giovedì 30 giugno 2011
TRANSFORMERS 3 (USA, 2011) di Michael Bay
Se non fosse che il vecchio detto 'al peggio non c'è mai fine' è, putroppo, drammaticamente vero (e solo per questo non mi sbilancio troppo), non avrei problemi a incoronare Michael Bay come il peggior regista vivente. Certo, lui non sa nemmeno che esisto, e se anche lo sapesse si farebbe sicuramente delle grasse risate a fronte dei quasi 800 milioni di dollari incassati con la sola trilogia dei Transformers, ai quali poi vanno aggiunti gli introiti altrettanto clamorosi di Armageddon, Pearl Harbor, The Rock e compagnia. Insomma, un vera e propria miniera d'oro per Hollywood che, ovviamente, se lo tiene ben stretto consentendogli di propinarci ogni anno i film più insulsi e fracassoni che il genere umano ricordi...
Ovviamente il mio è un discorso puramente qualitativo: in realtà Michael Bay il suo lavoro lo sa fare, eccome. E lo testimoniano i dati che vi ho appena riferito. Il problema è un altro: come è possibile che così tanta gente corra a vedere questi film? Che cosa ci trova di interessante? Come è possibile, soprattutto, che RITORNI a vedere un altro film del genere dopo avere già assistito ad altre 'opere' dello stesso tipo? La risposta che tutti mi danno è sempre la stessa: 'sono film spettacolari, poco impegnati, giocattoloni adatti ad un popolo di adolescenti che ama disconnettere il cervello e passare due ore in totale svago'. Il classico 'pubblico da multisala', dunque, con bibita in mano, popcorn nell'altra e rutto libero...
Ma ora dico... è possibile che gli adolescenti siano davvero tutti così? Io non credo, così come non mi passa assolutamente per la testa pensare che chi va a vedere Transformers 3 sia automaticamente un decerebrato. Credo invece che ci sia un grosso equivoco di fondo, che forse non tutti gli appassionati di cinema hanno ben chiaro: noi 'cinefili' doc consideriamo (e ci mancherebbe altro!) il CINEMA, quello vero, come ARTE a tutti gli effetti. E che cosa si intende per 'arte', nel senso più letterale del termine? Basta andare su Wikipedia per scoprirlo: 'viene detta 'arte' ogni attività umana che, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall'esperienza, porta a forme creative di espressione estetica'.
Ecco svelato l'arcano! L'arte può considerarsi tale solo se alla base c'è uno sforzo creativo! E secondo voi in Transformers 3 c'è forse una minima traccia di creatività? Può esserci creatività in una fracassona produzione mangiasoldi? I film di Bay sono spettacolari, esagerati, elettrizzanti, divertenti... tutto quello che volete, ma sono prodotti costruiti in laboratorio che non possono definirsi film. Senza offendere nessuno e senza avere pretese di giudicare chicchessia, nè tantomeno sentirsi critici con la puzza sotto il naso. Transformers 3 è un 'oggetto' di tutto rispetto, che arriva al sodo e assolve perfettamente alla sua funzione, che è quella di attrarre pubblico grazie al 3D e ai mirabolanti effetti speciali e, logica conseguenza, incassare tanti soldi.
Ma, per favore, non chiamiamolo cinema.
VOTO: *
domenica 19 giugno 2011
LONDON BOULEVARD (GB, 2011) di William Monahan
E' il momento degli sceneggiatori che decidono di compiere il 'grande passo' verso la regia: dopo George Nolfi che ha diretto I guardiani del destino, tratto da un racconto di P.K. Dick (vedi post sotto), tocca adesso a William Monahan ('writer' prediletto da Scorsese e vincitore dell'Oscar per The Departed) debuttare dietro la macchina da presa con questo London Boulevard, opera tanto ambiziosa quanto imperfetta, degna tuttavia di rispetto e meritevole di essere vista, se non altro per l'accuratezza dei particolari e la 'confezione' di gran classe.
Tratto dal romanzo omonimo di Ken Bruen, London Boulevard racconta il tentativo di ritorno alla vita normale dell'ex-galeotto Mitchell (Colin Farrell), appena uscito dal carcere e deciso a tagliare i conti col passato malavitoso. Cercherà di guadagnarsi da vivere facendosi assumere come bodyguard di una nevrotica star del cinema (Keira Knightley) letteralmente 'assediata' dai paparazzi e da tempo inattiva sul fronte lavorativo. E' fin troppo ovvio svelarvi che nessuna delle due cose sarà semplice da realizzare...
Monahan sceglie come film d'esordio un noir di stampo abbastanza classico, riversandovi il bagaglio stilistico acquisito con The Departed e orchestrando una trama ben oliata ma anche abbastanza prevedibile: le atmosfere sono infatti quelle 'canoniche' del genere, non prive di una buona dose di violenza e di personaggi tipicamente stereotipati (boss mafiosi, usurai, vittime inermi, ragazzini adolescenti già in procinto di diventare killer spietati). Tutti elementi che però non nuociono in una pellicola tutto sommato godibile e ben orchestrata.
Dove però il film delude è proprio nella parte che avrebbe dovuto essere il vero punto di forza, l'elemento di novità in un contesto tradizionale, vale a dire il rapporto creatosi tra la vulnerabile diva e il suo aspirante 'protettore', che avrebbe meritato un approfondimento ben diverso. Keira Knightley è bravissima nell'interpretare una celebrità ansiosa, insicura e tormentata, ormai fuori dal giro e dalla vita privata impossibile. Il suo profilo scavato, appuntito, l'aspetto quasi sciatto e dimesso la rendono magnificamente credibile. Peccato però che è proprio questa parte ad essere 'trascurata' dal regista, trattata con grande superficialità e ridotta quasi ad un 'cameo' nell'economia del film. Peccato davvero perchè c'erano tutti i presupposti (non solo nel titolo) per 'rendere omaggio' al capolavoro di Billy Wilder: i raffronti con Sunset Boulevard sono evidenti e chiaramente voluti, a cominciare dal ruolo del bravissimo David Thewlis, maggiordomo-aiutante-confidente della diva, che non può non ricordare l'Erich Von Stroheim del film appena citato.
