lunedì 14 settembre 2026

VENEZIA 83: UNA BELLA MOSTRA, UN LEONE D'ORO CHE FA DISCUTERE


Venezia 83 si chiude tra le polemiche per un palmarès che lascia perplessi, a cominciare dal Leone d’Oro assegnato a Woman Unknown di May el-Toukhy, unica regista donna in Concorso. La giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal ha fatto discutere, ma sarebbe ingeneroso lasciare che le scelte dei premi oscurino una selezione di grande qualità, probabilmente la migliore degli ultimi anni. Alberto Barbera ha messo insieme un Concorso ricco e variegato, capace di riunire autori affermati e talenti emergenti, cinema d’autore e opere più accessibili, senza rinunciare alla varietà dei linguaggi. Da Lee Chang-dong a Martin McDonagh, da Herzog a Kore'eda, da Brizé a Tsukamoto, il Lido ha offerto un panorama di grande interesse, confermando Venezia come rassegna di riferimento a livello mondiale. Anche il cinema italiano, pur uscendo a mani vuote, ha mostrato segnali di risveglio, con opere degne della vetrina internazionale. Ora la speranza è che i film riescano a superare la bolla festivaliera e incontrino il pubblico in sala, dove comincia la loro vera vita.



Si sapeva. Lo dicevo fin da giugno, da quando Maggie Gyllenhaal fu nominata presidente di giuria, che la scelta dell'attrice/regista americana, ben nota per le sue ben note posizioni ideologiche, quasi oltranziste, su femminismo e girl power, avrebbe condizionato fortemente l'esito del palmarès veneziano, cosa puntualmente accaduta: il verdetto finale, con il Leone d'oro assegnato a Woman unknown e la Coppa Volpi alla sua protagonista, Matilde Arcel, non fa che alimentare il pregiudizio, purtroppo confermato. Intendiamoci: la Gyllenhaal ha fatto il suo e ha fatto benissimo, ne aveva piena facoltà dati i poteri che le venivano conferiti, ci sarebbe semmai da riflettere, parecchio, sulla composizione delle giurie e sulla credibilità di quest'ultime nonchè dell'intera rassegna... la speranza è che da ora in avanti le scelte ricadano su personalità meno schierate e più equilibrate, fermo restando che comunque poche, pochissime volte giuria e critica si sono trovate d'accordo sui premi. Staremo a vedere.

A scanso di equivoci, mettiamo subito in chiaro che Woman unknown, il film danese diretto da May el-Toukhy, unica donna regista in Concorso, non è una ciofeca: è un drammone storico robusto e pedissequo che racconta una pagina oscura del secondo dopoguerra, quando nella Danimarca appena uscita dall'occupazione nazista una giovane donna cerca di rifarsi una vita sposando un ricco industriale per cui lavora come domestica. Ma la sua arrampicata sociale verrà bruscamente interrotta dal riemergere del suo passato, legato alla relazione della donna con un soldato tedesco... la Coppa Volpi alla bravissima Arcel poteva anche starci, assolutamente, è semmai il Leone d'oro a lasciare perplessi: a voler essere generosi, in una selezione di così alto livello (ci torneremo), c'erano almeno 6-7 titoli più belli e importanti da premiare.

Il problema non è soltanto Woman unknown, ma il modo in cui la giuria ha fotografato una Mostra che, per qualità complessiva, meritava un verdetto ben più coraggioso. Il Leone d’Argento a Lee Chang-dong per lo splendido Possible love è una scelta condivisibile, ma va molto stretta, così come la Coppa Volpi maschile, sacrosanta, a John Malkovich per Wild horse nine di Martin McDonagh. Anche il premio alla regia assegnato a Ilya Khrzhanovsky per il faraonico progetto DAU riconosce un’operazione cinematografica singolare e ambiziosa. Ma resta la sensazione che il palmarès, pur nel "centrando" complesso i titoli da premiare (a parte l'esclusione di Kore'eda), abbia colpevolmente sbagliato l'ordine... 

