridicola: si è infatti scagliato duramente contro la Festa del Cinema di Roma affermando che 'un solo Festival basta e avanza', riferendosi ovviamente alla Mostra di Venezia. E se aggiungiamo che il buon Galan è stato per due legislature presidente della Regione Veneto, ecco che il cerchio si chiude.
La solita Italia, insomma: il Nord che accusa il Sud, i nordisti contro i 'terroni', Venezia contro Roma, l'invidia del Nord opulento e prosperoso verso l'assistenzialismo e il nullafacentismo di 'Roma Ladrona'. Che tristezza. E questo dovrebbe essere il Paese unito che abbiamo festeggiato a suon di bandiere al vento e Inno di Mameli a squarciagola. Una vera e propria Festa dell'Ipocrisia, non c'è che dire. Il tutto reso ancora più tragico dall'amara constatazione che in questo paese è impossibile 'fare sistema' a qualsiasi livello, unirsi e collaborare tutti insieme per costruire un prodotto migliore. Lo vediamo, tragicamente, in queste ore con quello che sta accadendo a Lampedusa, dove non si riescono a tirar fuori da un ghetto 5.000 persone (non cinque milioni) perchè nessuno è disposto ad accoglierli... figuriamoci dunque se si poteva trovare un accordo tra due manifestazioni di spettacolo! Pura utopia.
Chi mi conosce sa che sono un frequentatore assiduo della Mostra di Venezia. Ci vado ogni anno, seppure ogni volta mi chiedo sempre 'chi me l'ha fatto fare', per una serie di motivi. Venezia è la rassegna cinematografica più antica del mondo, ha una tradizione e un prestigio secondi solo agli Oscar americani (e non a Cannes, come i francesi tentano di farci credere), gode del rispetto di tutti coloro che vivono di cinema.
Però non ci vuole molto a rendersi conto che il contesto in cui si svolge il Festival è davvero deprimente: strutture vecchie, obsolete, se non addirittura fatiscenti (l'anno scorso è bastato un temporale di 15 minuti per allagare il Palabiennale), per non parlare dei servizi igienici insufficienti, la mancanza cronica di strutture ricettive, i prezzi assurdi dei pochissimi bar presenti al Lido, la mancanzi di qualsiasi altra attrattiva 'mondana' per chi non si accontenta 'solo' di vedere film... a tutto questo negli ultimi anni si è aggiunto, beffardamente, il cantiere del 'nuovo' Palazzo del Cinema, che non si sa proprio quando e SE verrà ultimato. E intanto è lì, nel bel mezzo dell'area festivaliera, a fare orrenda presenza chissà per quanti anni ancora.
La Festa di Roma invece non la conosco. Lo ammetto, non l'ho mai considerata più di tanto, forse ingiustamente... nacque sei anni fa come 'sfizio' di Walter Veltroni, allora sindaco 'cinefilo' della capitale (più cinefilo che sindaco, dicono i suoi detrattori), e successivamente la nuova amministrazione di centrodestra se l'è ritrovata in mano come una patata bollente. Aldilà dei proclami, infatti, la giunta Alemanno non ha mai visto di buon occhio la rassegna, più 'sopportata' che caldeggiata. Solo che ora gli torna molto utile per ribattere ai proclami di Galan e riaffermare il ruolo di Roma 'caput mundi' (sic!). Ma, lasciando perdere il campanilismo più bieco, non ci vuole molto a capire che i problemi delle due manifestazioni sono opposti e complementari nello stesso tempo: Venezia ha il carisma, la tradizione, il prestigio, il nome. Ma in sessant'anni non è riuscita a dotarsi di un luogo decente dove proiettare i film. Roma è un Festival giovane, popolare, un po' 'costruito', dove per far venire i grandi nomi gli sponsor devono sganciare fior di quattrini... ma sono comunque fondi PRIVATI, e non finanziamenti pubblici come invece vengono elargiti copiosamente al Lido. Però Roma ha le strutture, ha le disponibilità e i mezzi di una capitale della cultura, ha luoghi 'magici' dove distribuire tutta la rassegna, dispone di location, alberghi, ristoranti, trasporti...
Come si vede, l'ideale sarebbe trovare una 'sinergia' tra i due eventi. Una forma di collaborazione che unisca anzichè dividere. Cosa che, se il buongiorno si vede dal mattino, appare davvero complicata.