Un debutto, insomma, con luci e ombre. E dove i riferimenti cinematografici fanno soprattutto aumentare il rimpianto per ciò che doveva essere e invece non è stato, lasciandoci in bocca una costante sensazione di 'già visto'. Almeno fino alla prossima occasione.
VOTO: * * *
Tratto dal romanzo omonimo di Ken Bruen, London Boulevard racconta il tentativo di ritorno alla vita normale dell'ex-galeotto Mitchell (Colin Farrell), appena uscito dal carcere e deciso a tagliare i conti col passato malavitoso. Cercherà di guadagnarsi da vivere facendosi assumere come bodyguard di una nevrotica star del cinema (Keira Knightley) letteralmente 'assediata' dai paparazzi e da tempo inattiva sul fronte lavorativo. E' fin troppo ovvio svelarvi che nessuna delle due cose sarà semplice da realizzare...
Monahan sceglie come film d'esordio un noir di stampo abbastanza classico, riversandovi il bagaglio stilistico acquisito con The Departed e orchestrando una trama ben oliata ma anche abbastanza prevedibile: le atmosfere sono infatti quelle 'canoniche' del genere, non prive di una buona dose di violenza e di personaggi tipicamente stereotipati (boss mafiosi, usurai, vittime inermi, ragazzini adolescenti già in procinto di diventare killer spietati). Tutti elementi che però non nuociono in una pellicola tutto sommato godibile e ben orchestrata.
Dove però il film delude è proprio nella parte che avrebbe dovuto essere il vero punto di forza, l'elemento di novità in un contesto tradizionale, vale a dire il rapporto creatosi tra la vulnerabile diva e il suo aspirante 'protettore', che avrebbe meritato un approfondimento ben diverso. Keira Knightley è bravissima nell'interpretare una celebrità ansiosa, insicura e tormentata, ormai fuori dal giro e dalla vita privata impossibile. Il suo profilo scavato, appuntito, l'aspetto quasi sciatto e dimesso la rendono magnificamente credibile. Peccato però che è proprio questa parte ad essere 'trascurata' dal regista, trattata con grande superficialità e ridotta quasi ad un 'cameo' nell'economia del film. Peccato davvero perchè c'erano tutti i presupposti (non solo nel titolo) per 'rendere omaggio' al capolavoro di Billy Wilder: i raffronti con Sunset Boulevard sono evidenti e chiaramente voluti, a cominciare dal ruolo del bravissimo David Thewlis, maggiordomo-aiutante-confidente della diva, che non può non ricordare l'Erich Von Stroheim del film appena citato.
Un debutto, insomma, con luci e ombre. E dove i riferimenti cinematografici fanno soprattutto aumentare il rimpianto per ciò che doveva essere e invece non è stato, lasciandoci in bocca una costante sensazione di 'già visto'. Almeno fino alla prossima occasione.
VOTO: * * *
sabato 18 giugno 2011
I GUARDIANI DEL DESTINO (USA, 2011) di George Nolfi
Philip K. Dick si conferma lo scrittore più 'saccheggiato' dal mondo del cinema, e ormai credo che siano ben pochi i suoi racconti o romanzi non ancora trasferiti sul grande schermo: forse sono rimasti solo quelli più 'ostici' da tradurre in immagini, e non è un caso che questo I guardiani del destino (in originale 'The adjustement bureau', vale a dire 'L'ufficio aggiustamenti') abbia impiegato così tanto prima che qualcuno decidesse di farne un film. Tratto da un racconto breve, questo debutto dietro la macchina da presa dello sceneggiatore George Nolfi è un classico esempio di fantascienza 'distopica' (ovvero ambientato in un presente ben diverso da quello attuale), dove il regista deve cimentarsi con concetti piuttosto impegnativi e assoluti quali il libero arbitrio, l'ineluttabilità del destino, la capacità dell'uomo di autocontrollarsi e tutelare la propria esistenza. Tesi che funzionano bene sulla pagina scritta, ma indubbiamente complicati da rappresentare al cinema. E il risultato, va detto subito, convince solo a metà.
Il film è concepito sotto forma di 'thriller romantico': un politico 'trombato' alle elezioni e una ballerina in carriera (Matt Damon e Emily Blunt, più che discreti) si incontrano per caso (ma sarà vero?) nel bagno di un albergo. Ovviamente è amore a prima vista, ma i due finiscono per perdersi quasi subito, salvo poi incontrarsi di nuovo dopo diversi anni, in tempo per scoprire che il loro amore è contrastato da un 'commando' di energumeni in giacca, cravatta e cappello, incaricati da un fantomatico 'Presidente' di far sì che il destino del mondo compia regolarmente il proprio corso. La ragione per cui due individui apparentemente insignificanti siano così importanti per le sorti del pianeta non ve la sveliamo, così come non vi diciamo come mai la loro storia d'amore non s'ha da fare: sappiate solo che questa 'task-force' di oscuri funzionari ha il compito, appunto, di sorvegliare il corretto andamento del 'Piano' e, se la situazione lo richiede, di intervenire e operare opportuni interventi (gli 'aggiustamenti' del titolo originale) affinchè tutto proceda secondo quanto stabilito.
Ma stabilito da chi? Ognuno può sbizzarrirsi come vuole nell'individuare la figura del Presidente: gli appassionati di fantascienza non potranno non intravedere somiglianze letterarie con Asimov e la sua 'psicostoria' (con il 'mitico' Hari Seldon e l'immortale robot Daneel Olivaw nel ruolo di guardiani del tempo), oppure, restando in ambito cinefilo, con THX1138 di George Lucas o, molto più 'dozzinalmente', anche con Men in Black di Sonnenfeld.
