martedì 11 giugno 2024

KINDS OF KINDNESS

 
titolo originale: KINDS OF KINDNESS (USA, 2024)
regia: YORGOS LANTHIMOS
sceneggiatura: EFTHYMIS FILIPPOU, YORGOS LANTHIMOS
cast: JESSE PLEMONS, EMMA STONE, WILLEM DAFOE, MARGARET QUALLEY, HONG CHAU, JOE ALWYN, YORGOS STEFANAKOS 
durata: 164 minuti
giudizio: 



Tre episodi sul tema della "gentilezza" e dell'accettazione (da parte degli altri). Un uomo totalmente succube del suo capo cerca goffamente di smarcarsi. Un poliziotto che ha perso la moglie in un naufragio se la vede tornare a casa ma sospetta che non sia lei. Due adepti di una setta cercano una nuova leader spirituale capace di resuscitare i morti. Le tre storie sono collegate da un misterioso personaggio, chiamato R.M.F., che compare in ogni episodio in circostanze diverse...   


La sensazione, vedendo Kinds of Kindness, è che Yorgos Lanthimos abbia girato La Favorita e Povere Creature! per incamerare considerazione, dollari e qualche Oscar per poi "tornare a casa", ovvero alle atmosfere strambe e malsane di inizio carriera, quelle che lo avevano consacrato come Autore a tutto tondo. Non è infatti un caso che in Kinds of Kindness ritroviamo come sceneggiatore quell' Efthymis Filippou con cui il regista greco aveva firmato i suoi film più originali e amabilmente "folli" come Dogtooth, Alps e lo splendido The Lobster: film certamente estremi, non certo facili, non certo per tutti, ma con cui Lanthimos si era (giustamente) guadagnato la considerazione di Hollywood.

Kinds of Kindness può quindi sembrare un ritorno al passato, a un cinema disturbante, crudele, asettico, con cui prendere di mira il bigottismo e l'orrore latente di una società piccolo-borghese già attenzionata anche da diversi "colleghi" europei (Haneke su tutti), argomento pertanto non proprio originalissimo per i tempi che corrono. Ma il vero tema è un altro: Lanthimos è un cineasta ormai inserito in tutto e per tutto nel mainstream, dove peraltro si è mantenuto innegabilmente su ottimi livelli, ma non si può certo far finta che non vi appartenga più... morale della favola: per quanto Lanthimos stia cercando di rifarsi una verginità autoriale, da cinema indie, è ovvio che parlando del suo ultimo film non si può non tener conto che ci troviamo di fronte a un regista ormai "americanizzato" a tutti gli effetti, che gira i suoi lavori con uno sguardo che, nel bene e nel male, non è più quello di inizio carriera.

Ritengo dunque (ma è un mio personalissimo parere) che i soldi, gli Oscar e il consenso pressochè unanime e meritato dei suoi ultimi film abbiano un po' infiacchito Lanthimos, smussandone il lato visionario del suo carattere, il suo humour nero, il suo istinto provocatorio. Questo almeno è quello che traspare dai tre episodi di Kinds of Kindness, dove certamente abbondano situazioni grottesche, anche truculente, oltre a dettagli raccapriccianti che trovo francamente poco necessari (dissento da chi ha parlato di "ironia macabra", io di ironia in questo film non ne ho vista) ma dove non c'è davvero nulla che ci sorprenda realmente, ci sconvolga, che non abbiamo già visto dai tempi di Kinetta ad oggi... colpa, forse, anche della struttura stessa del film a episodi, che difficilmente porta a risultati omogenei. 

Sono tre infatti i capitoli in cui si articola Kinds of Kindness: tre episodi totalmente slegati tra loro (ma interpretati dagli stessi attori in ruoli diversi) raccordati da un misterioso personaggio, chiamato R.M.F. (?) che compare in ognuno di essi e giustifica la struttura circolare delle tre storie. Nella prima, di gran lunga la migliore, un imprenditore padre-padrone controlla ogni aspetto della vita pubblica e privata di un suo dipendente, manipolandolo a suo piacimento e gettandolo nello sconforto quando quest'ultimo si accorgerà di non essere all'altezza del compito assegnatogli. Nella seconda, la più orripilante, un poliziotto psicopatico sospetta che la moglie, scampata a un incidente in mare, sia stata sostituita da una sosia e per sincerarsi che sia davvero lei le chiede prove di fedeltà sempre più estreme (e sanguinarie). Nella terza, la più interessante ma anche la più prolissa, una coppia di adepti di una misteriosa setta è alla ricerca di una leader spirituale in grado di far resuscitare i morti, ma nemmeno loro si mostreranno esenti da tentazioni (perlopiù sessuali).

Ma mentre il primo episodio, che potrebbe benissimo far parte di Black Mirror, stimola riflessioni importanti sul concetto di "accettazione" (soprattutto da parte degli altri), il secondo e il terzo insistono fin troppo morbosamente sul senso di colpa e di claustrofobia tipicamente lanthimosiano, offrendo una visione spietata ma anche scontata di un'America ben lontana da quella da cartolina delle grandi metropoli luccicanti. Qui siamo in piena periferia, tra squallidi motel di provincia e lussuosissime case-prigione asettiche e raggelanti, specchio della solitudine (fisica e morale) dei protagonisti. Tra i quali Emma Stone, a differenza che in Povere Creature!, dimostra di non essere molto a suo agio con il registro surreale del film (il suo strombazzato balletto finale sa più di mossa da trailer che di effettivo significato). Molto meglio il solito mefistofelico Willem Dafoe, la finta santarellina Margaret Qualley, e soprattutto un eccezionale Jesse Plemons, giustamente premiato a Cannes, che aggiunge un altro tassello a una stagione per lui straordinaria (come dimenticare anche il suo folgorante cameo nel distopico Civil War?)

6 commenti:

  1. Lo attendo al massimo in streaming e forse lo vedrò a doppia velocità. Ma non è detto (che lo veda) ;)

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    1. Considerata la tua avversione per Lanthimos, non ho motivo di dubitare! 😉

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  2. Un ritorno al passato ma anche uno sguardo lucido sull'America di oggi. Gli espirimenti di Kinetta e Kynodontas sono finiti e ora c'è un autore che sa destreggiarsi bene tra film commerciali e opere più difficili come questa. A me è piaciuto molto, soprattutto per la "follia" di certe trovate. Non lo consiglierei a nessun amico :) ma per me rimane un ottimo film.

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    1. Non ho avuto le tue stesse sensazioni, ma rispetto la tua opinione. Però, permettimi, questo a mio avviso è un film profondamente americano, nel bene o nel male. Il paragone con le prime opere di Lanthimos si può fare (forse) dal punto di vista stilistico, ma giusto su quello... per me.

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  3. Visto ieri. Un ritorno alle origini per Lanthimos anche se meno sconvolgente rispetto ai primi film, diciamo fino a The Lobster. Ad ogni modo sono contento di averlo visto e la durata non mi è pesata. Mi pare positivo il fatto che non si voglia cullare sugli allori na non rinunci a film più difficili come questo
    Ti auguro una bella giornata e una bella settimana.
    Mauro

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    1. Mah... oddio Mauro, a me pare più fumo negli occhi: dopo due (ottimi) film mainstream secondo me ha voluto più far finta di tornare alle origini: non mi pare che i tre episodi siano così particolarmente sconvolgenti e innovativi. Certo non se paragonati ai film degli esordi...

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