E vabbè, siamo italiani. C'è poco da fare. Ma cerchiamo almeno, se proprio non è possibile volersi bene, di sopportarsi e non farsi dispetti a vicenda. Bisogna a tutti i costi trovare una forma di 'non belligeranza' che giovi a entrambe le rassegne. A cominciare magari, semplicemente, dalle date di programmazione. Insomma: è mai possibile che che la Festa di Roma debba svolgersi per forza a Ottobre? A un mese di distanza dalla Mostra? E' chiaro che finchè la collocazione resterà questa ci sarà sempre attrito e rivalità con Venezia (che tra l'altro, non dimentichiamolo, soffre anche della concorrenza 'piccola' ma agguerrita del Festival di Locarno, che si svolge poche settimane prima). Non si potrebbe, che so, spostarla ad aprile oppure a giugno? In questo modo si comincerebbero a rompere le uova del paniere a Cannes... nessuno ci ha mai pensato?
La solita Italia, insomma: il Nord che accusa il Sud, i nordisti contro i 'terroni', Venezia contro Roma, l'invidia del Nord opulento e prosperoso verso l'assistenzialismo e il nullafacentismo di 'Roma Ladrona'. Che tristezza. E questo dovrebbe essere il Paese unito che abbiamo festeggiato a suon di bandiere al vento e Inno di Mameli a squarciagola. Una vera e propria Festa dell'Ipocrisia, non c'è che dire. Il tutto reso ancora più tragico dall'amara constatazione che in questo paese è impossibile 'fare sistema' a qualsiasi livello, unirsi e collaborare tutti insieme per costruire un prodotto migliore. Lo vediamo, tragicamente, in queste ore con quello che sta accadendo a Lampedusa, dove non si riescono a tirar fuori da un ghetto 5.000 persone (non cinque milioni) perchè nessuno è disposto ad accoglierli... figuriamoci dunque se si poteva trovare un accordo tra due manifestazioni di spettacolo! Pura utopia.
Chi mi conosce sa che sono un frequentatore assiduo della Mostra di Venezia. Ci vado ogni anno, seppure ogni volta mi chiedo sempre 'chi me l'ha fatto fare', per una serie di motivi. Venezia è la rassegna cinematografica più antica del mondo, ha una tradizione e un prestigio secondi solo agli Oscar americani (e non a Cannes, come i francesi tentano di farci credere), gode del rispetto di tutti coloro che vivono di cinema.
Però non ci vuole molto a rendersi conto che il contesto in cui si svolge il Festival è davvero deprimente: strutture vecchie, obsolete, se non addirittura fatiscenti (l'anno scorso è bastato un temporale di 15 minuti per allagare il Palabiennale), per non parlare dei servizi igienici insufficienti, la mancanza cronica di strutture ricettive, i prezzi assurdi dei pochissimi bar presenti al Lido, la mancanzi di qualsiasi altra attrattiva 'mondana' per chi non si accontenta 'solo' di vedere film... a tutto questo negli ultimi anni si è aggiunto, beffardamente, il cantiere del 'nuovo' Palazzo del Cinema, che non si sa proprio quando e SE verrà ultimato. E intanto è lì, nel bel mezzo dell'area festivaliera, a fare orrenda presenza chissà per quanti anni ancora.
La Festa di Roma invece non la conosco. Lo ammetto, non l'ho mai considerata più di tanto, forse ingiustamente... nacque sei anni fa come 'sfizio' di Walter Veltroni, allora sindaco 'cinefilo' della capitale (più cinefilo che sindaco, dicono i suoi detrattori), e successivamente la nuova amministrazione di centrodestra se l'è ritrovata in mano come una patata bollente. Aldilà dei proclami, infatti, la giunta Alemanno non ha mai visto di buon occhio la rassegna, più 'sopportata' che caldeggiata. Solo che ora gli torna molto utile per ribattere ai proclami di Galan e riaffermare il ruolo di Roma 'caput mundi' (sic!). Ma, lasciando perdere il campanilismo più bieco, non ci vuole molto a capire che i problemi delle due manifestazioni sono opposti e complementari nello stesso tempo: Venezia ha il carisma, la tradizione, il prestigio, il nome. Ma in sessant'anni non è riuscita a dotarsi di un luogo decente dove proiettare i film. Roma è un Festival giovane, popolare, un po' 'costruito', dove per far venire i grandi nomi gli sponsor devono sganciare fior di quattrini... ma sono comunque fondi PRIVATI, e non finanziamenti pubblici come invece vengono elargiti copiosamente al Lido. Però Roma ha le strutture, ha le disponibilità e i mezzi di una capitale della cultura, ha luoghi 'magici' dove distribuire tutta la rassegna, dispone di location, alberghi, ristoranti, trasporti...
Come si vede, l'ideale sarebbe trovare una 'sinergia' tra i due eventi. Una forma di collaborazione che unisca anzichè dividere. Cosa che, se il buongiorno si vede dal mattino, appare davvero complicata.