Un giochino divertente di rimandi e citazioni più o meno esplicite, quindi. Purtroppo però bisogna dire che la resa filmica non è altrettanto autoriale: anzi, a dirla tutta si vola piuttosto bassi riguardo dialoghi e situazioni, spesso molto elementari e carichi di umorismo involontario, mentre la sceneggiatura troppe volte si arrampica sugli specchi per reggere una storia che, comunque, si difende abbastanza bene fino all'ultimo quarto d'ora di pellicola, per poi naufragare in un finale assolutamente semplicistico e 'telefonato', che certo non fa onore all'inventiva e alla visione pessimistica e disillusa di Dick verso il destino dell'umanità.
In conclusione, un'occasione perduta. O, se preferite, un discreto filmetto estivo da vedere senza troppe pretese e per trascorrere una serata distensiva e scacciapensieri. Probabilmente l'esatto contrario di quello che avrebbe desiderato l'autore del racconto...
VOTO: * * *
| Matt Damon |
Ma stabilito da chi? Ognuno può sbizzarrirsi come vuole nell'individuare la figura del Presidente: gli appassionati di fantascienza non potranno non intravedere somiglianze letterarie con Asimov e la sua 'psicostoria' (con il 'mitico' Hari Seldon e l'immortale robot Daneel Olivaw nel ruolo di guardiani del tempo), oppure, restando in ambito cinefilo, con THX1138 di George Lucas o, molto più 'dozzinalmente', anche con Men in Black di Sonnenfeld.
| Emily Blunt |
In conclusione, un'occasione perduta. O, se preferite, un discreto filmetto estivo da vedere senza troppe pretese e per trascorrere una serata distensiva e scacciapensieri. Probabilmente l'esatto contrario di quello che avrebbe desiderato l'autore del racconto...
VOTO: * * *
venerdì 17 giugno 2011
Venezia 67 \ VENERE NERA (Algeria, 2010) di Abdellatif Kechiche
Vi ricordate di Abdel Kechiche? Avevamo lasciato il talentuoso regista algerino tre anni fa, proprio alla Mostra del Cinema di Venezia, come autore del tenero e divertente Cous Cous. Pareva un Leone d'Oro scontato, e invece una giuria miope presieduta dal cinese Zhang Ymou assegnò la vittoria al connazionale (nonchè amico...) Ang Lee, vincitore per la seconda volta in tre anni. Ci furono polemiche a non finire e Kechiche, amareggiatissimo, tuonò che non avrebbe più messo piede in laguna. Però si sa, il tempo (e i soldi) leniscono tutte le ferite, e infatti rieccolo presentarsi, lo scorso settembre, di nuovo in concorso al Lido... anche se è forte il sospetto che in realtà l'autore di Venere Nera sia il suo fratello gemello, considerata l'enorme differenza di argomento, stile e toni tra le due pellicole.
Ma finiamola qui. Perchè in realtà c'è poco da scherzare: Venere Nera è un film angosciante, terribile, che non risparmia niente allo spettatore e fa riaffiorare una ferita ancora aperta nella cultura europea dell' 800.
Il film è la tragica biografia di Saartje Baartman, detta la 'Venere ottentotta', una donna nera sudamericana che divenne tristemente famosa per la forma del suo corpo, a suo modo da Guinness dei Primati: aveva, infatti, fianchi e sedere iper-sviluppati e un'apparato genitale di enormi dimensioni. tanto enormi che la poveretta, schiava nel suo paese d'origine, venne trascinata con la forza in Europa e costretta a esibirsi nei luna-park come fenomeno da baraccone. La donna non cercò mai di ribellarsi alle continue violenze, e la sua vita fu un vero inferno: prima processata e poi venduta a un impresario senza scrupoli, poi costretta a prostituirsi in una casa d'appuntamenti parigina, morì di sifilide a soli 25 anni. Il suo corpo fu poi comprato dal Museo della Scienza Umana di Parigi a scopo di studio: gli scienziati le asportarono i genitali e li destinarono in esposizione per gli studenti di medicina.
Le pellicola di Kechiche si rifà esplicitamente a The Elephant Man, cercando di colpire lo spettatore con scene forti, crudeli, efferate, senza fermarsi di fronte a nulla e mostrando quando occorre immagini raccapriccianti, al limite del disgusto e forse oltre. L'intento è, ovviamente, quello di far riflettere sugli orrori del razzismo, della schiavitù e della 'diversità' in generale. Ma lo stile utilizzato dal regista, inopinatamente rozzo, morboso e ricattaorio, finisce più per schifare e impietosire piuttosto che generare una presa di coscienza in chi lo guarda. Alla fine il film risulta essere toccante più per la vicenda che racconta piuttosto che per la sua realizzazione. Grande interpretazione per l'attrice Yahima Torres, clamorosamente dimenticata in sede di palmarès dalla Giuria presieduta da Tarantino.
VOTO: * *
Ma finiamola qui. Perchè in realtà c'è poco da scherzare: Venere Nera è un film angosciante, terribile, che non risparmia niente allo spettatore e fa riaffiorare una ferita ancora aperta nella cultura europea dell' 800.
Il film è la tragica biografia di Saartje Baartman, detta la 'Venere ottentotta', una donna nera sudamericana che divenne tristemente famosa per la forma del suo corpo, a suo modo da Guinness dei Primati: aveva, infatti, fianchi e sedere iper-sviluppati e un'apparato genitale di enormi dimensioni. tanto enormi che la poveretta, schiava nel suo paese d'origine, venne trascinata con la forza in Europa e costretta a esibirsi nei luna-park come fenomeno da baraccone. La donna non cercò mai di ribellarsi alle continue violenze, e la sua vita fu un vero inferno: prima processata e poi venduta a un impresario senza scrupoli, poi costretta a prostituirsi in una casa d'appuntamenti parigina, morì di sifilide a soli 25 anni. Il suo corpo fu poi comprato dal Museo della Scienza Umana di Parigi a scopo di studio: gli scienziati le asportarono i genitali e li destinarono in esposizione per gli studenti di medicina.