Il Premio Speciale della Giuria a NAZA, documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor sulla guerra di Gaza e sull’uso dell’intelligenza artificiale nelle operazioni militari israeliane, ha invece un significato esclusivamente politico: so bene di trovarmi in assoluta minoranza, ma continuo a ritenere che operazioni come questa, peraltro cinematograficamente poverissime (il film non è che una lunga intervista a dei militari sionisti in incognito), siano un ricatto morale ingiusto nei confronti dei giurati e degli spettatori. Strameritato invece il premio alla sceneggiatura a Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce per il toccante Un bon petit soldat, a conferma della grande integrità morale di un autore che continua a interrogarsi sul rapporto tra lavoro, potere e sfruttamento. La doppia affermazione di Woman unknown rimane quindi la scelta più discussa dell’intero verdetto, oltretutto in considerazione del fatto che rarissime volte, seppur il regolamento lo consenta, un singolo film ottenga ben due premi nella stessa edizione. 

Al di là dei premi, però, ciò che è davvero importante è che Venezia 83 è stata una delle migliori Mostre degli ultimi anni, fugando ogni dubbio anche di chi, come il sottoscritto, nutriva legittime perplessità a scatola chiusa. Alberto Barbera ha saputo mettere insieme un cartellone di grande interesse, nonostante l’assenza di una parte consistente del cinema americano e la concorrenza sempre agguerrita del Festival di Cannes, che a maggio ha davvero fatto il pieno. Lee Chang-dong, Martin McDonagh, Stéphane Brizé, Shinya Tsukamoto, Ali Asgari, Danny Boyle, lo stesso Khrzhanovsky e soprattutto Werner Herzog e Hirokazu Kore'eda, quest'ultimo inspiegabilmente dimenticato dai giurati (eppure il suo delizioso Look Back è piaciuto praticamente a tutti) hanno portato al Lido opere molto diverse per linguaggio e ambizione, ma capaci di alimentare un dibattito. Del resto è questa la funzione di un festival: non soltanto distribuire premi, ma mettere in circolo idee, linguaggi e visioni.  

Perfino il cinema italiano, pur uscendo a mani vuote dal Concorso, ha mostrato segnali di risveglio. Nanni Moretti, Paolo Strippoli, Edoardo De Angelis, Marco Bechis e Andrea Pallaoro hanno portato al Lido film degni della vetrina che li ospitava, con risultati diversi ma senza sfigurare. Moretti e Bechis rappresentavano la vecchia guardia, autori che continuano a interrogarsi sul presente e sulla memoria; Strippoli e De Angelis confermano invece la possibilità di un cinema italiano capace di misurarsi con generi e ambizioni differenti. E anche Andrea Pallaoro, il cui stile personalmente non amo granchè, resta un autore di conclamata considerazione internazionale. L’Italia ha ottenuto comunque un riconoscimento in Orizzonti, con il premio a Riccardo Scamarcio per I figli della scimmia di Tommaso Landucci. Un dettaglio rispetto al quadro generale, ma pur sempre una buona notizia.

Adesso resta la parte più importante: sperare che questi film superino la bolla veneziana e possano incontrare il pubblico. Che trovino una distribuzione, arrivino nelle sale, abbiano una seconda vita oltre il circuito degli addetti ai lavori. Perché se i festival sono una vetrina e i premi sono una fotografia del momento, la vera vita di un film comincia quando esce al cinema e incontro agli spettatori. È quello che conta.

TUTTI I PREMI DI VENEZIA 83 :


Leone d'oro per il miglior film:
KVINDE UKENDT/WOMAN UNKNOWN di May el-Toukhy (Danimarca)

Leone d'argento - Gran Premio della Giuria:
POSSIBLE LOVE di Lee Chang-dong  (Corea del Nord)

Leone d'argento per la miglior regìa:
DAU di  Ilya Khrzhanovsky  (Germania/Svezia/Francia)

Leone d'argento - Premio speciale della Giuria;
NAZA di Yuaval Abraham e Rachel Szor (GB)

Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile:
JOHN MALKOVICH per Wild horse nine di Martin McDonagh (GB)

Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile:
MATILDE ARCEL per Woman unknown di May El-Touchy (Danimarca)

Leone d'argento per la migliore sceneggiatura:
STEPHANE BRIZE', CORALIE AMEDEO, OLIVER GORCE per Un bon petit soldat di Stéphane Brizé (Francia)

Premio Mastroianni per il miglior attore/attrice emergente:
MALOU KHEBIZI per 15/18 di Cedric Kahn (Francia)

Leone del futuro - Premio opera prima Luigi de Laurentiis:
LA MAISON DU VENT di Auguste B.K. Yanghu (Francia)

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