E vabbè, siamo italiani. C'è poco da fare. Ma cerchiamo almeno, se proprio non è possibile volersi bene, di sopportarsi e non farsi dispetti a vicenda. Bisogna a tutti i costi trovare una forma di 'non belligeranza' che giovi a entrambe le rassegne. A cominciare magari, semplicemente, dalle date di programmazione. Insomma: è mai possibile che che la Festa di Roma debba svolgersi per forza a Ottobre? A un mese di distanza dalla Mostra? E' chiaro che finchè la collocazione resterà questa ci sarà sempre attrito e rivalità con Venezia (che tra l'altro, non dimentichiamolo, soffre anche della concorrenza 'piccola' ma agguerrita del Festival di Locarno, che si svolge poche settimane prima). Non si potrebbe, che so, spostarla ad aprile oppure a giugno? In questo modo si comincerebbero a rompere le uova del paniere a Cannes... nessuno ci ha mai pensato?
mercoledì 23 marzo 2011
AMICI MIEI - COME TUTTO EBBE INIZIO (Italia, 2011) di Neri Parenti
Di una cosa sono sicuro: questa versione 'retrodatata' di Amici Miei rischia di passare alla storia come uno dei fiaschi più colossali della storia del cinema italiano. Costato la bellezza di 15 milioni di euro, una cifra folle per una produzione italiana di questo tipo, sono pronto a scommettere che ne incasserà molti, molti di meno. Il motivo è molto semplice: è un film che ha talmente 'paura' di confrontarsi con l'originale da risultare alla fine così scialbo da far sbadigliare anche lo spettatore meglio 'predisposto'.
Ora, si potranno fare mille discorsi sul fatto se fosse stato più o meno il caso di 'scomodare' i capolavori di Monicelli, e se davvero si sentiva il bisogno di produrre un 'prequel' ambientato nel medioevo sugli 'antenati' del Perozzi, Mascetti e compagnia... sono sorti addirittura gruppi sul web che invitavano a boicottare questa pellicola 'sacrilega', quasi fosse un peccato di lesa maestà solo avvicinarsi o 'confrontarsi' col Maestro. Ma tant'è: ormai il film è nelle sale e tantovale parlarne. Il problema è che quando si fanno operazioni di questo tipo il confronto con l'originale è pressochè inevitabile, se non improponibile, e ovviamente tutto a discapito dell'ultimo arrivato. Figurarsi poi se a dirigerlo è un'autentico mestierante del cinema 'trash' italico come Neri Parenti, 'bollato' a vita come 'regista di cinepanettoni', ovvero di molte delle pellicole più orrende e pecorecce mai viste sui nostri schermi nelle ultime due decadi...
Logico, insomma, che i pregiudizi si sprechino. Tuttavia ho deciso di andare a vederlo lo stesso: sia perchè non mi piace parlare di un film per 'sentito dire', sia perchè sono sempre stato contrario alla censura 'preventiva' (il classico 'non l'ho visto e non mi piace'), sia perchè il film è stato girato per buona parte in luoghi vicinissimi a casa mia (S. Gimignano, Certaldo, Pistoia) ed ero curioso di vedere quale sarebbe stata la 'resa' sul grande schermo.
Ebbene, va detto subito che il film non è poi così terribile come molti si aspettavano: siamo di fronte a un prodotto che è ben diverso dal 'cinepanettone' natalizio, a testimonianza che il fiorentinissimo Neri Parenti era (forse) davvero convinto di poter realizzare un sentito 'omaggio' al grande Monicelli e a tutta la 'toscanità'.
Il problema, come dicevamo all'inizio, è che paradossalmente lo fa davvero con 'troppo' rispetto nei confronti dell'originale: nel senso che per evitare di scadere nella comicità greve e scollacciata dei cinepanettoni, Parenti gira una pellicola assolutamente piatta e impersonale, sicuramente non volgare ma senza neanche l'ombra dell'ironia feroce, graffiante e dissacratoria che fece la fortuna dei primi film. Ed è un peccato, perchè tutto sommato questo è un film 'vero', che potrà non piacere ma che è supportato da una discreta sceneggiatura e una buona accuratezza dei dettagli. A tutto questo bisogna poi aggiungere che la troppo spiccata 'toscanità' dei dialoghi e delle situazioni rischia di rivelarsi un'arma a doppio taglio: certe battute magari potranno far sorridere chi è 'madrelingua' come me... ma di sicuro ben poco diranno a chi vede il film a Napoli o a Bolzano.
Lo stesso discorso vale per il cast: se i toscani 'd.o.c.' come Panariello, Hendel e Ceccherini (forse il più spassoso di tutti) danno l'impressione di trovarsi più o meno a loro agio nei panni quattrocenteschi, Ghini e DeSica (per quanto non impresentabili) risultano poco credibili come eredi della lingua di Dante... Difetti importanti per un film 'ingessato' e (troppo) misurato, incapace di far 'vedere' sullo schermo i (troppi) soldi spesi.
In definitiva, una grossa occasione perduta.
VOTO: * *
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