Le pellicola di Kechiche si rifà esplicitamente a The Elephant Man, cercando di colpire lo spettatore con scene forti, crudeli, efferate, senza fermarsi di fronte a nulla e mostrando quando occorre immagini raccapriccianti, al limite del disgusto e forse oltre. L'intento è, ovviamente, quello di far riflettere sugli orrori del razzismo, della schiavitù e della 'diversità' in generale. Ma lo stile utilizzato dal regista, inopinatamente rozzo, morboso e ricattaorio, finisce più per schifare e impietosire piuttosto che generare una presa di coscienza in chi lo guarda. Alla fine il film risulta essere toccante più per la vicenda che racconta piuttosto che per la sua realizzazione. Grande interpretazione per l'attrice Yahima Torres, clamorosamente dimenticata in sede di palmarès dalla Giuria presieduta da Tarantino.
VOTO: * *
giovedì 9 giugno 2011
SENZA ATOMICA
Il fatto che questo sia un blog di cinema non significa che qui sopra non si debbano trattare argomenti di attualità o politica. Anche perchè il cinema ha spesso anticipato e prevenuto molti temi 'politici' per definizione, oppure ha prodotto opere capace di generare discussioni e smuovere le coscienze.
Siamo alla vigilia di una consultazione referendaria dalla quale dipenderà molto del nostro futuro... senza esagerare. Perchè convertire il nostro paese all'energia nucleare potrebbe avviare un processo irreversibile che interesserà direttamente le nostre vite nonchè le generazioni future.
Per questo ritengo doveroso 'schierarmi' in prima persona, senza alcuna difficoltà: il 12 e 13 giugno si vota per scongiurare la minaccia atomica nel nostro paese, ed è perfino superfluo pregarvi di recarvi alle urne e dare una spallata convinta a chi vuole addensare nubi 'radioattive' sulle nostre teste, al solo scopo di lucro.
Riflettete.
1. MINACCIA ATOMICA (1950)
In seguito a un'esplosione atomica Londra viene evacuata. Fa effetto vedere la metropoli spopolata... più di cinquant'anni dopo Danny Boyle farà la stessa cosa con 28 giorni dopo.
2. IL DOTTOR STRANAMORE (1963)
Il capolavoro più amaro di Stanley Kubrick. Si ride sull'imbecillità umana, ma alla fine la bomba scoppia sul serio. Sulle note di 'We'll meet again'... strepitoso.
3. A PROVA DI ERRORE (1964)
La versione 'seria' del film di Kubrick. Uscì quasi in contemporanea e ne fu 'schiacciato', ma questa pellicola di Sidney Lumet è tutt'altro che da disprezzare. Anzi.
4. INTERCEPTOR, IL GUERRIERO DELLA STRADA (1981)
Mel Gibson è già una star, e questo film inaugurò un genere: quello del 'pianeta post-catastrofe atomica'. A suo modo, un piccolo cult.
5. PIOGGIA NERA (1989)
Una coppia di coniugi viene 'incaricata' di trovare un marito alla giovane nipote sfigurata dalle radiazioni di Hiroshima. Un viaggio allucinante negli orrori della guerra nucleare, diretto con rispetto e asciuttezza dal 'maestro' Shoei Imamura.
6. RAPSODIA IN AGOSTO (1991)
Un'anziana donna racconta ai nipotini l'olocausto nucleare. Forse non il miglior Kurosawa, ma comunque un film toccante e mai lacrimevole. Un bell'affresco sull'importanza della memoria e del ricordo.
7. GOMORRA (2008)
Garrone ci mostra senza pietà quella che sarebbe l'Italia 'convertita' all'energia nucleare: una fogna di scorie radioattive, inevitabilmente terreno fertile per la criminalità organizzata. profetico.
Siamo alla vigilia di una consultazione referendaria dalla quale dipenderà molto del nostro futuro... senza esagerare. Perchè convertire il nostro paese all'energia nucleare potrebbe avviare un processo irreversibile che interesserà direttamente le nostre vite nonchè le generazioni future.
Per questo ritengo doveroso 'schierarmi' in prima persona, senza alcuna difficoltà: il 12 e 13 giugno si vota per scongiurare la minaccia atomica nel nostro paese, ed è perfino superfluo pregarvi di recarvi alle urne e dare una spallata convinta a chi vuole addensare nubi 'radioattive' sulle nostre teste, al solo scopo di lucro.
Riflettete.
1. MINACCIA ATOMICA (1950)
In seguito a un'esplosione atomica Londra viene evacuata. Fa effetto vedere la metropoli spopolata... più di cinquant'anni dopo Danny Boyle farà la stessa cosa con 28 giorni dopo.
2. IL DOTTOR STRANAMORE (1963)
Il capolavoro più amaro di Stanley Kubrick. Si ride sull'imbecillità umana, ma alla fine la bomba scoppia sul serio. Sulle note di 'We'll meet again'... strepitoso.
3. A PROVA DI ERRORE (1964)
La versione 'seria' del film di Kubrick. Uscì quasi in contemporanea e ne fu 'schiacciato', ma questa pellicola di Sidney Lumet è tutt'altro che da disprezzare. Anzi.
4. INTERCEPTOR, IL GUERRIERO DELLA STRADA (1981)
Mel Gibson è già una star, e questo film inaugurò un genere: quello del 'pianeta post-catastrofe atomica'. A suo modo, un piccolo cult.
5. PIOGGIA NERA (1989)
Una coppia di coniugi viene 'incaricata' di trovare un marito alla giovane nipote sfigurata dalle radiazioni di Hiroshima. Un viaggio allucinante negli orrori della guerra nucleare, diretto con rispetto e asciuttezza dal 'maestro' Shoei Imamura.
6. RAPSODIA IN AGOSTO (1991)
Un'anziana donna racconta ai nipotini l'olocausto nucleare. Forse non il miglior Kurosawa, ma comunque un film toccante e mai lacrimevole. Un bell'affresco sull'importanza della memoria e del ricordo.
7. GOMORRA (2008)
Garrone ci mostra senza pietà quella che sarebbe l'Italia 'convertita' all'energia nucleare: una fogna di scorie radioattive, inevitabilmente terreno fertile per la criminalità organizzata. profetico.
domenica 5 giugno 2011
mercoledì 25 maggio 2011
THE TREE OF LIFE
(id.)di Terrence Malick (USA, 2011)
con Brad Pitt, Jessica Chastain, Sean Penn, Laramie Eppler
VOTO: ***/5
Qualche recensore lo ha definito 'incommentabile', molti altri illustri 'luminari' si sono arresi nel cercarne il significato. The Tree of Life ha annichilito la critica cinematografica, ma ha conquistato immediatamente la giuria (e la platea) del Festival di Cannes. C'è poco da dire: i film di Malick non sono film 'per tutti'. Ne ero convinto prima e ne sono ancora più convinto adesso: questo non significa essere snob o sentirsi spocchiosamente superiore a coloro i quali il film non è piaciuto, anzi. Li capisco benissimo, e comprendo le loro ragioni. Il cinema è questione di sensibilità, e vedere un film di Malick mette a dura prova la tua resistenza, ti costringe a calarti in una dimensione filmica a cui non sei nè abituato nè preparato. Ma se hai la forza e la pazienza di restare incollato alla poltrona fino alla fine, non puoi non ammettere di aver avuto la fortuna di aver assistito a qualcosa di unico, irripetibile.
Sì, perchè proprio l'unicità è la caratteristica basilare del cinema di Malick. Le sue opere sono inclassificabili, non omologate nè omologabili, nè paragonabili a nessun altra cinematografia esistente. Lontane anni luce dalla produzione hollywoodiana, ma altrettanto distanti dalla produzione indipendente. Sono opere intime eppure magniloquenti, che non seguono alcun schema logico e ricorrono a tutte le potenzialità espressive permesse dalla settima arte, ben orchestrate da un regista 'di culto' che ormai, proprio in nome di questa sua esclusività può permettersi di tutto, anche di non apparire pubblicamente e non rilasciare interviste da decenni, per la 'gioia' degli addetti al marketing...
Ma veniamo a The tree of life, quinto film in quarant'anni di carriera, e senz'altro il più ambizioso (o pretenzioso, a seconda che lo si ami o meno). Come detto, è uno dei lungometraggi più indefinibili, misteriosi e criptici degli ultimi... decenni. Due ore e mezza di durata per quaranta minuti scarsi di dialoghi, intervallati da autentici deliri visivi, psichedelici, con un montaggio da capogiro: vediamo, in continuazione, scene di tranquilla vita domestica alternate a immagini dell'universo, inquadrature naturalistiche interrotte da mirabolanti effetti speciali, momenti e 'movimenti' di gente comune subito 'azzerati' da sequenze da 'Natural Geographic' che coinvolgono anche... la preistoria (ci sono perfino i dinosauri!) e la conseguente nascita della vita sulla Terra.
La trama (se di trama si può parlare) si riassume in tre righe: siamo nel Texas, anni '50, in una piccola cittadina di provincia vive una tipica famiglia piccolo-borghese, formata da una madre amorevole e comprensiva, un padre severo e autoritario e i loro tre figli, uno dei quali perde la vita all'età di 19 anni (non sappiamo come e perchè). Dopo tanti anni, il maggiore dei tre, ormai affermato manager, rivive i ricordi d'infanzia e sogna di incontrare di nuovo quel padre con cui ha avuto un rapporto conflittuale...
Solo una cosa è chiara: Malick paragona la vita dell'essere umano a quella dell'universo. La nascita (e la morte) di un figlio alle origini e alla fine del mondo. Come dire che l'universo è formato da tante piccole particelle insignificanti che, messe insieme, costituiscono la Natura e il motivo dell'esistenza. E forse insinua un dubbio: c'è davvero qualcosa dopo la morte? L'uomo è in grado di gestirsi da solo, oppure tocca alla Natura stessa regolare la vita?
Tutto il resto è insito nelle strabilianti alchimie visive che a molti hanno fatto scomodare Kubrick e 2001: odissea nello spazio, e d'altronde il fatto che la supervisione degli effetti speciali sia stata affidata al 'mitico' Douglas Trumbull (lo stesso, appunto, di '2001') non è certo passato inosservato. Le somiglianze ci sono: la maternità come 'l'alba dell'uomo', la Natura matrigna come il monolite nero che assumeva le sembianze di un'entità superiore e aliena, il 'passaggio' del feto dal ventre materno alla luce visto quasi come il 'trip allucinogeno' che conduceva Bowman dall'astronave a un'altra dimensione spazio-temporale.
Ma forse sono solo coincidenze o giochetti cinefili. E si potrebbe durare all'infinito: al sottoscritto, per esempio, la scena finale, dove vivi e morti si ritrovano in una spiaggia grigia e affollata ha ricordato non poco il finale (altrettanto visionario) di Underground, il capolavoro di Emir Kusturica. E si potrebbe andare avanti ancora...
Quello che è certo è che The tree of life è una grandiosa esperienza visiva, di formidabile impatto sullo spettatore. E forse solo (o soprattutto) un enorme esercizio di stile.
Ma clamorosamente affascinante.
martedì 24 maggio 2011
NATURALMENTE, MALICK
Ha vinto proprio lui: mai nella storia del Festival di Cannes c'era stato un vincitore così annunciato. Terrence Malick era il grande favorito e si è portato a casa la Palma d'Oro senza colpo ferire. Giusto? Sbagliato? Un fatto è certo: The tree of life è un film unico nel suo genere (il 'genere Malick'), non omologabile, non categorizzabile. Visivamente grandioso, dall'interpretazione misteriosa, certo deve molto del suo clamore anche alla figura per certi versi 'mitica' del suo autore, personaggio sfuggente, inafferrabile, inavvicinabile, autentico 'guru' della settima arte. Di The tree of life parleremo più diffusamente a breve, ma certo il carattere di 'unicità' della pellicola, unito alla sua magniloquenza, ha pesato non poco sul palmares. Insomma, il film di Malick era l'unico vero 'evento' del Festival e ha avuto gioco facile nel far breccia nella giuria. E va bene così.
Del resto ha ragione Bob De Niro, le sue parole sono state semplici e lapalissiane: 'non si poteva premiare tutti'. E quest'anno a Cannes c'erano davvero tutti: un' edizione-monstre con Kaurismaki, Almodòvar, Dardenne, Ceylan, Von Trier, Miike, Mihaileanu... una tale abbondanza non si era mai vista, e questo fa capire ancora di più come mai si è voluta premiare la 'diversità' di Malick: era, semplicemente, il film che ha messo tutti d'accordo. Punto.
Ottime scelte anche gli altri premi, a testimonianza di una qualità elevatissima delle opere in gara: fa immensamente piacere la vittoria di Kirsten Dunst tra le attrici, nonostante i deliri nazisti di Von Trier. Onore al merito alla giuria, che ha voluto premiare una brillante interpretazione non facendosi condizionare dalla 'scomunica' (giustissima) comminata al regista danese. Bello anche il premio per la regia a un altro danese, Winding Refn, che ha convinto tutti col suo Drive. Meno a sorpresa invece i premi ai fratelli Dardenne (ormai 'abbonati' alle vittorie, quest'anno è toccato loro il Grand Prix) e al turco Ceylan.
Grossa sorpresa invece la Palma d'oro per il miglior attore al francese Jean Dujardin, per il film The Artist di Michel Hazanavicius: pellicola muta, originalissima e nostalgica insieme, tenera e toccante.
Tutte scelte, come si vede, molto 'cinefile' e non scontate: quello che si vorrebbe sempre da un festival.
E siamo alle dolenti note. Vale a dire ai film italiani in gara. Diciamoci la verità, tutti noi ci siamo rimasti parecchio male: eravamo sbarcati sulla Croisette con due 'pezzi da novanta', e siamo tornati con le pive nel sacco. Pazienza. Ce ne faremo una ragione, ma senza piangere: i film di Moretti e Sorrentino sono belli e importanti, e hanno ottenuto l'apprezzamento di pubblico e critica. Senza contare (cosa forse più importante) che sono stati venduti in tutto il mondo, con grandissimo successo. Abbiamo assistito a tante edizioni di Cannes e Venezia con palmares altrettanto desolatamente vuoto, ma stavolta usciamo con la consapevolezza di avere, in ogni caso, un cinema italiano importante e vitale. E non è poco.
Appuntamento al prossimo anno.
domenica 22 maggio 2011
MR. BEAVER (USA, 2011) di Jodie Foster
Quante volte nella vita ci capita di dover indossare una maschera? Quante volte ci sforziamo di apparire diversi, magari migliori di quello che pensiamo di essere? A tutti è capitato, almeno una volta, di sentirsi deboli, insicuri, inadeguati per un ruolo, una persona o una compagnia. Per molti è una situazione eccezionale, circoscritta a cause ed eventi particolari. Per altri può essere sintomo di un malessere passeggero, dovuto a periodi poco felici o a profondi cambiamenti della propria vita.
Ci sono però persone alle quali questo disagio non passa, anzi si intensifica man mano che passa il tempo. Persone per le quali la propria vita perde di significato, tanto da sentirsi vuote, inutili, terribilmente sole. E allora il malessere diventa cronico, togliendo all'individuo ogni speranza di combattere e reagire. In questi casi non si parla più di malessere ma di depressione: una malattia subdola e tremenda, sempre più diffusa nella società moderna, che crea dipendenza esattamente come la droga: in questo caso un abisso emotivo fatto di negatività nel quale si affonda sempre di più e non si riesce a risalire.

Walter Black (Mel Gibson) è un uomo depresso. Non sappiamo il perchè, e del resto non ha importanza perchè la depressione può colpire tutti e per cause imperscrutabili. L'ultimo film di Jodie Foster inizia così, con lei stessa nei panni di una donna in carriera costretta, per il proprio bene e per quello dei figli, a cacciare di casa il marito ridotto a uno stato vegetale. L'uomo vaga per la città, si ubriaca, tenta di uccidersi. Ma al momento di compiere l'estremo gesto viene 'salvato' da un 'amico' insospettatato, che gli si presenta sotto forma di un castoro di peluche attraverso il quale Walter si trasforma e si lega indissolubilmente, come un suo 'doppio', ridandogli una speranza. A questo punto, lo sviluppo di un qualsiasi altro film hollywoodiano prevederebbe la 'rinascita' del personaggio, la sua ascesa sociale dopo la discesa agli inferi, la rivincita personale e il successo dopo aver toccato il fondo. E almeno all'inizio sarà cosi, ma solo per poco.
Il pupazzo rappresenta, evidentemente, lo 'schermo' protettivo di Walter. E' la sua controfigura, quella che gli serve per apparire una persona nuova, migliore, nei confronti degli altri e anche di se stesso. Ma nella vita 'barare' serve a poco: l'uomo diventa via via 'schiavo' del pupazzo, dal quale non riesce più a staccarsi per la paura di mostrarsi per quello che è davvero, e non riuscendo più a contenere il disagio oppressivo e latente che ha sempre covato dentro di sè. La situazione precipita, fino a diventare sempre più drammatica, con conseguenze estreme e incontrollabili.
Il terzo film di Jodie Foster, a sedici anni di distanza dal bellissimo A casa per le vacanze, è una pellicola forte, grottesca e problematica come il suo protagonista. Con toni da commedia, a volte anche molto divertente, ma che lasciano presagire a ogni fotogramma il precipitare di una situazione drammatica e estrema, Mr. Beaver è ancora una volta un trattato sulla famiglia e sul complesso microcosmo di cui è composta, temi da sempre cari alla regista. Un film coraggioso, che indaga senza indulgenza su un argomento scomodo e ostile come il male di vivere e la difficoltà dello stare al mondo, e che certo non invoglia alla visione lo 'spettatore medio' in cerca di storielle edificanti (non a caso gli incassi americani sono stati disastrosi). Bellissime le prove degli attori principali, con la Foster pronta con umiltà a fare da spalla ad uno splendido Mel Gibson, in un ruolo per il quale non è stato scelto certamente a caso... ed evitiamo in questa sede inutili riferimenti alla sua vita privata. Il film certo non è perfetto, ma l'onestà morale e le forti (e genuine) emozioni che suscita fanno passare in secondo piano difetti evidenti, come la vicenda parallela e posticcia del figlio maggiore, avulsa dalla trama, e un finale forse troppo accomodante rispetto a quanto visto prima.
Ma non è compito del cinema dare risposte alle persone. Mr. Beaver disturba, commuove e fa riflettere. A noi va benissimo così.
VOTO: * * * *
Ci sono però persone alle quali questo disagio non passa, anzi si intensifica man mano che passa il tempo. Persone per le quali la propria vita perde di significato, tanto da sentirsi vuote, inutili, terribilmente sole. E allora il malessere diventa cronico, togliendo all'individuo ogni speranza di combattere e reagire. In questi casi non si parla più di malessere ma di depressione: una malattia subdola e tremenda, sempre più diffusa nella società moderna, che crea dipendenza esattamente come la droga: in questo caso un abisso emotivo fatto di negatività nel quale si affonda sempre di più e non si riesce a risalire.
Walter Black (Mel Gibson) è un uomo depresso. Non sappiamo il perchè, e del resto non ha importanza perchè la depressione può colpire tutti e per cause imperscrutabili. L'ultimo film di Jodie Foster inizia così, con lei stessa nei panni di una donna in carriera costretta, per il proprio bene e per quello dei figli, a cacciare di casa il marito ridotto a uno stato vegetale. L'uomo vaga per la città, si ubriaca, tenta di uccidersi. Ma al momento di compiere l'estremo gesto viene 'salvato' da un 'amico' insospettatato, che gli si presenta sotto forma di un castoro di peluche attraverso il quale Walter si trasforma e si lega indissolubilmente, come un suo 'doppio', ridandogli una speranza. A questo punto, lo sviluppo di un qualsiasi altro film hollywoodiano prevederebbe la 'rinascita' del personaggio, la sua ascesa sociale dopo la discesa agli inferi, la rivincita personale e il successo dopo aver toccato il fondo. E almeno all'inizio sarà cosi, ma solo per poco.
Il pupazzo rappresenta, evidentemente, lo 'schermo' protettivo di Walter. E' la sua controfigura, quella che gli serve per apparire una persona nuova, migliore, nei confronti degli altri e anche di se stesso. Ma nella vita 'barare' serve a poco: l'uomo diventa via via 'schiavo' del pupazzo, dal quale non riesce più a staccarsi per la paura di mostrarsi per quello che è davvero, e non riuscendo più a contenere il disagio oppressivo e latente che ha sempre covato dentro di sè. La situazione precipita, fino a diventare sempre più drammatica, con conseguenze estreme e incontrollabili.
Il terzo film di Jodie Foster, a sedici anni di distanza dal bellissimo A casa per le vacanze, è una pellicola forte, grottesca e problematica come il suo protagonista. Con toni da commedia, a volte anche molto divertente, ma che lasciano presagire a ogni fotogramma il precipitare di una situazione drammatica e estrema, Mr. Beaver è ancora una volta un trattato sulla famiglia e sul complesso microcosmo di cui è composta, temi da sempre cari alla regista. Un film coraggioso, che indaga senza indulgenza su un argomento scomodo e ostile come il male di vivere e la difficoltà dello stare al mondo, e che certo non invoglia alla visione lo 'spettatore medio' in cerca di storielle edificanti (non a caso gli incassi americani sono stati disastrosi). Bellissime le prove degli attori principali, con la Foster pronta con umiltà a fare da spalla ad uno splendido Mel Gibson, in un ruolo per il quale non è stato scelto certamente a caso... ed evitiamo in questa sede inutili riferimenti alla sua vita privata. Il film certo non è perfetto, ma l'onestà morale e le forti (e genuine) emozioni che suscita fanno passare in secondo piano difetti evidenti, come la vicenda parallela e posticcia del figlio maggiore, avulsa dalla trama, e un finale forse troppo accomodante rispetto a quanto visto prima.
Ma non è compito del cinema dare risposte alle persone. Mr. Beaver disturba, commuove e fa riflettere. A noi va benissimo così.
VOTO: * * * *
mercoledì 18 maggio 2011
A PROPOSITO DI FILM 'COMMERCIALI'...
Molti di voi mi hanno scritto, qui o su facebook, chiedendomi il perchè non recensisco mai film 'commerciali', quelli che 'andiamo a vedere un po' tutti', come mi scrive una mia fedelissima lettrice...
Beh, la risposta può essere semplice o complessa a seconda dei casi. Ma mi sento comunque in dovere di darvela, se avete la pazienza di seguirmi.
Innanzitutto bisogna chiarire una cosa, che poi è l'aspetto fondamentale di questa discussione: che cosa s'intende per 'cinema commerciale'? Quello che incassa di più? Quello più 'nazional-popolare'? Quello più banale, di grana grossa, fatto apposta per attirare al cinema masse di spettatori non disposti a mettere in funzione il cervello durante il film? O, più semplicemente, un cinema fatto per arrivare meglio alla gente, pur senza scendere nella volgarità o nella semplificazione? Io credo a quest'ultima ipotesi, e il discorso è interessante perchè da noi spesso 'commerciale' fa rima con 'volgare', ed è soggetto a critiche e reprimende da parte di chi si ritiene un 'cinefilo-doc', che rifiuta a priori certe (presunte) porcherie.
Beh, io credo che il discorso sia un po' più complesso. Nel senso che non necessariamente un film commerciale deve essere per forza brutto. Anzi. Prendiamo, ad esempio, l'ultimo film di Duncan Jones, Source Code. Nessuno può negare che sia un film 'commerciale': è costato diversi milioni di dollari, ha un cast di attori importanti, è un film d'azione (genere 'commerciale' per eccellenza) e di sicuro è molto, molto diverso dal precedente Moon, pellicola filosofica, riflessiva e cerebrale. Però Source Code è un gran bel film, e chissenefrega se è fatto per vaste platee... è bello e basta! Ricordo ancora una famosa intervista a Peter Weir che, un po' stizzito per le critiche rivolte a Master and Commander, rispose ai giornalisti: "Voi mi dovete spiegare come mai quando faccio Picnic a Hanging Rock per voi sono un Autore e quando faccio film come questo no... eppure io sono sempre lo stesso e lavoro sempre al solito modo, aldilà del budget che ho a disposizione!" Come dargli torto?
Insomma, per me i film si dividono semplicemente in belli e brutti. Indipendentemente da quanto sono costati e da quanti soldi incasseranno. E un bel film commerciale lo recensirò sempre, come ho fatto per Source Code.
Mentre invece non recensirò mai film come Pirati dei Caraibi, Fast & Furious, Red, Thor o Beastly... perchè? Semplice, perchè non ho alcuna intenzione di andarli a vedere! E chiaramente non posso recensire un film che non ho visto. Ma, badate bene, non lo faccio per snobismo o per andare controcorrente. Lo faccio perchè film del genere non suscitano più alcun interesse su di me. Sono film 'standardizzati', magari anche fatti bene, ma dove lo spettatore che va a vederli sa esattamente quello che trova.
Questo, per carità, non è necessariamente un male... ma uno come me, che in quasi quarant'anni di vita ha visto centinaia di film, ormai è difficile che trovi lo stimolo per vedere pellicole che sono fatte con lo stampino, assolutamente stereotipate, e dove puoi stupirti (se va bene) solo con qualche mirabolante effetto speciale.
'Quelli come me', che amano il Cinema come 'opera d'ingegno' e non come 'prodotto industriale', vogliono cercare di stupirsi con le idee, e non con i trucchetti visivi. Vogliono vedere un film per cercare di apprendere qualcosa di nuovo, per creare spunti di discussione, per emozionarsi, ridere o incazzarsi, purchè in presenza di un'idea vera, e non di una sceneggiatura precotta. Per questo non troverete su queste pagine recensioni di pellicole come quelle che ho appena citato. Tanto quelle potete trovarle da qualunque altra parte, e saranno tutte uguali, proprio come i film.
Però troverete presto (spero!) commenti su L'albero della vita, su Mr. Beaver, su Corpo celeste, ecc... film magari non perfetti, magari anche sbagliati (speriamo di no!), ma senz'altro in grado di mettere in moto il cervello! Piaciuta la risposta?
Beh, la risposta può essere semplice o complessa a seconda dei casi. Ma mi sento comunque in dovere di darvela, se avete la pazienza di seguirmi.
Innanzitutto bisogna chiarire una cosa, che poi è l'aspetto fondamentale di questa discussione: che cosa s'intende per 'cinema commerciale'? Quello che incassa di più? Quello più 'nazional-popolare'? Quello più banale, di grana grossa, fatto apposta per attirare al cinema masse di spettatori non disposti a mettere in funzione il cervello durante il film? O, più semplicemente, un cinema fatto per arrivare meglio alla gente, pur senza scendere nella volgarità o nella semplificazione? Io credo a quest'ultima ipotesi, e il discorso è interessante perchè da noi spesso 'commerciale' fa rima con 'volgare', ed è soggetto a critiche e reprimende da parte di chi si ritiene un 'cinefilo-doc', che rifiuta a priori certe (presunte) porcherie.
Beh, io credo che il discorso sia un po' più complesso. Nel senso che non necessariamente un film commerciale deve essere per forza brutto. Anzi. Prendiamo, ad esempio, l'ultimo film di Duncan Jones, Source Code. Nessuno può negare che sia un film 'commerciale': è costato diversi milioni di dollari, ha un cast di attori importanti, è un film d'azione (genere 'commerciale' per eccellenza) e di sicuro è molto, molto diverso dal precedente Moon, pellicola filosofica, riflessiva e cerebrale. Però Source Code è un gran bel film, e chissenefrega se è fatto per vaste platee... è bello e basta! Ricordo ancora una famosa intervista a Peter Weir che, un po' stizzito per le critiche rivolte a Master and Commander, rispose ai giornalisti: "Voi mi dovete spiegare come mai quando faccio Picnic a Hanging Rock per voi sono un Autore e quando faccio film come questo no... eppure io sono sempre lo stesso e lavoro sempre al solito modo, aldilà del budget che ho a disposizione!" Come dargli torto?
Insomma, per me i film si dividono semplicemente in belli e brutti. Indipendentemente da quanto sono costati e da quanti soldi incasseranno. E un bel film commerciale lo recensirò sempre, come ho fatto per Source Code.
Mentre invece non recensirò mai film come Pirati dei Caraibi, Fast & Furious, Red, Thor o Beastly... perchè? Semplice, perchè non ho alcuna intenzione di andarli a vedere! E chiaramente non posso recensire un film che non ho visto. Ma, badate bene, non lo faccio per snobismo o per andare controcorrente. Lo faccio perchè film del genere non suscitano più alcun interesse su di me. Sono film 'standardizzati', magari anche fatti bene, ma dove lo spettatore che va a vederli sa esattamente quello che trova.
Questo, per carità, non è necessariamente un male... ma uno come me, che in quasi quarant'anni di vita ha visto centinaia di film, ormai è difficile che trovi lo stimolo per vedere pellicole che sono fatte con lo stampino, assolutamente stereotipate, e dove puoi stupirti (se va bene) solo con qualche mirabolante effetto speciale.
'Quelli come me', che amano il Cinema come 'opera d'ingegno' e non come 'prodotto industriale', vogliono cercare di stupirsi con le idee, e non con i trucchetti visivi. Vogliono vedere un film per cercare di apprendere qualcosa di nuovo, per creare spunti di discussione, per emozionarsi, ridere o incazzarsi, purchè in presenza di un'idea vera, e non di una sceneggiatura precotta. Per questo non troverete su queste pagine recensioni di pellicole come quelle che ho appena citato. Tanto quelle potete trovarle da qualunque altra parte, e saranno tutte uguali, proprio come i film.
Però troverete presto (spero!) commenti su L'albero della vita, su Mr. Beaver, su Corpo celeste, ecc... film magari non perfetti, magari anche sbagliati (speriamo di no!), ma senz'altro in grado di mettere in moto il cervello! Piaciuta la risposta?
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